Goceano

Partiamo da Oristano, lasciamo la costa e ci dirigiamo verso il centro, il cuore di quest’Isola.

Qui la geografia è fatta di montagne calcaree, foreste antiche e necropoli millenarie. Siamo in viaggio verso il Goceano, un’area di quasi montagna situata fra il Monte Acuto e i monti della Barbagia e del Marghine.  Attraversiamo campagne e paesi lentamente. La strada è in salita. Lasciamo il pozzo di Santa Cristina sulla destra, poi Ottana, Nuoro, fino a Lollove. Ci fermiamo qui, nel silenzio di questo borgo medievale che non smette di immaginare una rinascita, nonostante il tempo giochi una partita difficile. Lollove per noi è (anche) l’intervista fatta da Tv7 a Zia Gavina: dodici anni fa era una tra i quindici abitanti di Lollove, innamorata della libertà e del mondo, visto da casa. Cinque minuti di sottile ironia e saggi insegnamenti.  Proseguiamo quindi verso Oliena. Qui abita Minnia Bette, donna, guaritrice, occhi vispi e parole giuste. Lei cura il fuoco di Sant’Antonio. Ha guarito “persino dottori, dottoresse e un parroco”. È una delle ultime depositarie della medicina popolare in Sardegna, un dono ereditato dal padre e ridato generosamente alla comunità e all’Isola intera, rigorosamente gratis et amore Dei. Di lei racconta meravigliosamente Ignazio Figus, nel suo documentario “Fuoco contro fuoco”.  E a proposito di arti segrete, eccoci a Urzulei. Siamo qui per Su Fatorgiu – solo qui l’arte della lavorazione di s’iscraria (l’asfodelo) viene chiamata così – e Gigina ed Elvira, sorelle urluzeine, che hanno intrecciato la loro vita, alle trame dei manufatti stupendi creati. Sono cresciute immerse nella tradizione artigianale dell’asfodelo, una pratica culturale a rischio scomparsa. Effettuavano la raccolta degli steli manualmente, marzo e aprile i mesi migliori.

Quando i primi fiori sbocciavano, quando ancora i fusti erano malleabili, resistenti quanto bastasse per essere intrecciati e lavorati. Prima l’acqua, poi il sole, poi le giornate con le altre donne e sorelle, ad intrecciare tempo ed avvenimenti.

bulbo artGigina ed Elvira non creano souvenir. I loro sono oggetti che raccontano una civiltà contadina e pastorale, capace di utilizzare ciò che il territorio offriva: contenitori per il pane, ceste per il formaggio, recipienti per la lievitazione e per la raccolta, doni senza tempo per i matrimoni.  A Urzulei le montagne arrivano prima del paese. Le pareti del Supramonte si alzano all’improvviso, disegnando un paesaggio severo e bellissimo. Qui la natura detta il ritmo delle giornate e l’asfodelo, che spontaneo abita tra pascoli e pietraie, continua ad essere molto più di una semplice presenza botanica. È qui che troviamo ispirazione e facciamo ricerca: la natura è nostra musa. Lasciamo Urzulei e risaliamo verso il Goceano. Siamo in montagna ma desideriamo un bagno caldo. La strada ci conduce a Bultei, dove il paesaggio cambia ancora una volta. Ci fermiamo lungo la SP86, ormai riconosciamo il punto ma non sapremo descriverlo. Un piccolo cancello di legno da aprire e richiudere -in campagna, ogni pietra spostata deve essere rimessa esattamente dove e come è stata trovata – un vialetto di terra battuta arso dal sole ci guida verso la Pozza di San Saturnino.

L’acqua non la vedi. Appare quando ti avvicini alla pozza. Trasparente. Immobile. Calda. Una piscina termale limpida tra i giunchi. Chiediamo permesso ai buoi e ci immergiamo. In questo luogo vigono regole non scritte che Marco, un ragazzo di Bitti che ogni giorno, da quando gli hanno diagnosticato la fibromialgia, viene ad immergersi in questa pozza, ci racconta. “Il principio delle medicine che mi iniettavano in ospedale è lo stesso che ha quest’acqua. Neanche la dottoressa ci credeva e invece funziona. Ho venduto le pecore, mi sono ammalato perché ho preso troppo freddo e troppo umido qui su – ci indica le montagne dietro di noi. Adesso ciò i buoi e va meglio”.

