Ibiza

La prima volta che andai a Ibiza dissi a mio padre che andavo a Barcellona per un viaggio di cultura con un salto alle Baleari. La seconda volta, pure. Nonostante nel frattempo fossero passati vent’anni e una laurea in filosofia.

Discoteca IbizaIbiza soffre da sempre di una strana reputazione. È una di quelle mete che tutti conoscono, che tutti sognano almeno una volta nella vita, ma che quando devi raccontare ai parenti tendi ancora a rivestire di una certa nobiltà intellettuale.

“Vado a Ibiza” genera immediatamente immagini che vanno da un rave permanente all’imminente perdizione dell’anima.

“Vado alle Baleari” invece fa pensare a una persona equilibrata, interessata alla geografia e possibilmente alla tutela del patrimonio UNESCO. La cosa divertente è che a Ibiza la cultura c’è davvero. Ci sono le mura rinascimentali di Dalt Vila, la città vecchia patrimonio dell’umanità, i musei, i siti archeologici e persino qualche chiesa che merita una visita. Solo che nessuno prenota un volo pensando: “Non vedo l’ora di approfondire l’urbanistica militare del XVI secolo”. Ci va perché Ibiza è uno stato mentale. È il luogo in cui per qualche giorno le persone ricordano che non sono un’estensione del proprio calendario elettronico. Che la vita non è fatta soltanto di riunioni, password da cambiare, notifiche, aggiornamenti software e opinioni obbligatorie su qualsiasi argomento. La giornata perfetta comincia presto, quando il sole illumina i vicoli bianchi di Dalt Vila e il porto si sveglia lentamente. Una passeggiata tra le stradine della città vecchia, un caffè vista mare e quella sensazione rassicurante che il Mediterraneo, quando vuole, sappia ancora fare il Mediterraneo.

Poi arrivano le calette. Cala Comte, Cala Saladeta, Cala d’Hort. Luoghi che hanno un unico difetto: dopo averli visti si sviluppa una certa severità nei confronti di tutte le altre spiagge del mondo.L’acqua è così trasparente che viene spontaneo controllare se qualcuno abbia aumentato la saturazione del paesaggio. A pranzo si mangia pesce. Nel pomeriggio si gira l’interno dell’isola tra mercatini, piccoli villaggi e quella cultura hippie che qui non è mai stata una moda ma una forma di resistenza esistenziale. Negli anni Sessanta arrivarono artisti, musicisti, scrittori, sognatori e persone semplicemente stanche di sentirsi dire come si dovesse vivere. A pensarci bene, non è cambiato molto.

Poi arriva quell’ora. Le cinque del pomeriggio.  L’ora in cui migliaia di persone si dirigono verso i grandi beach club dell’isola, dall’Ushuaïa Ibiza agli altri templi della musica elettronica che hanno reso Ibiza famosa nel mondo. Chiamarli locale sarebbe come definire il Colosseo una discreta arena di quartiere. Qui la festa inizia quando nel resto del mondo la gente sta ancora discutendo se prendere uno spritz o un calice di bianco. Sul palco salgono alcuni dei DJ più famosi del pianeta e davanti si forma uno degli spettacoli più interessanti dell’isola. Non quello sul palco. Quello sotto. C’è chi indossa paillettes in pieno giorno, chi gira scalzo, chi sembra appena uscito da una sfilata di moda, chi da una spedizione antropologica e chi da una seduta particolarmente creativa dall’armocromista. Eppure nessuno stona. A Ibiza accade una cosa rarissima: le differenze non dividono, divertono.

Per qualche ora non esistono professioni, titoli, follower, carriere, algoritmi e perfino quelle bio di Instagram che nella vita reale interessano a nessuno. Esiste soltanto un popolo temporaneo che ride, scherza, canta e balla guardando il sole che scende nel Mediterraneo. Molti associano quest’isola alla trasgressione. Io l’ho sempre associata alla libertà. E la libertà non è fare qualsiasi cosa. È non sentirsi costantemente osservati, giudicati, classificati, valutati. È non dover avere per forza un’opinione su tutto. Che già nella vita normale siamo costretti a esprimerci sul conflitto in Medio Oriente, sull’intelligenza artificiale, sulla dieta chetogenica, sul remake di un film degli anni Ottanta e sul colore del vestito di qualcuno che non conosciamo.

Che stanchezza. Ibiza compie un piccolo miracolo: ci restituisce il diritto di essere leggeri.Non superficiali. Leggeri. Che è una delle cose più profonde che possano capitare a un essere umano. E forse è proprio per questo che continuiamo a tornarci.

Anche quando raccontiamo ai nostri genitori che stiamo andando a Barcellona per un viaggio di cultura.

Vi.Sa.