MARINETTI

di Andrea G.G. Parasiliti

L’anziana signora che, per una imperscrutabile cabala del destino, siede quest’oggi al mio fianco sul volo in partenza da Milano Linate appare, di fatto, terrorizzata. Scorre rosari e trinca xanax manco fosse acqua di Lourdes, mentre invoca il bambino Gesù. Io, di mio, non è che sia un cuor di leone. Eppure, preso d’amore e pietà filiale, le propongo di stringere la mia mano, qualora ne avesse conforto, durante il decollo.

L’aeroporto di Milano Linate è quello che personalmente trovo più comodo fra quelli del capoluogo lombardo. Sebbene quello che mi stia più simpatico sia di gran lunga quello intercontinentale, il Malpensa International Airport “Silvio Berlusconi”, da quando è stato rocambolescamente dedicato al Cavaliere d’Italia. Il mio preferito, però, confido alla signora Lucia — che nel mentre ha iniziato con netto anticipo a stringermi la mano — è l’Aerodromo di Taliedo. «L’Aerodromo? Taliedo? Di cosa sta parlando? La prego, mi dica…»

cangiulloAh! Che meraviglia, la signora Lucia mi restituisce il “lei”, che adoro. Non come quelle signore che «siccome potresti venirmi figlio» si diffondono in eccessi di confidenza che troppo spesso finiscono per risultarmi inopportuni e, a tratti, persino offensivi.

«Eh, mia cara Signora, perché… Perché proprio lì, nell’Aerodromo di Taliedo (che prende il proprio nome dagli inebrianti boschi di tiglio) iniziarono, agli albori del Novecento, i primi esperimenti aviatori e costruiva i suoi splendidi apparecchi l’ingegnere Caproni… Tant’è che ancora oggi esiste un luogo sacro per gli amanti del volo, quasi un mausoleo, chiamato le Officine del Volo. Sebbene attualmente si presti maggiormente a eventi e aperitivi di ben altra natura…»

La signora mi guarda sbalordita. Non crede che possano esistere degli individui tanto depravati da ritenersi appassionati del volo. Per quanto lei – nonostante continui a definirsi terrigna – sia costretta a prendere un biglietto al mese per fare il bucato a quel disgraziato di Gianni, il figliolo, che «lavora sa, lavora e guadagna bene, in una multinazionale… ma odia che qualcuno che non sia sua madre metta le mani sulla propria biancheria».

Io, che da uomo italico tanto avrei desiderato una madre come lei – così premurosa nei miei riguardi – inizio a ricambiarle la stretta di mano. Non si sa mai, si convincesse a fare il bucato pure per me.

Fortunatamente, l’accentuato rollio del velivolo diretto in Sicilia mi ricorda di rilassare ogni muscolo del corpo e di stendere gli arti superiori lungo i braccioli, per prepararmi a godere del decollo. Di quel preciso istante in cui il motore si stacca da terra, vincendo la gravità che ci imprigiona e che ci obbliga a vivere ammassati su questo pianeta, invece di lasciarci librare in volo.

La signora, forse notando il mio sguardo estatico, da eroinomane, mi osserva pallida e inebetita, e sente dalle mie mani (che continua a stringere) una febbre, un momentaneo furore. La mia personale estasi meccanica.

«Che le succede, dottore, sta bene?»

«Benissimo Signora, sto godendo del rito della fusione col mio aeroplano».

«Si sente male, dottore?»

«No Signora, sono semplicemente un Futurista».

«Futur-ché?»

Oddio, ci risiamo, dico sporgendo la testa dal finestrino. Mi tocca una razzo-lezione sul Futurismo… Ma io vorrei evitarmela. Magari faccio finta di essermi addormentato di colpo. Come il mio gatto quando lo chiamo. E invece vedo Balla, Boccioni, Depero, Carrà, Sant’Elia, Tullio Crali e Fedele Azari tutti lieti ad apparecchiare il compleanno di Filippo Tommaso Marinetti. Del Fondatore del Futurismo, per i suoi 150 anni.