E continua: “se c’è gente che attende dopo di te, puoi stare immersa solo 10 minuti e, se vuoi trarre davvero beneficio dalle proprietà dell’acqua, non ti devi asciugare. Ti devi rivestire subito, ancora bagnata, e trattenere tutto il calore. Io così mi curo”.  È il nostro turno, seguiamo i consigli di Marco. L’acqua ci rilassa così tanto che guidare dopo diventa difficile e quando decidiamo di ripartire, il sole ha già cambiato inclinazione.

Ci fermiamo a Rebeccu, borgo maledetto dalla principessa Donoria e abbandonato a partire dal ‘400, che oggi rivive grazie a Su Lumarzu e a giovani e virtuosi progetti di ospitalità e arte. Ci sediamo qui, nella piazzetta fronte belvedere, per un piatto di Zichi. Le conversazioni si mescolano ai profumi della cucina e nessuno sembra avere fretta di lasciare il tavolo. Con la pancia piena, si ragiona meglio. Seguiamo il nord, direzione Ossi. Qui la storia affiora dal calcare. Il Monte Mamas e la Necropoli di Mesu ‘e Montes sono la nostra meta. Uno dei complessi funerari prenuragici più importanti del nord Sardegna. Diciotto domus de janas pluricellullari, scavate nella roccia e articolate in più ambienti.

Entriamo, le attraversiamo, alle nostre spalle la stretta valle che separa il Monte Mamas dal Monte Mannu. Fuori è estate caldissima, qui dentro fresco e riparo.

Attorno, scolpiti nella roccia: focolari, travi, tetti a doppia falda, cornici, protomi bovine e taurine, spirali e motivi geometrici si rincorrono. Vitalità, sacralità, fertilità. Casa, morte. Energia ancora viva.

A Ossi, i panni si stendono come a Venezia: fanno ombra nelle calli, danzando col vento. A Ossi, l’Orchidea è una garanzia: bar ristorante a conduzione familiare, lo chef decide per noi ed è standing ovation.  Chiediamo di piccoli paesi e altre meraviglie della zona. Ci parlano di Tergu, un piccolo borgo dell’Anglona. Lo raggiungiamo il giorno successivo.  Alle 9:30 del mattino e trentadue gradi, siamo davanti alla Chiesa di Nostra Signora di Tergu. Caldo e silenzio sono così presenti che non percepiamo l’aria attorno. Tutto è fermo, immobile. Alla fine del rettilineo centrale del paese lei è lì, solitaria e bella, col suo tempio e i resti dell’antico monastero benedettino. Gotica e barocca, in trachite rosa e calcare ancora roventi da settimane di sole: una delle massime espressioni dell’architettura romanica in Sardegna si trova in un paese di circa seicento abitanti.

Rientriamo in macchina, ci aspetta il mare. Saliamo, sempre più a nord, rimaniamo nel centro-sinistra. La costa più a destra, ci dispiace, non fa per noi.

Una geologia tutta sua. Qui granito e maestrale sono gli scultori più conosciuti. Le rocce rosse lungo questo tratto di costa sembrano accendersi sotto il sole. Archi naturali, torrioni, pareti piegate dal vento. Tra Costa Paradiso e il tratto che guarda verso Isola Rossa, il contrasto tra il blu profondo del mare e il rosso del granito crea uno degli scenari più spettacolari della Sardegna settentrionale. Camminiamo lungo la costa. Ci fermiamo spesso per osservare, per ascoltare, per ricordarci quanto tempo serva alla natura per creare qualcosa di simile.

Li Tannari compare tra profumi di elicriso e vento salmastro, piccola e incontaminata mezzaluna di ciottoli e conchiglie.  Prima che il sole vada a dormire ci rimettiamo in viaggio. La nostra ultima tappa è Aggius.  Amiamo questo paese incastonato tra rocce granitiche, circondato da sughere e vigneti che si snodano attorno ai monti e alle chiese campestri, erette al bivio del nulla. Ci fermiamo a quella di San Pietro de Rudas: struttura a capanna, una sola navata, un piccolo altare a muro e in una nicchia impreziosita da due colonnine, la statua di San Giacomo. Tutto è bianco calce, anche il tozzo campanile. Ci fermiamo qui, all’ombra del bosco accanto alla chiesa. Nella nostra mente inizia a suonare l’organetto di Pierpaolo Vacca e la sua Sa hesta ‘e santu predu. Buon ascolto.

Gioia e GiuliaIl viaggio di Bulbo

Di Giulia Serpi e Gioia Casu