di Fernanda Perri
Cristiana Capotondi ci risponde dal mare, il luogo al quale associa più facilmente la felicità. La conversazione scorre leggera, ma le parole hanno sempre un peso preciso; non sono mai casuali, le sceglie con cura. Nel raccontarsi torna agli inizi, quando recitare era ancora un gioco, attraversa ciò che il mestiere le ha dato e ciò che inevitabilmente le ha sottratto, fino ai desideri che restano aperti. Lo fa senza comporre un bilancio, ma con lo sguardo di chi continua a considerare ogni esperienza un punto di partenza.
Chi era Cristiana Capotondi prima dello spot del Maxibon e che cosa ha rappresentato per lei quella pubblicità?
Recitavo già da bambina. Lo facevo con gli scout, a scuola e nelle piccole rappresentazioni organizzate nella basilica di Santa Maria in Trastevere. Tutto è nato come un gioco che, con il tempo, si è trasformato in un mestiere, senza perdere per me quella leggerezza originaria. Erano anni in cui la pubblicità aveva un altro peso: i testi erano curati, dietro la macchina da presa c’erano spesso registi di cinema e ogni campagna riceveva una grande attenzione. Per un giovane attore poteva diventare una vera porta d’ingresso nel mestiere.
Ha mai rimpianto di avere cominciato così presto? Quell’esordio le ha dato più opportunità o, qualche volta, le ha sottratto qualcosa?
No, non mi sono mai pentita di avere cominciato così presto. Avere già un obiettivo e un sogno da inseguire mi ha aiutata a non disperdere le energie. Certo, guardando indietro, mi rendo conto di avere forse rinunciato a qualcosa dell’infanzia, ma ciò che ho ricevuto in cambio è stato enorme: un’esperienza umana straordinaria, un mestiere bellissimo e legami profondi. Questo mondo, negli anni, è diventato una sorta di famiglia. Ci sono persone che ritrovo dopo trent’anni e con le quali è rimasta una confidenza, una familiarità che difficilmente avrei potuto costruire altrove…
Diciamocelo: il suo viso sembra aver stretto un patto con il tempo, quasi alla Dorian Gray. È stato sempre un alleato o, qualche volta, l’ha tenuta prigioniera nell’immagine dell’eterna ragazza?
(Ride.) Grazie a Dio, il mio viso invecchia e matura insieme a me. Mi piace pensare che porti i segni dei momenti vissuti, dei ricordi e delle esperienze. Mi considero fortunata: lavoro in un mondo di donne bellissime e la cura dell’aspetto fisico fa inevitabilmente parte del nostro mestiere.
Non credo, però, di essere mai rimasta prigioniera della mia età o dell’immagine dell’eterna ragazza. Penso piuttosto che ogni attrice porti con sé un proprio archetipo femminile, una sorta di suono dell’anima, che inevitabilmente la avvicina ad alcuni personaggi più che ad altri. Nel mio caso, mi piace incontrare donne nelle quali possa riconoscere almeno una parte di me.
In Minerva – La Scuola, in arrivo su Netflix il 22 settembre, interpreta Laura Canali, un’insegnante di storia e filosofia all’interno di un liceo militare. Quanto può essere rivoluzionario insegnare a dubitare in un luogo fondato sulla disciplina e sull’obbedienza alle regole?
Viviamo in un tempo che sembra lasciare sempre meno spazio al dubbio e allo spirito critico. I 140 caratteri di Twitter prima e forse qualche spazio più ampio oggi hanno dato a molti l’impressione di poter formulare giudizi. Io credo, invece, che siano proprio il dubbio e la capacità di mettere in discussione le nostre certezze a poterci salvare e che, quando non siamo sicuri di ciò che diciamo, dovremmo avere anche il coraggio di tacere. È questo lo sguardo che Laura Canali porta nella scuola. Entra in un luogo regolato da principi antichi, alcuni dei quali ormai superati, e comincia a interrogarli. Li mette in discussione perché ritiene che certe regole possano essere pericolose e che altre, pur formando persone efficienti e preparate alla carriera militare, non contribuiscono necessariamente a farne esseri umani felici, consapevoli e centrati.
Il pubblico l’ha incontrata spesso nei panni di donne luminose, affidabili, moralmente forti. Le manca una cattiva senza alibi?
