Una laurea in archeologia, la passione per il calcio e una determinazione costruita con serietà e competenza. È questo il percorso che ha portato Valentina Caruso a diventare uno dei volti più apprezzati della televisione italiana. Tra Rai, SkySport e Videolina, la giornalista è riuscita negli anni a ritagliarsi uno spazio importante nel panorama televisivo, raccontando lo sport  e le bellezze del nostro Paese con grande competenza. Il suo percorso rappresenta un esempio per i più giovani: seguire le proprie passioni, con impegno e coerenza nei valori, può davvero portare a risultati importanti.  La sua bellezza non passa inosservata, certo, ma dietro Caruso c’è un mix  esemplare per chi voglia fare questo lavoro.

Ci hai portato in giro per l’Italia sulla Rai facendoci scoprire le meraviglie archeologiche del nostro Paese. In questo viaggio vogliamo rilassarci e capire magari le nostre mete archeologiche. Tre consigli?

Andate a Monte d’Accoddi, in Sardegna: un luogo unico nel Mediterraneo, una sorta di altare monumentale che ricorda le ziqqurat mesopotamiche. È un sito ancora molto dibattuto dagli studiosi, proprio per la sua struttura così particolare e per il suo significato. È affascinante pensare che un monumento così antico e misterioso si trovi proprio nella mia terra. Risale a oltre 5.000 anni fa, quindi è ancora più antico della civiltà nuragica. Monte d’Accoddi rappresentava probabilmente un luogo sacro elevato, simbolicamente il punto di incontro tra l’uomo e il divino. Ivi consigliere poi Villa Adriana, a Tivoli: una vera città imperiale voluta dall’imperatore Adriano, uno dei miei preferiti, un sovrano viaggiatore che amava l’arte e la cultura. In questo luogo straordinario architettura, arte e paesaggio dialogano in perfetta armonia, creando uno dei complessi più affascinanti e raffinati del mondo romano. Il terzo luogo dei sogni è il Rione Terra a Pozzuoli: un luogo incredibile dove si cammina letteralmente sopra secoli di storia, con una città romana perfettamente conservata sotto il centro abitato moderno e che si affaccia sull’incantevole golfo di Pozzuoli.

Cosa ci insegnano gli antichi?

Moltissimo. La saggezza. Studiare il passato significa capire meglio il presente. La storia è piena di esempi, di errori e di grandi intuizioni: osservarla con attenzione potrebbe aiutarci a non ripetere certi sbagli che purtroppo, ancora oggi, continuano a tornare. Chi non conosce la storia non ha pensiero.

Con quale civiltà del passato ti sarebbe piaciuto vivere?

Ho tre civiltà che amo particolarmente. La prima è l’antico Egitto. La mia passione per l’archeologia è nata a 9 anni studiando questa civiltà affascinante e avanzatissima. Arrivavo persino a scrivere in geroglifico sul mio diario segreto. Così era ancora più segreto.  Poi c’è l’età nuragica, profondamente legata alla mia terra e alle mie radici. È impressionante quanto questa civiltà fosse evoluta dal punto di vista culturale, scientifico e architettonico. Le testimonianze che ci ha lasciato costituiscono ancora oggi una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale. Penso ad alcune maschere del Carnevale, all’artigianato tradizionale, al ballo sardo e anche alla nostra tradizione gastronomica: moltissimi aspetti della cultura sarda affondano ancora oggi le radici in quella straordinaria epoca e in quella precedente. Infine l’epoca dell’antica Roma, un popolo che ha costruito un impero capace di lasciare tracce profonde nella storia e nella cultura di tutto il mondo.

Cosa avevano di speciale gli antichi?

Non avevano i social. Scherzo, ma in parte è anche vero. La loro tecnologia era molto diversa dalla nostra, e forse proprio per questo avevano una grande capacità di osservazione. Osservavano la natura, la temevano e la rispettavano. Studiavano il cielo, il mare, i cicli stagionali. Davano grande importanza ai fenomeni naturali: le maree, le eclissi, l’alternarsi del giorno e della notte. Da questa osservazione continua hanno costruito conoscenze fondamentali per la vita quotidiana.

Ma alla fine, cosa erano i nuraghi?

