di Claudio Amendola

Claudio Ranieri è nato e a Testaccio, quartiere dove il calcio è identità prima ancora che professione. Era un difensore affidabile, ordinato, senza clamore. Non un protagonista assoluto. Non ha voglia di esibizione. È ciò che qualunque allenatore può volere: un professionista serio. Senza nessuna scorciatoia, nessuna scorza spettacolare. Solo lavoro. Quando decide di fare l’allenatore parte dalle categorie minori. Ma è a Cagliari che costruisce una risalita storica e porta il club dalla Serie C alla Serie A in pochi anni. Afferma così una legge che il calcio ancora oggi a fatica sa comprendere: senza proclami, e con tanta pazienza, si può arrivare a qualunque risultato. È così che nasce il metodo Ranieri. La costruzione quotidiana, l’equilibrio e la fiducia sono ingredienti essenziali che non abbandonerà più. Negli anni attraversa l’Italia e l’Europa. Napoli, Fiorentina, Valencia, Atlético Madrid, Chelsea. A Valencia conquista una Coppa del Re e una Supercoppa Europea, consolidando l’idea di un allenatore capace di dare ordine e identità. Non è mai il teorico di un sistema assoluto. È l’uomo chiamato a rimettere insieme i pezzi, a stabilizzare, a rendere credibile un progetto. Poi arriva il capitolo che cambia la percezione della sua carriera. Nel 2016 il Leicester City, squadra costruita per salvarsi, vince la Premier League. In un campionato dominato da potenze economiche, Ranieri guida un gruppo senza stelle da pallone d’oro verso l’improbabile. Non inventa il calcio, non lo stravolge. Crea un ambiente dove ognuno rende oltre il proprio limite. “Sognate in grande. Io vi prometto solo lavoro.” In quella frase c’è la sintesi della sua storia, il sogno non come illusione, ma come conseguenza della disciplina. Il titolo inglese non cancella le stagioni precedenti, le illumina. È il punto in cui un viaggio lungo trova una vetta inattesa. Eppure, dentro quella carriera internazionale, Roma resta un filo silenzioso. Quando torna sulla panchina giallorossa nel 2009, la squadra è in difficoltà. La rimette in corsa fino a sfiorare lo scudetto nel 2010. È un titolo accarezzato e sfuggito all’ultima curva. Non resta il rimpianto gridato, ma l’identificazione profonda tra l’allenatore e la sua città. “Io sono romano e romanista. Questo non cambia.” Non è una dichiarazione retorica. È una postura. Ranieri non è soltanto l’allenatore della Roma, è un uomo che conosce il peso di quella maglia perché l’ha respirata da sempre. Anche dopo Leicester, la sua carriera non si trasforma in celebrazione permanente. Continua ad allenare, accetta sfide complicate, salva squadre, ricostruisce ambienti. Poi annuncia il ritiro. Sembra la chiusura naturale di un percorso lungo e coerente. Ma l’amore si sa, è imprevedibile. La Roma lo richiama in un momento delicato dopo aver fatto sognare il Cagliari con un’altra impresa storica. Ranieri torna. Non per aggiungere un trofeo, non per inseguire un ultimo titolo. Torna per senso di responsabilità. Rimette ordine, restituisce dignità e stabilità. Chiude la sua parabola professionale tra la sua gente, con misura, senza rumore, con un girone di ritorno stellare. Col passare degli anni Claudio Ranieri è diventato qualcosa di più di un allenatore vincente. È il signore del calcio. Un maestro. La parte bella dello sport.