Viaggiatore con zaino osserva un paesaggio desertico attraversato da numerose piste sterrate.

di Matteo Saudino
Filosofo

Stiamo attraversando un’epoca estremamente fragile. La velocità è diventata la struttura ontologica della realtà in cui siamo immersi. Tutto scorre, come sosteneva con lungimiranza già nel VI secolo a.C. Eraclito di Efeso con i suoi discepoli, solo che oggi il mutamento è rapidissimo e in costante accelerazione.

Lo spazio e il tempo che faticosamente abitiamo, soprattutto in Occidente, sono caratterizzati da una rivoluzione tecnologica e digitale permanente che porta con sé dei cambiamenti così repentini che travolgono tutto, dissolvendo ogni certezza, grande o piccola, vera o illusoria.

Il senso del nostro vivere ci appare sempre più sfuggente: gli esseri umani faticano a cercare e trovare un significato alle loro esistenze. Sappiamo applicare i criteri dell’utile ad ogni cosa, ma non sappiamo più distinguere cosa sia il bene o il male, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. Ogni sfera dell’umano è precipitata nella liquidità teorizzata nel passaggio tra XX e XXI secolo dal sociologo Zygmunt Bauman: dal lavoro all’amore, dalle istituzioni allo sport, dalla scuola all’arte, dalla politica all’economia, la precarietà e la frammentazione sono il motore che al contempo muove o inceppa ogni cosa. L’età della fragilità sembra aver divorato non solo la speranza di un futuro, ma soprattutto quella di poter vivere in un presente in cui poter dare un senso a ciò che forse un senso non ce l’ha, ma senza il quale l’umano è destinato a vagare disorientato tra i meandri del mondo. Ma in tale contesto di incertezza è possibile il sentimento della fiducia?

La prima reazione alle tante fragilità della nostra epoca potrebbe essere abbracciare il pessimismo, il quale si presenta come un’interpretazione convincente di una realtà in cui trionfano guerra, violenza, cinismo, sopraffazione, ma rimane un vicolo cieco, una strada che conduce all’immobilismo e all’accettazione dello status quo individuale e politico. La seconda reazione, all’opposto, potrebbe essere quella di essere ottimisti sempre e comunque; si tratta in questo caso di una strada ingenua, anch’essa però destinata a rapportarsi in modo passivo alle tante crisi che stiamo vivendo.

Tra questi due estremi vi è una fertile terza via, ed è proprio quella della fiducia.

Dinanzi alla crisi di tutte le grandi narrazioni collettive, come sostenuto a fine anni ‘70 dal filosofo Lyotard, essere fiduciosi è un atto politico, perché significa immaginare l’alba dopo il crepuscolo, significa essere costruttori di mondi anche quando questi mondi ancora non esistono e magari non esisteranno mai. Ma la fiducia innesca spiriti vitali, in quanto essa comporta fare delle scelte e mettersi in gioco.

La scuola dovrebbe diventare il luogo principe in cui coltivare quotidianamente il sentimento della fiducia: essa infatti accende la creatività intellettuale e potrebbe stimolare gli studenti a cercare gli strumenti per affrontare le tante difficoltà del nostro tempo al fine di vivere il nostro tempo con consapevolezza e magari provare anche a cambiarlo.

La scuola senza speranza si trasforma in un nonluogo, anonimo come un centro commerciale o un aeroporto.

La fiducia conduce alla vertiginosa bellezza della responsabilità, dell’essere padroni del proprio tempo e artefici del proprio destino.

La fiducia porta con sé la consapevolezza che noi siamo le scelte che facciamo. Noi oggi, liberati dalla forza rassicurante degli dèi onnipotenti, dei padri padroni, dello Stato condottiero, della scuola che punisce, della famiglia perfetta, del mercato infallibile e dalla pretesa di protezione di ogni altra neo e post divinità (tecnologia, social, consumo e denaro in primis), ci scopriamo anime fragili ma libere, sempre in bilico tra paure e speranze, con in mano la responsabilità di scrivere il nostro destino, di dipingere il nostro orizzonte di senso.

E questo significa trasformare la debolezza del disorientamento nella forza di essere gli artefici consapevoli delle nostre meravigliose vite.

Guardare negli occhi le nostre fragilità è il primo passo per affrontarle e superarle.

 

primo piano di matteo saudinoMATTEO SAUDINO, IL PROF CHE PORTA LA FILOSOFIA FUORI DALLE AULE

Matteo Saudino è uno dei divulgatori filosofici più conosciuti in Italia. Professore di filosofia e storia nei licei, è diventato popolare ben oltre le aule scolastiche grazie a BarbaSophia, il progetto con cui ha portato Platone, Aristotele, Kant, Nietzsche e gli altri grandi protagonisti del pensiero occidentale sui social e nel linguaggio delle nuove generazioni.

La sua cifra è proprio questa: trasformare la filosofia da materia da studiare a strumento con cui leggere il presente. Nei suoi libri, nelle lezioni online e negli incontri pubblici, Saudino parte dai classici per affrontare questioni molto contemporanee: la solitudine, la crisi della politica e della verità, il rapporto con la tecnologia, la libertà, la felicità e la paura della morte.

È lo stesso metodo che attraversa Anime fragili. Un viaggio con Platone e Aristotele tra le vulnerabilità del nostro tempo, pubblicato da Einaudi nel 2025. Saudino individua sei grandi fragilità dell’uomo contemporaneo – solitudine, assenza di dialogo, crisi della politica, fine della Verità, inquietudine tecnologica e rimozione della morte – e torna a Platone e Aristotele per cercare non risposte già confezionate, ma strumenti per orientarsi.

Il messaggio è semplice e insieme profondamente filosofico: la fragilità non va nascosta né necessariamente sconfitta. Può diventare il punto dal quale ricominciare a interrogarsi sul senso della propria vita e del mondo che stiamo costruendo.