Illustrazione

Gianni Rodari non è stato soltanto lo scrittore delle filastrocche, dei giochi di parole e delle favole al telefono. È stato un maestro, un giornalista, un intellettuale capace di mettere l’infanzia al centro del discorso pubblico. Per lui parlare ai bambini non significava semplificare il mondo, ma consegnare loro gli strumenti per capirlo: le parole, la fantasia, il dubbio, la libertà. La sua immaginazione non era una fuga dalla realtà, ma un modo per guardarla meglio e, magari, provare a cambiarla.

Anche per questo Rodari resta un autore profondamente attuale: perché ci ricorda che educare non vuol dire riempire i bambini di risposte, ma aiutarli a farsi domande.

Morì quasi oscurato dalla morte di Sartre.

Gianni Rodari morì a Roma il 14 aprile 1980. Il giorno dopo morì Jean-Paul Sartre e molta stampa dedicò spazio al grande filosofo francese, lasciando in ombra Rodari. Eppure, oggi possiamo dire che anche a lui, come ai grandi intellettuali del Novecento, dobbiamo moltissimo: un modo nuovo di pensare l’infanzia, la fantasia e la libertà.

Tullio De Mauro definì Rodari un “classico” già nel 1974.

Rodari ne fu così divertito che, secondo il racconto, si appuntò addosso un cartello. Ma De Mauro aveva visto giusto: Rodari non era solo uno scrittore per bambini, era un autore capace di entrare nel cuore della cultura italiana.

Non voleva essere considerato solo uno scrittore per l’infanzia.

Amava il fatto che alcune sue storie fossero finite nella collana Einaudi degli Struzzi, accanto a nomi come Bertolt Brecht ed Edgar Lee Masters. Perché i suoi erano sì libri per bambini, ma anche libri “tout court”: capitati forse per errore nello scaffale della letteratura infantile.

Per Rodari la parola era uno strumento di liberazione.

Il suo motto più famoso resta: “Tutti gli usi della parola a tutti”. Non perché tutti dovessero diventare artisti, ma perché nessuno fosse schiavo. Per lui dare parole ai bambini significava dare loro libertà, pensiero, cittadinanza.

La prima filastrocca di Rodari nacque quasi per caso.

Accadde nel 1949. Poi fu il Partito comunista a mandarlo a dirigere Il Pioniere, la rivista dei “pionieri”, una sorta di boy-scout laici e comunisti. Da lì Rodari iniziò a sperimentare giochi linguistici, storie e filastrocche che avrebbero cambiato la letteratura per ragazzi.

Difese i fumetti quando molti volevano proibirli.

Già nel 1951 si chiedeva se, invece di vietare questo o quel fumetto, non fosse più utile impedire agli insegnanti di far odiare i libri, trasformandoli in strumenti di tortura invece che di scoperta. Una frase che sembra scritta oggi.

Difese anche i cartoni animati giapponesi.

Poco prima di morire, nel 1980, mentre molti accusavano Goldrake e i cartoni giapponesi di rendere i bambini violenti, Rodari invitava a guardare il fenomeno senza pregiudizi. Non negava i problemi, ma non accettava il solito allarme contro tutto ciò che è nuovo.

Per Rodari adulti e bambini potevano parlare la stessa lingua.

Per lui non bisognava abbassarsi al livello dei bambini, né travestirsi da bambini. Il segreto era restare adulti, ma riconoscere che adulti e bambini hanno una parte di mondo in comune. Su quel terreno potevano capirsi: attraverso la fantasia.

Vinse il Premio Andersen nel 1970.

È il più importante riconoscimento internazionale per la letteratura per ragazzi. Rodari resta, ancora oggi, l’unico italiano ad averlo vinto. Nel discorso di accettazione spiegò che anche parlando di gatti o fiabe allegre si può parlare degli uomini e delle cose serie.

Negli ultimi anni Rodari si avvicinò al teatro di strada e alle marionette.

Gli sembravano strumenti più diretti dei libri, capaci di arrivare anche ai bambini che non leggevano o che avevano lasciato la scuola. Collaborò con burattinai, artisti e bambini, convinto che la fantasia dovesse uscire dalle pagine e incontrare la vita.