Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Uno spazio per la poesia. E per Alda Merini, che il 21 marzo nacque per diventare la poetessa più amata dei nostri tempi. Tormentata sin da bambina, gettata in un mondo incomprensibile, visse tra l’iniziale isolamento mistico e le ombre della malattia psichiatrica. Il poeta è solo, diceva, ma quando sta male è all’inferno. “La luce” è la poesia che la rese visibile al mondo e recita così: «Chi ti scriverà, luce divina / che procedi immutata ed immutabile / dal mio sguardo redento? / Io no: perché l’essenza del possesso / di te è “segreto” eterno e inafferrabile».
Eppure, quando aveva chiesto di essere ammessa al Liceo Manzoni di Milano, non superò la prova di italiano. Nel frattempo studiava pianoforte, ma tornava sempre il buio, che la portò per un mese in ospedale psichiatrico quando era ancora una ragazzina. Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo si accorsero però di lei, della bellezza dei suoi versi, e la frequentavano, restando affascinati dalla sua capacità di comporre immagini e sensazioni con le parole, che per Merini erano tutto: il fuoco, l’aria, l’acqua. Sposò il proprietario di alcune panetterie di Milano, ma ben presto si isolò e si rifugiò nel silenzio, creando comunque una famiglia: ebbe tre figlie, che videro la loro madre entrare e uscire tra stati di salute e malattia psichica. Morto il suo primo marito, sposò poi il poeta Michele Pierri e continuò a scrivere con una nuova, conquistata serenità. “Confusione di stelle” è tra le sue raccolte più belle che unisce il tema dell’amore e della follia che animano l’universo. Morì il 1° novembre causa di un tumore alle ossa. Finiva così la vita di questa “ape furibonda”, che fu tra le più grandi poetesse di sempre, la Proserpina della nostra primavera.