di Fernanda Perri
All’oratorio ci si va di pomeriggio, quando la scuola è finita, gli zaini sono ancora pesanti e il tempo dei ragazzi comincia a diventare una domanda sospesa: dove andare? Non è solo una questione di pallone o di muretti su cui sedersi ad aspettare un amico; è la ricerca di un luogo dove sia ancora permesso “stare”, perdendo un’ora senza l’obbligo di trasformarla in qualcosa di utile. In un’epoca dominata dalla performance, parlare di oratori oggi non significa indulgere nella nostalgia del biliardino o dei ghiaccioli, ma interrogarsi su cosa rischiamo di perdere quando spariscono gli spazi in cui i ragazzi possono esistere senza produrre, senza essere seguiti da un algoritmo o iscritti a un’attività con ricevuta e chat dei genitori.
Questa funzione di “cortile aperto” tra la famiglia e il mondo non è nuova, ma affonda le radici in una risposta storica a bisogni concreti: della Roma del Cinquecento con San Filippo Neri alla Torino dell’Ottocento di Don Bosco, l’oratorio è nato sempre lì dove intorno non c’era abbastanza per i giovani. Oggi questa rete conta oltre 5.600 strutture censite in Italia, arrivando a stime di oltre ottomila, eppure questa presenza non racconta una realtà uniforme. In molti quartieri, l’oratorio è diventato molto più di un luogo di culto: è doposcuola, centro sportivo, laboratorio e punto d’appoggio fondamentale per le famiglie che si chiedono dove lasciare i figli dopo le lezioni senza costi proibitivi.
Tuttavia, proprio questa centralità solleva un interrogativo politico profondo. Se l’oratorio finisce per essere l’unico riferimento in un quartiere, significa che qualcosa intorno è mancato: è mancato lo Stato, sono mancati gli enti locali privi di visione e una politica che ha smesso di pensare ai quartieri come luoghi da abitare anziché solo da amministrare. Spesso queste strutture entrano a colmare i vuoti lasciati da un associazionismo indebolito e dalla carenza di spazi pubblici accessibili e non commerciali.
Crescere, in fondo, non può ridursi a essere costantemente formati, monitorati o valutati; significa anche avere il diritto di abitare un posto dove non si deve dimostrare niente e dove il tempo non è già tutto organizzato. Gli oratori, dove resistono, sono forse gli ultimi cortili superstiti di questa gratuità. Ma la sfida che lanciano alla società è che non dovrebbero restare gli unici: il diritto dei ragazzi a un tempo libero, fragile e disordinato, non può essere delegato solo a una parrocchia ma deve tornare a essere una responsabilità di tutti.



































