Dublino

SECONDA PUNTATA DEL NOSTRO RACCONTO DEDICATO A DUBLINO

Oggi si può passeggiare per le strade di Dublino con l’Ulysses di Joyce in mano e ritrovare, anche grazie alle numerose insegne che la rendono un paratesto, i luoghi dell’Odisseo irlandese.

Il gusto antifrastico, e un po’ lugubre, emerge anche seguendo le vicende di un altro testo da cui origina uno dei nomi della città. Si tratta di Dirty Old Town, la canzone scritta da Ewan MacColl (1949) per la sua città natale di Salford nel Lancashire (Inghilterra), ma resa celebre dalla versione dei Pogues (1985), che l’hanno definitivamente legata a doppio filo alla città di Dublino. Il movimento di traduzione e appropriazione del testo sembra propiziato da una serie di rime sensibili che si tessono fra il suo contenuto – l’aggettivo dirty si riferisce a qualcosa giudicato “sporco” sia materialmente che moralmente –, l’assetto plastico e figurativo della città di Dublino e, non ultimo, la ruvidezza della voce di Shane MacGowan. Ma ciò che sembra aver sancito la saldatura di espressione e contenuto è stata la capacità del testo di catturare la parabola di azioni e passioni – che parte dal senso di romanticismo, tra sognante e il melanconico, delle prime strofe, per concludersi nella militanza, frustrazione e rabbia delle ultime – nel quale fluttuava l’Irlanda durante gli anni più cupi del movimento di liberazione. Tuttavia anche un testo così profondamente sentito nella e dalla cultura irlandese diviene a sua volta oggetto di un’inattesa sensibilità traduttiva. Tra le versioni più note della canzone c’è quella cantata da un duetto che si esibisce del pub di McNeill in Capel Street. Nel curioso siparietto, alla strofa “and I kiss my girl”, uno dei due malizioso domanda “and where you kiss your girl?”, e l’altro risponde “where the sun don’t shine!”. Nessuno può dirlo con assoluta certezza, ma sembra che sia fra le versioni più acclamate.

Ancora, la tensione creativa, rivolta a valorizzare la dimensione di oscurità della vita, rovesciandola in qualcosa di positivo, si può riconoscere anche nel vissuto quotidiano, fra i passanti, nei parchi, negli attendenti dei pub, e così via. Così come nello spazio che la città riserva ai suoi artisti: scrittori, musicisti, balladeer, performer, street character. Fra quest’ultimi si può citare la storia dell’orfano Thomas Dudley, in arte Bang Bang, un “eccentrico gentiluomo” innamorato dei film sui cowboy, che negli anni Sessanta entrava negli autobus di Dublino inscenando spettacolari finte sparatorie, usando una grande chiave come pistola e urlando: Bang! Bang! Oggi sono molti gli street artist che rendono omaggio alla storia di Dudley, mentre la sua chiave è conservata in una teca della Dublin City Library and Archive.

Chi volesse scoprire uno spaccato della straordinaria vita quotidiana può fare un salto nel quartiere dalle tipiche residenze vittoriane in mattoni rossi di Phibsborough. Questo centro è caratterizzato dai giovani che amano frequentare caffè dall’atmosfera artistica, le librerie indipendenti e i negozi di abbigliamento usato, e così è stato rinominato PhibsBobo. Tuttavia, andando nel suo piccolo Blessington Park si potrà apprezzare la normale convivenza di giovani coppie, anziane signore e qualche sbandato. Siate pronti in ogni caso a captare qualche frecciatina sul carattere degli inglesi… Come quando si parla della Brexit e si usa dire “Our revenge!”.

D’altra parte, tornando al fiume, per dirlo à la Isabella Pezzini, troverete l’ultimo monumento logo della città. Si tratta del Samuel Beckett Bridge, un imponente ponte girevole a forma di Arpa, il simbolo che fin dal XIII secolo rappresenta l’isola d’Irlanda, oggi bandiera della sua capitale (e logo dalla Guinness!).

Disegnato dall’archistar Santiago Calatrava il ponte è situato verso la baia di Dublino nel punto più estremo della città. Da qui sembra funzionare come un confine destinato a filtrare i venti che spirano in entrata e in uscita, trasformandoli in un’aria di musica. Irlandese, ovviamente!

di Paolo Sorrentino
Docente di Semiotica – IULM University