Annunciato nel 2022 e presentato ufficialmente nel 2024, il Piano Mattei richiama nel nome il fondatore dell’ENI e la sua idea di accordi fondati su interessi reciproci. Oggi è la strategia con cui l’Italia intende rafforzare la cooperazione e le relazioni economiche con l’Africa. La terza relazione al Parlamento indica 76 iniziative in corso in 18 Paesi e una dotazione iniziale di 5,5 miliardi di euro. Sono numeri che danno la misura dell’impegno; il passo successivo è capire come i progetti avanzino e quali benefici producano. Ne abbiamo parlato con il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, che ha la delega alla Cooperazione allo sviluppo.
Dopo oltre due anni dalla presentazione formale del Piano Mattei, a che punto siamo?
Ho concentrato una parte consistente delle risorse a disposizione per la cooperazione sull’Africa, aumentato i Paesi prioritari da 11 a 23 e le risorse a disposizione (da meno del 30% del totale a circa il 60%), puntando maggiormente sulla cooperazione bilaterale attraverso una crescente integrazione di Università e Organizzazioni della Società Civile, nonché su un utilizzo più mirato dello strumento multi-bilaterale, ovvero della collaborazione con le Organizzazioni Internazionali, che abbiamo puntato a coinvolgere in molte iniziative di carattere strategico, dalla sicurezza alimentare, alla digitalizzazione, alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico.
Quanti e quali risultati sono stati raggiunti dal Piano Mattei e in quali Paesi?
Siamo partiti nel 2024 con 9 Paesi pilota, diventati 14 nel 2025 e oggi il Piano coinvolge 18 Paesi partner, con 76 iniziative in corso in ambito agricolo, della sicurezza alimentare, dell’acqua, della sanità, della formazione, dell’energia e delle infrastrutture. Siamo quindi entrati pienamente nella fase operativa, anche se naturalmente i progetti presentano livelli di avanzamento differenti. Ma il punto non è soltanto quanti progetti realizziamo. È il metodo: una cooperazione da pari a pari, nella quale individuiamo insieme ai nostri partner africani le priorità e mobilitiamo risorse pubbliche, private, italiane, europee e internazionali. Ci sforziamo inoltre di non finanziare singoli progetti scollegati tra loro, ma di costruire partenariati strutturali capaci di produrre sviluppo nel tempo.
Può indicarci un progetto particolarmente vincente?
Citerei il programma sulle filiere sostenibili del caffè, avviato in Etiopia, Uganda, Kenya, Tanzania e Malawi e potenzialmente estendibile ad altri Paesi africani produttori. È un programma capace di generare un effetto leva superiore a 500 milioni di euro e racchiude molti degli elementi sui quali abbiamo lavorato in questi quattro anni: cooperazione, formazione, rafforzamento delle filiere locali, coinvolgimento delle imprese e capacità di attrarre ulteriori risorse. L’obiettivo non è soltanto aumentare la produzione e renderla più resiliente ai cambiamenti climatici, ma migliorare la qualità, formare le persone e fare in modo che una quota maggiore del valore generato rimanga nei Paesi produttori. Non assistenzialismo, ma investimenti capaci di generare altro sviluppo.
C’è qualcosa che rallenta le procedure?
Sono state adottate diverse delibere che hanno sfruttato tutti i margini concessi dalla legislazione vigente immutata per semplificare le procedure di stanziamento dei fondi, ad esempio, creando un tavolo permanente con gli Enti Territoriali volto ad individuare congiuntamente i progetti di cooperazione, consentendo di superare il precedente sistema dei Bandi cui erano sottoposti enti come le Regioni a causa di una interpretazione eccessivamente burocratica della Legge 125 del 2014; ma esistono certamente ulteriori margini per migliorare e velocizzare. La cooperazione internazionale deve confrontarsi con ordinamenti differenti, procedure amministrative, autorizzazioni e, in alcuni casi, situazioni politiche e di sicurezza particolarmente complesse. In questi quattro anni abbiamo lavorato per rendere la nostra azione più efficace. Dobbiamo accelerare ulteriormente.
Quale percentuale dei lavoratori impiegati nei progetti è africana?
La stragrande maggioranza. Il dato varia in base alla natura, al Paese e alla fase di realizzazione di ogni intervento. Quello che conta è il principio che abbiamo seguito: la cooperazione deve lasciare valore sul territorio. Non soltanto infrastrutture, ma lavoro, professionalità, conoscenze e competenze.
La formazione e il capitale umano sono centrali anche nel Piano Mattei.
Se realizziamo un’opera senza coinvolgere le comunità locali e senza formare chi dovrà gestirla, difficilmente quell’intervento potrà essere sostenibile nel tempo. Il nostro obiettivo è costruire filiere economiche e professionalità locali capaci di durare anche grazie a una presenza italiana stabile e rafforzata.
Si è parlato di una collaborazione “da pari a pari”. Riuscite a coinvolgere anche le comunità e le imprese locali?
È esattamente quello che stiamo facendo e in questo lavoro le Organizzazioni della Società Civile svolgono un ruolo fondamentale. Sono un patrimonio straordinario della nostra cooperazione. In molti Paesi operano da decenni, conoscono i territori e le comunità e riescono ad arrivare dove talvolta le istituzioni avrebbero maggiori difficoltà.
