Silvia Salis arriva alla politica quasi di traverso, come spesso accade a chi non l’ha mai cercata davvero. Ex atleta di alto livello, abituata alla disciplina, al tempo e alla fatica, Salis non nasce nei partiti né nelle stanze del potere. Ci arriva portandosi dietro un’altra grammatica: quella dello sport, dove ci si espone sempre, si perde e si vince in prima persona, senza alibi.
È determinata, e lo si capisce dal modo in cui affronta il conflitto e dalla scelta di non sottrarsi mai. In un momento in cui la politica sembra giocare soprattutto a nascondersi, Salis sceglie l’esatto contrario: prende posizione, dice la sua, ci mette la faccia. Lo fa mentre il suo nome circola come possibile scelta credibile per ruoli ben più ampi – dalla guida di grandi istituzioni fino, secondo alcuni, alla presidenza del Nazareno.
La sua scelta, almeno per ora, è stata un’altra: restare. Portare a termine il mandato da sindaca di Genova, città complessa che ha deciso di abitare politicamente fino in fondo, senza scorciatoie. Un lavoro fatto di atti concreti: il rilancio dei diritti sociali e civili, il ritorno dell’amministrazione nei quartieri, il censimento degli invisibili – chi non compare nei dati, nei servizi, nelle statistiche, ma esiste – e l’introduzione dell’educazione affettiva come strumento di prevenzione e crescita che parte dalle prime età, dalla scuola, dal linguaggio con cui si cresce. Dopo è già tardi.
Un’idea di politica che non interviene solo quando il conflitto esplode, ma prima. Che non delega il consenso ai sondaggi e non rinuncia alla responsabilità. Come nello sport: si entra in campo, si regge l’urto, si va fino in fondo.
Sindaca, ci dice una cosa bella della sua città?
Genova è una città con grandi opportunità, con il porto più importante del Mediterraneo e una blue economy che traina tutto il Nord Italia e non solo. Sono opportunità economiche notevoli per la città e anche per le generazioni future, con un lavoro che sia qualificato e qualificante anche per i giovani.
Un dispiacere?
Che sia da troppo tempo isolata, che i lavori siano in grave ritardo, alcuni rimandati per decenni, e che l’aeroporto inizi solo adesso un suo percorso di sviluppo. Negli anni in cui si sono sviluppati tutti gli aeroporti di grandezza media, Genova è stata a guardare ed è stato un dispiacere soprattutto nei mancati collegamenti verso l’estero che l’hanno resa meno appetibile.
A quali priorità sta lavorando?
Trasporti e servizi: sono i due elementi che rendono una città veramente democratica, e poi un’attenzione particolare per alcuni progetti futuri a tema social housing.
Qual è la forza economica di Genova?
Indubbiamente il porto, il polmone blu di Genova che dà vitalità al commercio, un’infinità di posti di lavoro e fa arrivare turisti da tutto il mondo.
Quali i punti deboli?
Sicuramente i collegamenti verso l’esterno. Ma, da sindaca, la mia grande preoccupazione è la fragilità di una città esposta al mare senza sufficienti protezioni, ed esposta anche ai pericoli di un grave dissesto idrogeologico.
In che modo può sostenervi maggiormente il Governo?
Innanzitutto, facendo un primo grande piano per la cura del territorio e per la messa in sicurezza. Poi velocizzando i lavori per i collegamenti verso l’esterno come il Terzo Valico, l’alta velocità, i lavori sulle autostrade e sui tanti ponti e impalcati della città.
C’è stata un’ondata, in Occidente, che sembra voler fare un passo indietro sul tema dei diritti. Che ne pensa?
La storia non è una linea retta verso il progresso, a volte fa delle curve a gomito e regredisce. Vediamo un’ondata di autoritarismo in Europa e in tutto il mondo: penso vada combattuta con la difesa della democrazia e l’esercizio dei diritti che sono alla base di uno Stato democratico e, aggiungo, progressista.
Che ripercussioni sul suo territorio?
Di tutti i tipi, sia in tema di diritti sia sul piano economico. È dimostrato che dove c’è autoritarismo e nazionalismo non c’è apertura economica verso l’esterno e non c’è sviluppo. Soprattutto in Europa è molto complesso, bisognerebbe lottare per un continente più unito con Stati che collaborano sempre di più.
Come sta lavorando sull’immigrazione?
È una domanda a cui un sindaco non può rispondere: i sindaci subiscono l’immigrazione clandestina. Non è gestita dai sindaci che, invece, spesso diventano quelli su cui si scarica la gestione della sicurezza che sarebbe una competenza del governo. Mentre l’immigrazione regolare non rappresenterà mai un problema, ma un elemento naturale nella storia dei popoli.
Quali sono le categorie più fragili della sua città?
Sono le categorie fragili di ogni città, ma noi in aggiunta abbiamo l’età media più alta d’Europa e dobbiamo fare attenzione a tutte le politiche che riguardano il contenimento del disagio nella terza età.
Un commento sul DL sicurezza.