Non credo alla cattiveria assoluta. Le persone possono avere una certa indole, ma quasi sempre esistono una storia e un percorso che le hanno condotte ad agire in un determinato modo. Forse sono indulgente anche con i personaggi, ma mi piacerebbe interpretare una donna capace di azioni terribili, purché avesse alle spalle una vicenda che permettesse di comprenderne le motivazioni. Una cattiva così la interpreterei volentieri.
C’è un regista, un’attrice o un attore con cui sente che il suo percorso debba ancora incrociarsi? E quale personaggio sente di non avere ancora incontrato?
Ci sono tantissimi registi e attori che stimo e con i quali spero di lavorare in futuro. Lo scorso inverno sono tornata a lavorare con Luca Miniero e con Christian De Sica, che non incontravo sul set dal 2004. Ho lavorato per la prima volta anche con Claudio Santamaria, un attore straordinario, e sono molto felice di questo incontro. In teatro, invece, ho accanto Marco Quaglia e Anna Zaneva, colleghi e amici con i quali mi trovo molto bene. Quanto ai personaggi, amo molto il cinema storico e mi piacerebbe rappresentare una grande personalità del passato.
C’è una parte che avrebbe voluto interpretare e che, invece, è sfumata?
Ce ne sono state molte. Il nostro è un mestiere nel quale si viene scelti: tutti i ruoli per i quali sono stata incontrata o provinata erano probabilmente personaggi che, almeno in parte, sentivo già miei e che poi sono stati affidati ad altre colleghe. Naturalmente è accaduto anche il contrario. Per quanti ruoli abbia perso, tanti altri ne ho conquistati. Va bene così.
Ha sperimentato la regia con Sulla poltrona del Papa, Solferino 28 e Gioia in movimento. Non l’ha sedotta abbastanza oppure sta aspettando la storia per cui valga davvero la pena tornare dietro la macchina da presa?
La regia mi ha sedotta, incuriosita e appassionata. È un luogo privilegiato da cui vivere questo mestiere a trecentosessanta gradi, entrando in contatto con una complessità che spesso a noi attori viene risparmiata. Siamo molto più protetti e meno esposti alle difficoltà artistiche, tecniche e produttive di un progetto. Il regista, invece, si trova nell’occhio del ciclone, ed è proprio questo ad affascinarmi. Sto lavorando a una storia e spero che possa diventare un film al più presto.
È stata consigliera di amministrazione del Centro Sperimentale di Cinematografia e oggi è vicepresidente della Fondazione Italia per il Dono. Nel calcio è stata vicepresidente della Lega Pro e capo delegazione della Nazionale femminile. Che cosa ha compreso del potere e della responsabilità attraversando luoghi così diversi dal set?
Non so se “potere” sia la parola giusta: quelli che ho ricoperto erano soprattutto ruoli di responsabilità. Mi hanno permesso, però, di osservare da vicino alcune delle logiche che regolano il potere vero. Sono state esperienze molto formative, sia per il rapporto con le istituzioni sia perché mi hanno aiutata a comprendere la complessità di mondi come quello del calcio. Al Centro Sperimentale di Cinematografia, inoltre, ho capito quanto sia difficile provare a migliorare un’istituzione antica e consolidata, attraversata da logiche interne e da una burocrazia molto rigida.
Molti suoi colleghi scelgono di prendere posizione sulle grandi questioni politiche e sociali. C’è qualcosa del nostro presente che la ferisce particolarmente e di fronte al quale sente di non poter restare neutrale?
Mi espongo sempre con grande cautela, perché so che, indipendentemente dalla posizione che occupiamo, le nostre parole possono influenzare le persone.
Su questioni così complesse è difficile possedere una conoscenza davvero completa e nessuno è del tutto al riparo dalle fake news. Di fronte alle guerre in corso, però, esistono realtà che non possono essere ignorate. Ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza mi provoca un dolore profondo e resta per me incomprensibile, soprattutto per il suo protrarsi, nonostante siano molti i Paesi che chiedono un cessate il fuoco.
In una società che consuma rapidamente immagini, storie e parole, quale funzione può ancora avere l’arte? Può davvero cambiare il modo in cui guardiamo gli altri?
