Immanuel Kant

Si dice trascorresse il suo tempo a meditare come i monaci tibetani. A chiedersi il senso dell’apparenza di questa realtà e in che modo si potesse conoscere l’Uno che fu dal quale tutto deriva. La bellezza del suo pensiero fu stabilire che siamo noi limitati a percepire il fenomeno (ciò che è evidente), ma che un noumeno invisibile esiste. Chiamatelo essenza, spirito, o come credete. Ma è ciò che rende più magica lo nostra esistenza.  Era alto un metro e cinquanta e visse in castità dedicando ogni suo sforzo alla vita intellettuale. Sua madre era seguace del pietismo (condotta morale e senso del dovere.!) e Immanuel sosteneva che benché se ne dicesse, chi lo praticava, viveva in quieta serenità. Lui era moto bravo a scuola, affascinato dalla teologia, fisica, letteratura latina. Ottenne la licenza da magister e lavorando nella precarietà fu spinto a preparare le lezioni in modo meticoloso per non perdere neppure uno studente. Si imponeva dure regole e si svegliava sempre alle cinque, diventando esempio vivente di etica.

La sua Critica della ragion Pura, Pratica, del Giudizio sono un patrimonio dell’umanità. Diceva che prima di pretendere di essere felici dovremmo prepararci per esser degni di essere felici. Solo una vita guidata dal dovere e dalla coscienza morale poteva renderci davvero meritevoli di quel bene che tutti desideriamo. Lui, nel perseguire i sogni di conoscenza, visse con gioia.

Era convinto che fossimo in una fase di “rischiaramento”. Cioè che l’uomo fosse in uscita dallo stato di minorità al quale – colpevolmente – si relega per pigrizia. Che il lume della ragione avrebbe dominato. Oggi invece più che mai, l’uomo, più che affidarsi alla ragione, cerca lo showman, l’urlatore, l’influencer, il leader, il santone: siamo followers. Ma se muore la ragione muore anche il linguaggio. Subentra l’esaltazione al posto della moderazione, la superstizione al posto della logica, il libertinismo (mancanza di una struttura morale e dunque anche cattiveria) al posto della libertà (che è autonomia della volontà e tendenza a non calpestare mai il prossimo secondo le famose massime).

E  oggi, dunque, cosa direbbe, Kant?

V.S.