Vassily Kandinsky

«Il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto sull’anima», scriveva Vassily Kandinsky. In questa frase c’è già tutto: l’idea che la pittura non debba limitarsi a rappresentare il mondo, ma possa attraversarlo, superarlo, trasformarsi in emozione, ritmo, musica».

Dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027 Palazzo Bonaparte ospita una grande mostra dedicata all’artista che ha cambiato per sempre il linguaggio dell’arte moderna. Dopo oltre venticinque anni di attesa, Roma ritrova Kandinsky con più di settanta opere provenienti dal Centre Pompidou di Parigi, che conserva il nucleo più importante dei suoi lavori grazie alle donazioni e al lascito della moglie Nina Kandinsky. Il percorso attraversa tutta la sua vicenda umana e artistica: dagli esordi figurativi agli anni del Blaue Reiter, dalla Russia rivoluzionaria al Bauhaus, fino all’ultima stagione parigina. Accanto ai capolavori, tra cui Gelb-Rot-Blau del 1925, saranno esposti documenti, fotografie, oggetti personali e materiali della Bibliothèque Kandinsky, per entrare anche nella dimensione più intima dell’artista.

Nato a Mosca nel 1866, Vassily Kandinsky non arriva subito all’arte. Studia legge ed economia, sembra destinato a una carriera ordinata, lontana dagli atelier. Poi la pittura diventa una necessità. A quasi trent’anni lascia la strada già tracciata e si trasferisce a Monaco. Qui la sua ricerca cambia passo: le forme, poco alla volta, si allentano, diventano più leggere, si liberano.

 Dunkle Kühle (Fraîcheur sombre)Negli anni del Blaue Reiter, accanto a Franz Marc e ad altri artisti, Kandinsky porta fino in fondo la sua intuizione: la pittura può smettere di assomigliare al mondo e cominciare a somigliare a ciò che sentiamo. Per Kandinsky un colore non era mai soltanto un colore. Il giallo poteva suonare come una tromba, il blu scendere in profondità come un violoncello, il rosso vibrare come una forza viva. Anche le forme avevano un carattere, quasi un temperamento: il cerchio, il triangolo, la linea non servivano solo a costruire un’immagine, ma a provocare una sensazione. È da questa intuizione intima, quasi fisica, che nasce la sua rivoluzione. Kandinsky non voleva più dipingere il mondo così come appariva agli occhi. Voleva arrivare a ciò che si muove sotto la superficie: un’emozione, un ricordo, una paura, una gioia improvvisa. Cercava una pittura capace di comportarsi come la musica, libera dall’obbligo di rappresentare qualcosa; eppure, capace di parlare direttamente all’anima.

 Park von Saint-Cloud, dunkle Allee (Le Parc de Saint-Cloud, allée ombragée)Davanti a un quadro di Kandinsky non basta guardare. Bisogna quasi ascoltare il colore, seguirne il ritmo, lasciarsi attraversare dalle linee, dalle forme, dai contrasti. C’è qualcosa che vibra, che chiama, che sembra muoversi anche quando resta immobile. A Palazzo Bonaparte arriva questo: non soltanto una mostra, ma un’esperienza dei sensi. Un invito a vedere con gli occhi, certo, ma anche con l’orecchio, con la memoria, con quella parte più segreta di noi che riconosce un’emozione prima ancora di darle un nome.

Gabriele MunterDentro questa storia affiorano anche due presenze decisive: Nina Kandinsky, moglie e custode della sua opera e della sua memoria e Gabriele Münter, artista e compagna degli anni del Blaue Reiter, protagonista dell’Espressionismo tedesco e troppo a lungo rimasta nell’ombra