Credo che riuscire anche solo a sottrarre le persone alla valanga continua di informazioni alla quale siamo esposti rappresenti già una forma di rallentamento, quasi una pulizia della mente e dell’animo. Portare qualcuno a teatro o al cinema significa restituirgli, almeno per qualche ora, quell’esercizio della concentrazione che il digitale ci sta progressivamente togliendo.
Non è sempre facile. Mi è capitato di recitare davanti a spettatori seduti in prima fila che hanno chattato e risposto ai messaggi per l’intera durata dello spettacolo. Ed è proprio il digitale, oggi, a preoccuparmi maggiormente, non soltanto per i giovani ma anche per gli adulti. La mia generazione, così come quelle precedenti, è costantemente attaccata al cellulare, e i ragazzi non fanno altro che osservare l’esempio che diamo loro.
È un fenomeno che incide sulla psiche dei bambini, sottrae tempo e presenza alla vita degli adulti e concentra un potere enorme nelle mani delle multinazionali che controllano piattaforme e dati. Non riguarda più soltanto le nostre abitudini quotidiane, ma anche gli equilibri tra gli Stati. Non è un caso che sia la Francia che la Spagna si siano già mosse per emanciparsi da Palantir costruendo una realtà nazionale che faccia lo stesso.
Alla luce di ciò che ha imparato nella vita e nel suo mestiere, quale consiglio darebbe oggi a una giovane donna che sta cercando la propria strada?
Oggi il mondo è molto più competitivo e richiede una preparazione più ampia rispetto al passato. Nel nostro mestiere, per esempio, quasi tutte le attrici parlano molto bene le lingue e spesso sanno anche cantare. Il primo consiglio, quindi, è: preparazione, preparazione, preparazione.
Poi bisogna imparare a riconoscere il proprio talento, perché è ciò che può davvero fare la differenza. Non soltanto perché apre delle porte, ma perché ci permette di realizzarci e di esprimere la parte più autentica di noi.
Se un giorno sua figlia potesse vedere un solo suo film per conoscere qualcosa di sua madre, quale sceglierebbe?
Spero che mia figlia possa conoscermi a prescindere dai miei film. Ma se un giorno mi chiedesse di vederne soltanto uno, probabilmente sceglierei Dalla vita in poi di Gianfrancesco Lazotti. In quel personaggio riconosco la determinazione con cui ho sempre cercato di realizzare ciò che desideravo e anche una certa sfrontatezza che oggi forse possiedo meno, ma che per molto tempo ha fatto parte di me.
Qual è il romanzo al quale è più affezionata? E che cosa ha lasciato dentro di lei?
Scegliere un solo romanzo è molto difficile. Le letture di questa estate mi hanno riportato alla storia dei Florio: sto leggendo L’alba dei Leoni, il terzo capitolo della saga di Stefania Auci. Avevo incontrato quel mondo per la prima volta vent’anni fa, durante un viaggio a Favignana, e ritrovarlo nei suoi libri mi ha appassionata molto. È una storia familiare, ma anche il racconto di una parte importante del Risorgimento italiano.
Il libro che, però, mi ha toccata più profondamente resta La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini. Lo lessi a scuola, credo al secondo o al terzo anno del liceo, e fu la prima volta in cui provai un piacere autentico nella lettura. Non lo sentii come un testo imposto dal programma, ma come qualcosa che parlava direttamente a me, al di là del percorso di studi. Fu un vero salto.
Scelga un luogo del mondo e ci porti lì attraverso un ricordo, un odore o una luce.
Le Galápagos sono un luogo che sogno ancora di conoscere. Non ci sono mai stata, ma le immagino attraverso l’odore del mare. Se invece devo scegliere un posto che conosco e che per me coincide con la felicità, penso all’isola della Maddalena: alla sua luce, ai suoi colori e all’intensità del mare.
Dopo Minerva – La Scuola, dove la ritroveremo? Quali progetti la accompagneranno nei prossimi mesi?
Tornerò sul set per la seconda stagione de La ricetta della felicità, accanto a Lucia Mascino e nuovamente diretta da Giacomo Campiotti. Poi mi aspetta la tournée de L’attrice, lo spettacolo scritto e diretto da Giacomo Battiato, che porterò in scena con Marco Quaglia e Anna Zaneva. Debutteremo il 4 dicembre al Teatro Mancinelli di Orvieto e saremo in tournée fino a marzo.



































