di Angelica Grivel Serra
Scrittrice
Quando l’immaginario di William Shakespeare si sposta appena fuori dalla Verona del turismo dei lucchetti d’amore e delle istantanee fotocopia con la placida statua di Giulietta, emerge tutt’altra geografia cittadina, ben più sanguigna, complessa e spietata. Si scopre infatti una realtà che, lungi dall’agire da fondale esotico per l’intreccio di passioni umane, si configura come un organismo vivente che orienta ogni scena, incontro e vicenda del dramma.
Non è un caso che proprio la città scaligera sia diventata per sei giorni, dal 20 al 26 luglio, il polo globale degli studi umanistici, accogliendo il dodicesimo Congresso Mondiale Shakespeariano (WSC), promosso dalla International Shakespeare Association e orchestrato dall’Università di Verona con il suo Centro Skenè, diretto da Silvia Bigliazzi, ordinaria di Letteratura inglese all’Università di Verona, nonché traduttrice eminente del drammaturgo di Stratford.
L’evento, approdato per la prima volta in assoluto in Italia, ha riunito centinaia di studiosi giunti da ogni continente per interrogarsi sull’eredità del Bardo, confermando Verona come palcoscenico elettivo per decodificare le inquietudini e i linguaggi
di ieri e oggi. Proprio in tale orizzonte urbano prende nuovo respiro la vicenda di Romeo e Giulietta che, sottratta a svenevoli convenzioni, s’appiglia pervicacemente all’Italia sin dalla sua più remota radice, non solo per ambientazione. Bigliazzi racconta che l’archetipo della tragedia shakespeariana attinge al mito ovidiano dei giovani babilonesi Piramo e Tisbe, vicini di casa osteggiati in amore dalle rispettive famiglie, costretti a parlarsi attraverso la fessura del muro, suicidi entrambi per equivoco. Specifica però che, nel laboratorio teatrale di Shakespeare, sorge qualcosa di nuovo sin dalla concezione planimetrica della vicenda, che diventa molto più vasta, perché “l’interdizione domestica viene sostituita da un ambiente attivo”, venato di “violenza prepolitica, appartenenze tribali e lignaggi, a investire l’intero spazio civico”. Ma è ancor più sul terreno della tradizione novellistica italiana del Rinascimento che la creatività narrativa di Shakespeare si slancia in arabesco, operando, tra i mille rivolgimenti, una decostruzione di genere in filigrana. Shakespeare osserva, in particolare, spicchi d’intreccio della novella del vicentino Luigi Da Porto, composta verosimilmente tra il 1512 e il 1524, con titolo Giulietta e Romeo. Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti.
La professoressa Bigliazzi sottolinea che dalle pagine di Da Porto affiori un Romeo “abbigliato da ninfa, che appare più bello di qualsiasi altra donna, rivelando tratti androgini che attirano lo sguardo di Giulietta”; ed è infatti lei a vederlo per prima, in un gioco sofisticato di riconoscimento, come se proiettasse una parte di sé nel Romeo mascherato. Il fatto che a guidare il chiasmo di sguardi sia la donna è cruciale, come dimostrato puntualmente anche dalla dinamica shakespeariana, ove a Romeo viene sottratto il primato d’azione e Giulietta spicca come il solo, vero baricentro volitivo della storia. È lei a scardinare il codice d’amore del tempo, sancito da una sintassi petrarchesca (forse antenata dei modelli prestampati delle attuali app di incontri, dopotutto), intimando a Romeo di non giurare sulla luna mutevole e di abbandonare mielosità codificate. Il momento dell’evoluzione, per Romeo, avviene molto più tardi, quando apprende la falsa notizia della morte dell’amata e affonda in una solitudine essenziale, inaugurando una battaglia col cielo.
Le due varianti principali del testo di Shakespeare risultano qui discordanti in modo avvincente: in un’edizione si legge che Romeo dichiari “io vi sfido, stelle”; nell’altra, “io vi nego, stelle”. Sebbene molti editori moderni prediligano la prima opzione, la coerenza del dramma spetterebbe, secondo Bigliazzi, alla seconda; poiché, col darsi la morte, Romeo autoafferma la propria libertà, contro le maglie della violenza mondana e il disegno superiore degli astri. Sin dalla scena emblema del balcone, le parole di Giulietta sono chiare: «deny thy father, refuse thy name». Come dagli studi della professoressa, è evidente anche dalla traduzione letterale del primo verbo che, innamorandosi, “i due amanti non trasgrediscono la legge: la negano”, trascendendola in uno spazio mitopoietico del “come se”. Il loro amore si colloca in un mondo possibile, sognato in due, vivo nel segreto.
E la morte ne è, più che il sigillo, l’apice paradossale, il punto in cui esso “si sottrae ai vincoli del tempo e della società.” Del sommo testo shakespeariano, i Romantici Hazlitt, Coleridge, Lamb e Schlegel celebrarono, rispettivamente, “la purezza, l’irrazionalità, l’irripetibilità e l’assolutezza della passione”.
Espressioni che si potrebbero sottoscrivere oggi, consone a una tragedia la cui eco risuona ininterrotta, financo nella cultura contemporanea, senza mai negarsi alla malleabilità di rivisitazioni nel suo parlare al presente: come nella Romeo and Juliet di Mark Knopfler e i Dire Straits, dove il dramma si fa rock struggente per l’unilateralità di un amore non ricambiato, con Romeo che si scopre figura quasi buffa nella sua dolorosa ostinazione.
La tragedia classica vibra così di solitudine e nostalgia, sulle strade di un tempo sbagliato, nell’eterna e sfasata ricerca dell’altro



