E sono tutti lì, davanti a me, su una nuvola del cielo, col loro immancabile Bitter Campari. Assieme al Padre Eterno, ai Santi e a tutti i geni del passato, senza distinzione di sesso, razza, provenienza, età anagrafica, epoca vissuta.

Tutti festeggiano Marinetti, e lo festeggiano applaudendo la sua generosità. «È la generosità la caratteristica del genio», dice un vecchio filosofo d’Oriente, che faccio fatica a riconoscere. «Perché, sì, il genio inventa e dona continuamente, possedendo solo quel che ha donato», aggiunge un poeta su di un cavalluccio a dondolo, nel quale credo di identificare Gabriele D’Annunzio. A quel punto, rivolgo il mio sguardo, immagino penetrante e demente, alla signora Lucia. E sparo: «Il Futurismo, Signora, è la più importante e longeva delle avanguardie storiche del Novecento, fondata a Milano nel 1909 dal poeta franco-egiziano Marinetti».

Dieci, quindici secondi di terribile attesa, che vedono la signora protagonista di tutte le mie aspettative di gratitudine; ché le avevo regalato il chiavistello, l’arcano della consapevolezza, e invece:

«Ma io continuo a non capire… Che cos’è un’avanguardia… Perché, poi, avanguardia storica? E cosa c’entra Marinetti a Milano nel 1909 se era francese ed egiziano?»

Da dove mi viene questa calma serafica? A me, che sono solito distinguermi per gesti e opinioni improbabili, amante come sono dell’iperbole e di ogni sconsideratezza? Forse fu in grazia della recente lettura di Terra e mare del filosofo tedesco Carl Schmitt, l’autore di saggi coltissimi sul Nomos della Terra e altre astrusità… Di quando, il buon Carlo, ormai raggiunta la mezza età, decide di scrivere un saggio in forma di racconto per spiegare la storia del mondo, della letteratura e del pensiero alla propria figlioletta Anima. Con un linguaggio che, appunto, lo rende comprensibile, e dunque amabile, a tutti noi comuni mortali.

Dunque mi scuso e ricomincio. «Ha ragione, Signora. Marinetti era il figlio di ricchi immigrati italiani in Egitto. Dove nasce. Ad Alessandria, nel 1876. Riceve una formazione sia francese sia italiana, fin quando se ne va a studiare a Parigi. Proprio a Parigi si rende conto di quello che stava succedendo…»

«E cosa stava succedendo?» mi fa eco inforcando occhiali spiroidali.

«Il poeta, Signora mia, è un po’ gatto e un po’ bambino, lo sa? E come ogni gatto-bambino può aver paura del buio o di troppe novità».

Poveretta, la stavo proprio rincoglionendo. E tuttavia mi esorta a continuare.

«A fine Ottocento il poeta temeva quello che stava accadendo, cioè l’avvento della Modernità. L’ingresso delle automobili, dei treni, delle città che diventano sempre più grandi e tentacolari. Della velocità… Ricorda i poeti maledetti alla Baudelaire? Quelli che, sentendosi esclusi, si lasciavano macerare dal vino, dall’assenzio e da altre drogucce a buon mercato, trincerandosi dietro la mancanza di un passato che, forse, non era mai esistito o era esistito altrimenti. Di un tempo vagheggiato in cui financo il poeta e l’uomo di lettere erano tenuti in una qualche considerazione…»

«Continui, continui, che fra poco atterriamo» dice la signora Lucia. «Anzi. Senta… Io ho sentito che fuori dal finestrino si brinda alla generosità del poeta Marinetti…»

«Ha sentito bene, Signora. E vuol sapere perché? Perché Marinetti, invece dell’infida e nostalgica luna agreste, ha cercato di farci innamorare della luce elettrica e del tempo che viviamo, con tutte le sue sfide e contraddizioni. E quindi non aver paura della macchina in corsa, non aver paura del progresso, della modernità, delle nuove fabbriche, della vita metropolitana, dei sommergibili, dei transatlantici, dell’aeroplano e neanche della guerra, se ci tocca viverla. Bisogna accettare il tempo così come è. Anzi, occorre abbracciarlo, cantarlo e glorificarlo per conquistare, senza nostalgie, il proprio avvenire».

