Trieste entra tra le nuove destinazioni Aeroitalia. Da luglio sarà collegata da e per Milano Linate e Salerno, Alghero e Olbia: quattro rotte verso una città che, più che visitata, va capita poco alla volta.
Umberto Saba la definì una città dalla «scontrosa grazia» e la paragonò a un «ragazzaccio aspro e vorace». È ancora oggi una delle immagini più riuscite di Trieste: elegante e severa, luminosa, ma mai troppo accomodante. Una città italiana con un’anima mitteleuropea, affacciata sull’Adriatico e stretta tra il mare e il Carso.
Il primo incontro è quasi inevitabile: piazza Unità d’Italia. I palazzi raccontano il lungo passato asburgico, il mare davanti ricorda invece che Trieste è nata e cresciuta come porto. Per secoli è stata lo sbocco dell’Impero austro-ungarico sul Mediterraneo, luogo di passaggio per mercanti, marinai, lingue e religioni diverse. È da questo continuo arrivo di persone e merci che nasce il suo carattere cosmopolita.
Poco più avanti, il Molo Audace si spinge dentro il golfo. Oggi è il luogo delle passeggiate e dei tramonti, ma il nome conserva una pagina della storia italiana: ricorda la nave che vi attraccò il 3 novembre 1918, nei giorni del passaggio di Trieste dall’Impero all’Italia.
Tre anni prima, il 7 agosto 1915, Gabriele d’Annunzio aveva sorvolato la città insieme al pilota Giuseppe Miraglia, facendo lanciare dall’aereo messaggi tricolori su Piazza Grande e San Giusto. Un gesto propagandistico, ma anche il segno di quanto Trieste fosse già allora un simbolo conteso, sospeso tra identità diverse.
Poi ci sono i caffè, che qui sono molto più di una pausa. Il porto ha fatto di Trieste una delle grandi porte d’ingresso del caffè in Europa e i suoi locali storici sono diventati salotti letterari, luoghi di incontro e discussione. Al Tommaseo, al Caffè degli Specchi o al San Marco si ritrova ancora quell’atmosfera fatta di giornali, libri e tavolini occupati a lungo.
Anche ordinare ha il suo linguaggio: l’espresso è un «nero», il macchiato un «capo», quello servito nel bicchiere un «capo in b». Un piccolo rito cittadino, come attraversare il Ponte Rosso e incontrare la statua di James Joyce, che a Trieste visse per anni. Accanto a lui, nella storia letteraria della città, ci sono Saba e Italo Svevo.
Il resto si scopre camminando: il Canal Grande, il tempio serbo-ortodosso di San Spiridione, San Giusto, il Teatro Romano. E poi il Castello di Miramare, bianco sul mare, ultimo frammento romantico della Trieste imperiale.
Al tramonto si torna verso il Molo Audace. Le luci si riflettono sull’acqua e la città sembra tenere insieme tutte le sue anime: italiana e asburgica, letteraria e portuale, antica e contemporanea. Forse la sua «scontrosa grazia» è proprio questa: non cercare di sedurre, e riuscirci lo stesso.



































