di Fernanda Perri
In un’epoca in cui la distanza tra centro e periferia non basta più a raccontare la città, Roma si rivela come un mosaico di territori da rileggere. I quartieri hanno assunto ruoli nuovi, i flussi si sono spostati, le comunità si sono definite. È da questo cambiamento silenzioso che nasce il progetto guidato da Andrea Catarci, responsabile dell’Ufficio Giubileo delle Persone e Partecipazione di Roma Capitale, e da un gruppo di studiosi e ricercatori. La nuova mappa arriva 48 anni dopo l’istituzione delle zone urbanistiche introdotte alla fine degli anni Settanta dalla giunta guidata dal sindaco Giulio Carlo Argan. Oggi la città viene ridisegnata a partire da ciò che la compone davvero: 327 quartieri, 22 rioni e 104 zone funzionali. Dare nome ai luoghi significa restituire identità, soprattutto a quelli rimasti ai margini delle narrazioni ufficiali. Tra questi, i 130 quartieri fuori dal GRA, dove vivono circa 800 mila persone e dove la distanza dai servizi pesa spesso più della distanza dal centro. Questa nuova mappatura nasce da una domanda semplice ma decisiva: cosa rendere visibile della città, e perché. È uno strumento pensato per leggere processi complessi e trasformarli in scelte concrete, non un’immagine statica ma un dispositivo dinamico. Accanto ai dati, il progetto ha previsto un percorso di ascolto e confronto con i cittadini. Il periodo di partecipazione si è chiuso il 15 gennaio 2026, mentre la rivista va in stampa: 4.000 segnalazioni hanno accompagnato la costruzione della mappa, che resta uno strumento aperto in una Roma in trasformazione.
C’è qualcosa di sorprendente nel fatto che, mentre l’intelligenza artificiale promette di mettere ordine ovunque, la nuova mappa di Roma nasca da un lavoro collettivo e partecipato. Non da un algoritmo, ma da voci, segnalazioni, attraversamenti reali. Ricorda che una città, prima di essere organizzata, va condivisa. Ne parliamo con Andrea Catarci.
Quali sono oggi i veri “centri” e le vere “periferie” di Roma, al di là della geografia amministrativa?
Oggi la centralità non coincide più con il centro storico. Ci sono territori che esercitano funzioni centrali, per servizi, lavoro, flussi, densità di relazioni, pur essendo geograficamente periferie storiche, oggi città consolidata; al contrario aree centrali vivono dinamiche di marginalizzazione con la dimensione produttiva sostituita dalla “monocultura del turismo”, soprattutto nei rioni. Penso ad aree come Tiburtina, Ostiense, l’Eur, Ostia, che svolgono un ruolo centrale sul piano culturale, produttivo e associativo. Roma è diventata una città policentrica e la nuova mappa dei quartieri serve proprio a rendere visibili le centralità diffuse.
Ogni mappa implica una scelta. Che cosa avete deciso consapevolmente di non rappresentare?
Abbiamo evitato di rappresentare tutto ciò che non fosse legato alla dimensione prettamente identitaria e utile alla lettura e alla programmazione. Identità, dati su scala di quartiere, programmazione, conoscenza, questi sono gli elementi che hanno guidato il nostro lavoro.
C’è un quartiere che, dati alla mano, ha smentito più di altri l’immaginario collettivo?
Diversi quartieri periferici mettono in crisi l’immaginario collettivo. Tor Bella Monaca, San Basilio e Quarticciolo, ad esempio, sono spesso raccontati esclusivamente come luoghi di marginalità, mentre i dati restituiscono una densità straordinaria di pratiche sociali, presìdi culturali e reti associative. Quartieri centrali e vitali, come San Lorenzo o Esquilino, mostrano fragilità abitative e sociali più profonde di quanto l’immagine pubblica lasci intendere. Il lavoro serve proprio tra le altre cose a smontare questi automatismi narrativi alimentati da pregiudizi e stereotipi.
Guardando la Roma di oggi, c’è un luogo o un quartiere che le sembra raccontare in anticipo la città che verrà?Penso soprattutto alle aree di margine e di transizione. Zone come Ostiense–Marconi o Tiburtina–Pietralata sono già oggi laboratori urbani e hanno acquisito nuove funzioni produttive e logistiche: da ex spazi industriali sono diventati luoghi di cultura, università, nuove economie, economia digitale, territori attraversati da forti contraddizioni sociali. È in questi e altri spazi ancora più ibridi e ancora instabili, però, che Roma sperimenta in anticipo i propri futuri possibili: sono i numerosi quartieri e quadranti che hanno scarsità di servizi e attività di prossimità che, nell’aumentarne la dotazione, diventano “città nuova”.
Quanto pesa la dimensione emotiva dei romani nel rappresentare la città su una mappa?