Il partenariato paritario immaginato dal Presidente Meloni con il Piano Mattei non può limitarsi ai rapporti tra governi. Deve coinvolgere imprese, università, amministrazioni, società civile e comunità locali.
Come avviene l’accesso al Piano Mattei per le imprese italiane?
Non è un unico grande bando, ma una strategia nella quale operano diversi soggetti e strumenti del Sistema Italia: AICS, Cassa Depositi e Prestiti, SACE, SIMEST, il Fondo Italiano per il Clima e le altre amministrazioni coinvolte. Per troppo tempo la cooperazione allo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese sono state considerate due mondi separati.
Noi vogliamo farle dialogare, nel rispetto delle rispettive finalità e competenze.
Esistono, per esempio, il Plafond Africa di Cassa Depositi e Prestiti da 500 milioni di euro e la Misura Africa, con una dotazione di 200 milioni nell’ambito del Fondo 394 gestito da SIMEST. A questi si aggiungono le garanzie SACE e gli strumenti di accompagnamento e assistenza tecnica. La sfida è coinvolgere sempre di più anche le piccole e medie imprese che possiedono competenze e tecnologie che possono rispondere concretamente alle esigenze dei Paesi africani.
In che modo il Piano Mattei si sta rivelando importante sul piano energetico?
Il continente africano possiede enormi potenzialità e l’Italia, per posizione geografica, competenze tecnologiche, capacità industriali e relazioni politiche, può svolgere una funzione naturale di ponte verso l’Europa.
Ma ritorna il principio posto da Giorgia Meloni alla base del Piano Mattei: dobbiamo superare qualsiasi approccio predatorio.
Gli investimenti devono produrre benefici anche nei Paesi africani: infrastrutture, accesso all’energia, formazione, occupazione e sviluppo delle filiere industriali locali. È questa la differenza tra una semplice relazione commerciale e un autentico partenariato strategico.
Il contrasto all’immigrazione irregolare compare tra gli obiettivi originari del Piano Mattei. Un investimento in acqua, agricoltura o formazione può ridurre realmente le partenze?
Non esiste un automatismo. Esiste però un legame evidente tra mancanza di opportunità, instabilità economica e sociale e fenomeni migratori. Il Presidente Meloni ha parlato del diritto a non dover emigrare.
È un concetto fondamentale: la cooperazione deve contribuire a creare le condizioni affinché soprattutto i giovani possano scegliere di costruire il proprio futuro nella propria terra.
Il contrasto all’immigrazione irregolare richiede anche sicurezza, lotta ai trafficanti e collaborazione con i Paesi di origine e di transito. Allo stesso tempo dobbiamo costruire percorsi di immigrazione legale, qualificata e coerente con le esigenze del nostro sistema produttivo. Sviluppo, sicurezza e gestione dei flussi sono aspetti distinti, ma devono rientrare in una strategia complessiva.
SACE ha rilasciato oltre 4 miliardi di garanzie. Quante sono associate a contratti effettivi, quali aziende ne beneficiano e quanto rischio ricade sullo Stato italiano?
Bisogna innanzitutto distinguere una garanzia da una spesa pubblica. SACE ha comunicato di aver rilasciato, dall’avvio del Piano Mattei, 4,6 miliardi di euro di garanzie a sostegno dei progetti di oltre 500 imprese. Sono coinvolte filiere che vanno dall’agroalimentare all’energia, dalla meccanica alle infrastrutture, fino all’automotive e alla chimica. Esistono già operazioni molto concrete.
In Togo, per esempio, SACE ha garantito un finanziamento di 78,3 milioni di euro a supporto di un contratto commerciale complessivo da 100 milioni per la fornitura di macchinari agricoli italiani.
Ogni operazione comporta naturalmente una valutazione finanziaria e del rischio, effettuata secondo le procedure previste. La funzione pubblica è accompagnare le nostre imprese in mercati nei quali determinati investimenti sarebbero altrimenti più difficili, senza trasformare l’intervento dello Stato in un’assunzione indiscriminata del rischio privato.
Cosa si può fare in più?
Molto. Dobbiamo continuare a rafforzare la cooperazione bilaterale, rendere ancora più efficace e guidato il ricorso agli strumenti multi-bilaterali, valorizzare il patrimonio delle Organizzazioni della Società Civile e integrare sempre di più le diverse componenti del Sistema Italia. Dobbiamo coinvolgere maggiormente le imprese italiane e africane, attrarre capitali privati e internazionali, investire nella formazione e accelerare l’attuazione dei progetti.
Soprattutto, dobbiamo misurare sempre meglio i risultati. Non soltanto quanti milioni abbiamo stanziato, ma quante persone abbiamo formato, quanti posti di lavoro abbiamo contribuito a creare, quante comunità abbiamo raggiunto, quante imprese locali abbiamo coinvolto e quanto sviluppo siamo riusciti a generare.
Ad esempio, sappiamo già che riusciremo a formare più di 1300 alti funzionari pubblici di Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya e Tunisia grazie a un ambizioso progetto avviato in collaborazione con la nostra Scuola Nazionale dell’Amministrazione, un progetto che ho fortemente voluto.



































