Mujer sentada con flores

Diego Rivera e gli artisti che, tra rivoluzione, tradizione e avanguardie, diedero forma all’identità del Messico moderno.

Che volto ha un Paese quando deve ancora imparare a riconoscersi? Quali immagini sceglie per raccontare la propria storia e, soprattutto, a chi affida il compito di rappresentarla? Il Messico si trovò davanti a queste domande già nel 1821, con la conquista dell’indipendenza, ma fu dopo la Rivoluzione del 1910 che la ricerca di un’identità condivisa divenne anche un grande progetto culturale. L’arte uscì dalle accademie, entrò nelle scuole e negli edifici pubblici, portando sulle pareti volti, mestieri e vicende fino ad allora rimasti ai margini della rappresentazione ufficiale.

È questo il Messico raccontato dalla mostra “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo”, ospitata dal 9 giugno al 13 dicembre 2026 negli spazi di Villa Caffarelli, ai Musei Capitolini. Non soltanto una retrospettiva dedicata al più celebre muralista messicano, ma il racconto di una stagione nella quale pittori e intellettuali contribuirono a immaginare una nazione nuova. Oltre 140 opere, trenta delle quali firmate da Rivera, ricostruiscono un percorso che attraversa l’eredità ottocentesca, le avanguardie europee, il Muralismo e le molte esperienze sviluppatesi oltre il Realismo sociale. Al centro c’è Diego Rivera, ma prima dell’artista monumentale conosciuto in tutto il mondo la mostra presenta il giovane pittore ancora legato alla formazione accademica. Nel suo autoritratto del 1906 appare con il camice da lavoro e lo sguardo già fermo, mentre le tele alle sue spalle sono rivolte verso il muro, quasi a proteggere un’opera ancora in cerca della propria voce. Un anno dopo partirà per l’Europa, grazie a una borsa di studio. Rimarrà lontano dal Messico per quattordici anni.

In Spagna osserva El Greco, Velázquez e Goya. A Parigi frequenta Picasso, Modigliani e Apollinaire, vive nel cuore di Montparnasse e attraversa la stagione cubista. Ma il Cubismo, per Rivera, rimarrà soprattutto un laboratorio: un passaggio necessario per scomporre il mondo e imparare poi a ricostruirlo.

La sua pittura non poteva esaurirsi nella sperimentazione formale o restare confinata negli ambienti delle avanguardie. Cercava una dimensione più ampia, capace di parlare non soltanto agli artisti e ai collezionisti, ma a un’intera comunità. La trova anche in Italia, dove arriva alla fine del 1920. Studia gli affreschi di Giotto, Masaccio e Michelangelo, osserva il modo in cui la pittura dialoga con l’architettura, misura la forza delle figure monumentali e la capacità di un’immagine di raccontare una storia occupando lo spazio pubblico. Nei suoi appunti annota soluzioni compositive, luce e proporzioni. Ai Musei Capitolini disegna persino il busto di Epicuro conservato nelle collezioni del museo, reinterpretandone la solennità con un tratto rapido e moderno.

È un dettaglio che rende il ritorno di Rivera a Roma particolarmente suggestivo: proprio nei luoghi che aveva attraversato da studioso, il suo percorso viene oggi ricostruito a più di un secolo di distanza. Quando rientra in Messico nel 1921, il Paese è appena uscito da un decennio di rivoluzione e violenza. Il ministro dell’Istruzione José Vasconcelos affida agli artisti un compito che va ben oltre la decorazione: dipingere le pareti di scuole e palazzi pubblici per costruire una memoria comune e portare la cultura anche a una popolazione in larga parte esclusa dall’istruzione. Nasce così il Muralismo. Le pareti diventano grandi pagine aperte, sulle quali compaiono contadini, operai, comunità indigene, mercati, feste, danze, lotte e trasformazioni sociali. Non più figure di contorno, ma protagonisti della storia. Rivera non porta semplicemente il popolo davanti all’arte: porta l’arte nei luoghi del popolo, trasformandola in uno strumento pubblico, civile e pedagogico.

Tra il 1923 e il 1928 guida la decorazione della Secretaría de Educación Pública, costruendo una vera epopea visiva del Messico postrivoluzionario. Le suggestioni rinascimentali e bizantine incontrano i colori della tradizione popolare, il passato precolombiano e la vita quotidiana. Accanto a lui operano José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, i “Tres Grandes” del Muralismo: Rivera celebra soprattutto la forza delle comunità e del lavoro; Orozco restituisce una visione più amara e critica della storia; Siqueiros sperimenta materiali e tecniche per denunciare le disuguaglianze sociali.

Ma la mostra evita di ridurre la modernità messicana ai grandi muri e alla retorica rivoluzionaria.

Frida Kahlo, María Izquierdo, Rufino Tamayo, Agustín Lazo e molti altri artisti esplorano territori differenti: il corpo, l’identità individuale, il sogno, il fantastico, la vita urbana e le inquietudini della modernità. Il Messico che emerge dalle sale non possiede una voce unica e non coincide con un’immagine folcloristica fatta soltanto di colori accesi, fiori e costumi tradizionali.

È un Paese attraversato da tensioni: tra radici indigene e apertura internazionale, dimensione collettiva e ricerca personale, progetto politico e libertà creativa. Rivera rimane la figura attorno alla quale questo universo prende forma, ma non lo esaurisce. La sua grandezza consiste forse proprio nell’avere compreso che un’arte nazionale non nasce chiudendosi al mondo. Si costruisce assorbendo linguaggi diversi, passando dalle accademie alle avanguardie, da Parigi a Roma, per poi tornare a guardare con occhi nuovi la propria terra.

Nelle sale di Villa Caffarelli quel viaggio sembra così completare un cerchio. Il pittore che aveva osservato gli affreschi italiani per capire come le immagini potessero abitare la storia ritorna oggi a Roma con le opere attraverso le quali il Messico imparò a rappresentarsi.

Non come periferia della modernità europea, ma come uno dei luoghi in cui la modernità trovò una lingua autonoma: popolare e colta, antica e rivoluzionaria, profondamente messicana e, proprio per questo, universale.

Fe.Pe.

 Mujer sentada con floresDiego Rivera (1886-1957)

Mujer sentada con flores

Donna seduta con fiori

1944

olio su tela, 118 x 150 cm

Città del Messico, Colección de Arte BBVA México, inv. CCB062

 Mujer con cántaroJean Charlot (1898-1979)

Mujer con cántaro

Donna con anfora

1922

olio su tela, 84.5 x 58.5 cm

Città del Messico,

Colección Andrés Blaisten, inv. JCh007