Estendo il commento alla sicurezza in generale: erano arrivate grandi promesse che poi non sono state esaudite. C’è bisogno di un patto per la sicurezza, ho già chiesto al ministro Matteo Piantedosi di venire a Genova per firmarlo perché da soli con la Polizia Locale non ce la possiamo fare. Dal governo vorrei più collaborazione e risorse, Genova è una città di porto in una regione di confine e presenta delle criticità che, a tema sicurezza, sono più complesse da gestire.
Andrà a votare per il referendum sulla giustizia?
Andrò a votare e voterò no.
Nei giorni scorsi ha introdotto l’educazione affettiva senza aspettare lo Stato. Di cosa si tratta?
Si è fatto tanto rumore su questo tema, ma credo sia un ottimo strumento per capire come evolve il mondo intorno a loro. Penso sia fondamentale trattare ogni argomento con strumenti, metodologie e parole che siano coerenti con l’età dei bambini a cui ci si riferisce, ma bisogna iniziare a pensare che dall’educazione affettiva passa gran parte dell’educazione al rispetto, all’inclusione e alla parità ed è importante iniziare sin da piccoli. Inoltre, l’educazione affettiva consente, attraverso alcuni modelli corretti, di comprendere se a casa o in situazioni private si incontrano invece modelli sbagliati: porta a capire cosa è giusto fare e cosa, invece, è tossico o nocivo.
Cosa porta nella sua giornata da sindaca della sportiva che è stata?
Porto la sveglia alle 6 e un’ora di corsa sul tapis roulant mentre ancora tutti dormono, così posso leggere le notizie, ascoltare il telegiornale e posso continuare a praticare sport: è la grande passione della mia vita, mi fa stare bene e mi fa iniziare la giornata con il piede giusto.
C’erano allora gli avversari, come ora. Cosa riconosce di buono nella Meloni e cosa invece non le piace?
Di buono le riconosco l’avere una coalizione che, non so se per convinzione o per timore di perdere la poltrona, le ha permesso di governare senza nessun intoppo nonostante tra loro ci siano elementi di discordia e siano evidenti. Detto questo, non mi piace il fastidio che prova nei confronti di qualsiasi strumento di dissenso, opposizione o controllo che esista in questo Paese: che sia opposizione politica, giornalisti o magistratura.
Vi siete mai incontrate?
Sì, brevemente alle Olimpiadi di Parigi, quando ero vicepresidente vicaria del Coni.
Come sogna la sua città?
Sogno una città connessa, che attraverso trasporti e servizi possa dare l’opportunità ai giovani di restare e a nuovi giovani di venire a vivere qui. Una città dove la blue economy possa attrarre risorse e sviluppare posti di lavoro, una città che goda del suo posizionamento e del suo clima, ma che sappia anche essere moderna e connessa con le altre città d’Italia e d’Europa.
Riesce a stare con la sua famiglia?
Purtroppo, sto poco con la mia famiglia, come tutte le persone che fanno un lavoro impegnativo. Mio marito vive a Roma, ho un bambino di due anni e per fortuna ho tanti aiuti a partire da mia mamma che mi sta affiancando nella sua crescita. Sono una persona estremamente fortunata, ma chiaramente mi manca questo elemento familiare. Ma è giusto che chi si assume un compito come il mio lo porti fino in fondo mettendoci tutte le energie e tutto il tempo che serve.
Quanto si deve fare ancora per le donne che lavorano e sono madri?
Si deve fare praticamente ancora tutto. Viviamo in un Paese in cui si parla sempre di sicurezza, ma non si parla mai di sicurezza sociale. Senza sicurezza sociale non esiste ordine pubblico, senza i diritti non esiste sicurezza. La sicurezza sociale è quella di una donna nel sapere che, se fa un figlio, non perde il lavoro, trova un posto all’asilo, non viene discriminata quando rientra al lavoro. E poi c’è il gap salariale: siamo il Paese più arretrato d’Europa per quanto riguarda la differenza salariale tra uomini e donne. Sono elementi agghiaccianti sui quali bisogna lavorare molto di più.
Qui si viaggia. Un luogo che ha a cuore e al quale ripensa spesso?
Ho fatto molti viaggi negli Stati Uniti, ho visitato molte volte New York e ci torno sempre con tanto piacere. Mi sono sempre trovata bene negli USA e mi piange il cuore, ora, vedere che in quel Paese si sia arrivati a sparare ai cittadini per strada: sono immagini che mi hanno particolarmente scioccata. Chiaramente ora, da sindaca, i miei viaggi si sono ridotti, sono quasi solo viaggi istituzionali. Anche quando ho qualche giorno di vacanza, preferisco trascorrerli vicino a Genova in modo da poter rientrare subito in caso di necessità.
Madre e sindaca di una città complessa, dinamiche di partito sempre complesse. Se ha tempo di leggere, ci dica un libro al quale è affezionata o che ha sul comodino?
Quando posso leggo, ma ormai, purtroppo, è molto raro. La sera leggo i documenti della giornata e rivedo gli elementi emersi durante le riunioni. Comunque, i miei tre libri preferiti restano “La versione di Barney”, “Trilogia della città di K.” e “Limonov”.
di Fernanda Perri