Per comprendere il ruolo dei nuraghi nel controllo del territorio può essere utile un paragone, pur con tutte le cautele necessarie, con il sistema dei castelli dell’epoca feudale. Sebbene l’organizzazione sociale delle comunità nuragiche dovesse essere molto diversa e probabilmente meno rigidamente gerarchizzata rispetto a quella dell’Europa medievale, è plausibile che esistesse una rete insediativa articolata. I nuraghi più grandi e complessi dovevano costituire i centri principali di riferimento, controllando porzioni più ampie di territorio e coordinando la gestione delle risorse della comunità. Attorno a questi poli maggiori gravitavano probabilmente nuraghi più piccoli e periferici, con funzioni prevalentemente di presidio, controllo e protezione delle risorse naturali, delle vie di comunicazione e degli spostamenti di persone e merci.

I nuraghi possono quindi essere interpretati come veri e propri centri di potere delle comunità che li avevano edificati: luoghi di difesa e controllo del territorio, ma anche spazi di vita quotidiana, sedi residenziali dei gruppi dirigenti e punti di aggregazione comunitaria. Alcuni studiosi hanno inoltre ipotizzato che determinate strutture potessero svolgere anche funzioni legate all’osservazione astronomica, suggerendo un livello di conoscenze e di organizzazione culturale più complesso di quanto si ritenesse in passato.

Ti conosciamo anche come bordocampista di Sky Sport: qual è l’aspetto più affascinante del calcio?

La capacità straordinaria che ha di unire le persone. Il calcio crea senso di appartenenza e identità. Da piccola ci giocavo e ammiravo i grandi campioni del passato, quindi mi affascinano anche i gesti atletici e la dimensione sportiva. Ma mi piace soprattutto raccontare quelle realtà dove il calcio diventa uno strumento sociale. Penso, per esempio, al Vecchio Borgo Sant’Elia, una società che offre sport gratuito a chi non può permetterselo e crea opportunità educative e professionali per tanti ragazzi.

Quale aspetto non ti piace, se c’è?

Gli interessi economici che ormai ruotano intorno al calcio. In parte hanno cancellato quel calcio romantico fatto di sacrificio, passione e senso di appartenenza. Oggi spesso si punta subito a diventare ricchi e famosi, bruciando le tappe e perdendo di vista il valore dello sport.

La tua intervista più bella.

Quelle fatte a Gigi Riva. Ho avuto la fortuna di incontrarlo più volte e ogni volta era una lezione di sport e di vita. Proprio lui mi raccontava com’era il calcio di una volta, quello di cui oggi molti sentono nostalgia.

Oggi le donne nel lavoro guadagnano molto meno degli uomini e faticano a raggiungere ruoli manageriali. Come sradicare questi aspetti della nostra società?

Servono aiuti concreti per le donne che vogliono lavorare e allo stesso tempo diventare madri. Penso a politiche che permettano di conciliare davvero lavoro e famiglia, anche con la possibilità di avere il proprio bambino vicino. Servono sensibilità istituzionale, sostegno economico e culturale. E bisogna pensare soprattutto alle donne più fragili: quelle precarie, pendolari, che spesso non hanno nessun tipo di aiuto.

Nel tuo percorso, come hai affrontato le difficoltà e sulla base di quali valori?

Grazie all’educazione ricevuta dalla mia famiglia, da mia madre e da mio padre, che purtroppo è venuto a mancare a novembre lasciando un dolore enorme.

Mi hanno sempre insegnato a credere nelle mie possibilità e mi hanno lasciato libera di scegliere la mia strada, guidandomi con amore e con valori importanti. È successo quando ho scelto i miei studi e la mia laurea in archeologia, quando mi sono voluta tesserare a tutti i costi in una squadra di calcio, e anche quando ho intrapreso la carriera giornalista. Così, nelle difficoltà, ho cercato di affrontare la vita con positività, lealtà, umiltà e impegno, cercando anche di tendere la mano a chi è in difficoltà.

Un messaggio per i ragazzi che sognano di fare i giornalisti?

Incontrerete tante difficoltà, ma se questa è davvero la vostra passione troverete il modo di superarle. Non scoraggiatevi mai. Si parte spesso dal basso, ma con impegno e determinazione si possono raggiungere traguardi che all’inizio sembravano impossibili.

Un messaggio per le giovani donne?

Siate sempre voi stesse. Fatevi rispettare e non abbiate paura di denunciare qualsiasi forma di maltrattamento, fisico o psicologico, sia nella vita privata sia nel lavoro.

Hai raggiunto tanti obiettivi: un sogno?

In realtà vivo già un sogno. Il mio desiderio è semplicemente continuare a viverlo il più a lungo possibile, raccontando il nostro meraviglioso territorio, la sua tradizione e la sua cultura. Continuare a far conoscere la bellezza e la ricchezza dell’Italia, dai luoghi più nascosti alle tradizioni che ci rendono unici, e trasmettere l’emozione di scoprirli e valorizzarli ogni giorno.