Barattolo di sugo

Non c’è intelligenza artificiale che tenga: per fare le conserve servono ancora tempo, mani e pazienza. Un tempo, però, serviva quasi un’intera comunità. Le famiglie si riunivano nei cortili, sulle terrazze o davanti alle case, intorno a cassette di pomodori, bottiglie da lavare e grandi pentole messe sul fuoco. I bambini giocavano in mezzo agli adulti, mentre i più anziani dirigevano le operazioni, assegnavano i compiti e controllavano che ogni gesto fosse eseguito nel modo giusto.

C’era chi lavava, chi tagliava, chi passava i pomodori, chi riempiva le bottiglie. Si lavorava per ore, spesso all’aperto, e quello che nasceva come una necessità diventava inevitabilmente un’occasione per stare insieme. Tra una raccomandazione e una discussione sulle dosi, si preparava ciò che sarebbe servito nei mesi successivi: la passata, le melanzane sott’olio, le confetture, l’uva e i fichi trasformati per durare oltre la loro stagione.

Oggi quel rito collettivo resiste sempre meno. Le famiglie si organizzano per conto proprio, spesso nelle cucine di casa e con quantità più contenute. C’è chi continua a preparare tutto da sé, chi aiuta per qualche ora e torna a casa con qualche bottiglia, chi affida il lavoro a una madre, a una zia o a un vicino più esperto. E poi c’è chi preferisce evitare del tutto la fatica e comprare ciò che gli serve già pronto.

Eppure, il principio non cambia. Settembre resta il mese in cui si prende il meglio dell’estate e lo si mette da parte per ritrovarlo al momento giusto. Magari in una sera di novembre, quando basta aprire un barattolo per risolvere la cena. E, qualche volta, anche per ricordare che prima di diventare una conserva, quel cibo è stato un lavoro fatto insieme.