Conta moltissimo. Roma è una città di appartenenze fortissime e di memorie stratificate. Ogni romano è legato alla sua città e, ugualmente o di più, al proprio quartiere. Questo rende il lavoro estremamente complesso e al contempo ricco e stimolante. Il lavoro scientifico deve dialogare con la percezione delle persone: è ciò che stiamo facendo attraverso l’ascolto della cittadinanza, dei comitati di quartiere e dei corpi intermedi in genere, direttamente e anche attraverso la possibilità di esprimere opinioni fino al 15 gennaio sulla pagina dedicata del portale istituzionale di Roma Capitale (https://www.comune.roma.it/web/it/i-quartieri-di-roma.page). Altrimenti si rischia di produrre una carta tecnicamente corretta ma socialmente muta.
Una nuova mappa può cambiare solo la gestione amministrativa o anche l’immaginario dei cittadini?Sì, perché rendere visibili certi processi significa anche legittimarli. Una mappa può aiutare a sentirsi parte di una comunità locale e a riconoscere la propria città in modo meno stereotipato e più consapevole. Non cambia da sola la realtà ma può cambiare il modo in cui la realtà viene letta, discussa e compresa.
Quanto ha inciso il suo percorso personale su questo progetto?
Molto. Il lavoro di ricerca prima, l’esperienza politica con i dieci anni da Presidente di Municipio, tre da assessore, ma soprattutto una vita nei territori mi hanno aiutato molto a conoscere pezzi della città e della romanità. Senza l’ascolto diretto dei quartieri e senza l’abitudine a tradurre i dati in decisioni pubbliche questo progetto sarebbe rimasto un esercizio accademico. L’obiettivo è invece costruire uno strumento vero e utile alle scelte del governo cittadino.
Esistono ancora, a Roma, quartieri “di destra” e quartieri “di sinistra”?
Sempre meno. Le appartenenze politiche si sono fatte più fluide e rispondono spesso a condizioni materiali, accesso ai servizi, percezione di sicurezza. Le identità territoriali non scompaiono ma non coincidono più automaticamente con una collocazione politica storica.
Le borgate però votano a destra e la sinistra si è trasferita nei quartieri bene
È il risultato di una trasformazione lunga. I quartieri storicamente ricchi e borghesi hanno interiorizzato una cultura progressista, mentre molte periferie esprimono una domanda di protezione e riconoscimento che la sinistra non sempre ha saputo intercettare. Questo scarto racconta una crisi di rappresentanza più che un semplice spostamento elettorale.
Roma è attraversata anche da geografie non ufficiali: reti informali, spazi di sopravvivenza, luoghi che sfuggono alle mappe tradizionali. Come vivono queste comunità – migranti, emarginati, soggetti invisibili – e che responsabilità ha una mappatura pubblica nel riconoscere e includere queste geografie?Esiste una geografia meno visibile, fatta di reti informali, lavoro precario, luoghi di aggregazione non ufficiali. È una Roma invisibile e degli invisibili. Come esiste una Roma alternativa in spazi, linguaggi, culture e produzioni legate ai mondi dei centri sociali autogestiti e alla loro ibridazione con altri fenomeni comunitari nonché con le problematiche dell’abitare, del lavoro, dello sport e della cultura. E ce ne sono molte altre. Non sono città separate ma dimensioni che attraversano quella ufficiale, presente ovunque. La sfida è rendere visibili queste presenze senza stigmatizzarle, riconoscendole come parte integrante della Roma contemporanea.
E infine, la nostra domanda di rito, che libro c’è sul comodino di Andrea Catarci in questo periodo?Tre. Le città invisibili di Italo Calvino, un libro che ci ricorda che la città non è mai solo ciò che appare sulle mappe ufficiali: è fatta di relazioni, memorie, desideri, paure. Insegna a guardare lo spazio urbano come un sistema di significati, non soltanto di strade e confini. Poi Le mappe della disuguaglianza di Lelo, Monni e Tommasi, che riporta tutto sul terreno dell’analisi concreta: dimostra come i dati, se usati bene, possono rendere visibili le disuguaglianze che attraversano i territori e orientare le scelte pubbliche. Quest’ultimo in realtà mi è stato “imposto” da Monni, che è anche coinvolto nel progetto che stiamo portando avanti, però poi l’ho molto apprezzato. E infine Il grande romanzo della Roma di Tonino Cagnucci, perchè essere romanisti è una forma di educazione sentimentale alla città: ti allena all’attesa, alla sofferenza collettiva e a una fiducia ostinata che sfida ogni evidenza e che, quando arriva a una vittoria, lo fa in uno scoppio collettivo di gioia e passione, inarrestabili. È una mappa emotiva di Roma, forse la più accurata che abbiamo.
Andrea Catarci – pillole• Si forma politicamente prima nelle piazze che nei palazzi, tra movimenti e università.
• Arriva alle istituzioni partendo dai territori, non il contrario.
• Per dieci anni guida un Municipio ro mano, imparando che governare
significa ascoltare.
• In Campidoglio è stato assessore, lavorando su partecipazione,
decentramento e servizi di prossimità.
• Oggi segue il Giubileo delle Persone, con l’idea che le città siano fatte
prima di tutto di comunità.
• Tifa Roma e va allo stadio:
una passione che vive come esercizio di pazienza e appartenenza.
• Fuori dal lavoro è padre, compagno, e quando può torna al lago di Bracciano, il suo spazio di tregua.



