«Anche noi — aggiunge la signora — ci sentiamo sperduti oggi di fronte alle crisi ecologiche, alle crisi energetiche, alle guerre, alle pandemie, all’intelligenza artificiale…»

«Certo, Signora. Anche il nostro è un ottimo periodo futurista. Il Futurismo inizia e non finisce più: è un approccio che dobbiamo avere, di positività, nei confronti dell’ignoto che ci attende. Marinetti, infatti, aveva addirittura creato “l’ottimismo artificiale”. E non solo… Aveva provato a ridisegnare e colorare con i pastelli della modernità tutti gli ambiti della vita. Una vita che andrebbe sempre fusa con l’arte. Per far questo Marinetti e i suoi amici rivoluzionano la scrittura, la poesia, la pittura, la scultura, la moda, il teatro, la fotografia, la cucina, la radio… Non escludendo alcun ambito dell’esistenza. In quello che a me appare un tentativo generoso di diffondere e fondere la vita con l’arte affinché l’uomo contemporaneo non si senta più estraneo al proprio tempo. D’altra parte, diceva Marinetti, il lirismo è la facoltà rarissima di inebriarsi della vita e di inebriarla di noi stessi. La facoltà di cambiare in vino l’acqua torbida della vita che ci avvolge e ci attraversa. La facoltà di colorare il mondo coi colori specialissimi del nostro io mutevole».

I suoi occhi si ammorbidiscono e accennano a un battito. Eppure, con determinazione, mi pone la sua ultima domanda: «E in aereo? Cosa le capita in aereo? Che sembrava mancare durante il decollo, facendomi morire di spavento?»

«Io adoro, mia luminosa Signora, il momento in cui il mio corpo si fonde col motore e con l’elica e iniziamo a volare. Facciamo qualcosa a cui non eravamo predisposti nella nostra vita, in quanto esseri umani. Il decollo è il momento in cui il motore stesso inizia a dettarmi la Poesia. Guardo fuori e vedo il mondo da un’altra prospettiva. Velocissima. Immagini che il Futurismo ha partorito vari aeropittori e aeropoeti, ovvero giovani poeti e giovani pittori che prendevano il brevetto per fare l’esperienza del volo al fine di ricavarne emozioni per i loro quadri e per i loro versi. Salendo in aereo, vedevano la città dall’alto, i campi stringersi allargarsi deformarsi decostruirsi scomparire.

E si lanciavano in picchiata, e poi risalivano immaginando di fondersi con le forze cosmiche. Il poeta stesso capisce che deve scrivere in maniera diversa. Marinetti, che vuol diventare l’Omero del volo e della tecnica, già nel Manifesto della letteratura futurista del 1912, racconta di come in aeroplano, seduto sul cilindro della benzina, sentì “l’inanità ridicola della vecchia sintassi ereditata da Omero”. Assieme al bisogno di liberare le parole, “traendole fuori dalla prigione del periodo latino”.

E quindi eliminare la sintassi, gli avverbi, gli aggettivi ed essere veloci, Signora, veloci e sintetici! Non prolungarsi, ma arrivare dritto al punto, Signora… E sa? Tre figlie femmine ha avuto Marinetti, e le ha chiamate… Vittoria, Ala e Luce!»

Io avrei continuato a raccontarle raccontarle raccontarle delle opere di Marinetti solo che, sorvolando il vulcano Etna tanto caro ai Futuristi per temperamento, forza plastica ed energia, la signora Lucia fa sintesi esplosiva di odori, colori, sapori e mi dice: «Lei, dottore, è un poeta, anzi, un aeropoeta», e mi bacia sulle labbra.

A seguito del qual gesto ritornò giovane e bella. Che dico bella? Divina nella propria freschezza. Ma soprattutto, nel mentre del nostro bacio, quel pirlone di suo figlio Gianni aveva iniziato a lavarsi (e pare pure stirarsi) le camicie. L’ennesima riprova della generosità del poeta Marinetti.