Libro di massimiliano lenzi

foto di massimiliano lenzi di Massimiliano Lenzi
Giornalista e autore TV per RAI News

L’interrogativo, per i cattolici conservatori americani, non ha a che fare soltanto con l’ironia e va ben oltre il divertimento di una battuta. Non era mai accaduto nella storia che al soglio di Pietro salisse un Papa statunitense. Adesso è accaduto anche questo, con l’elezione di Robert Francis Prevost divenuto pontefice l’8 maggio 2025 con il nome di Leone XIV. Non era mai accaduto neppure che un presidente degli Stati Uniti bisticciasse frequentemente e anche con toni esagerati con un pontefice. Con Trump alla Casa Bianca è capitato ed addio ad un altro tabù (se così lo vogliamo come chiamare).

Un presidente americano che prende di mira un Papa americano. L’elenco delle tensioni tra i due sarebbe lungo, ragion per cui ci limitiamo in questa nostra saga trumpiana a citare alcune frasi ed un’omelia. Frasi ed omelia – per cominciare – di Donald Trump e non del Papa. E tutte molto critiche su Leone XIV. Tra le frasi, una su tutte: “È un debole, pessimo in politica estera”. Questa è una delle frecciate di Trump a cui il pontefice americano ha però prontamente replicato: “Non ho paura e non dibatto con lui”.

Quanto all’omelia del presidente americano sul Papa americano, eccola: “Non voglio un Papa che critichi il presidente americano poiché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia. Leone tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano; si riteneva, infatti, che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Purtroppo l’atteggiamento di Leone, troppo debole sul fronte della criminalità e su quello delle armi nucleari, non mi va affatto a genio. Né mi piace il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un fallito della sinistra, uno di coloro che avrebbero voluto vedere arrestati fedeli e membri del clero”.

E ancora: “Il Papa dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!”.

Quasi a voler stimolare una rivalità alla Caino e Abele, Trump ha pure fatto sapere di preferire di gran lunga al Papa “suo fratello Louis, perché è totalmente Maga” (ovvero Make America Great Again, slogan caro a Trump e alla destra americana). Poiché siamo di fronte ad un insolito assoluto nella storia politica degli Stati Uniti e pure del Vaticano, verrebbe da pensare: la questione sarà finita così. Macché, nella migliore tradizione western, in sostegno di Trump (che poi non ne avrebbe affatto bisogno, a dirla tutta), è arrivato il suo vicepresidente, il cattolico convertito J.D. Vance, che l’ha detta ancora più grossa di ‘The Donald’ sul Vaticano e sul Papa: “Dovrebbe attenersi alle questioni morali”.

Eppure, santa pazienza, il buon Vance – da cattolico per scelta quale è diventato – dovrebbe conoscere un po’ di storia della Chiesa. Da sempre, anche dopo la fine del suo potere temporale (avvenuta grazie al Regno d’Italia che nel 1870 mise fine allo Stato pontificio con la breccia di Porta Pia – di fatto l’ultimo atto del Risorgimento – e con Roma che diventava capitale della nazione italiana), si è occupata (molto) di fare politica e non soltanto di anime da salvare o di questioni morali. È dunque abbastanza sconcertante che il vicepresidente degli Stati Uniti, nel pieno della peggiore crisi di sempre fra gli Stati Uniti e il Vaticano, se ne sia uscito con l’argomento delle sole “questioni morali” di cui dovrebbe occuparsi il Papa. Per stare alla storia recente della Chiesa e rendersi conto della bischerata che ha espresso, basterebbe che J.D. Vance si andasse a studiare il pontificato di Karol Wojtyla, il Papa polacco ricordato (anche) per aver fatto cadere il comunismo, seppure i suoi meriti storici siano stati sicuramente ingigantiti. E, vista la sua rivalità politica con il segretario di Stato americano Marco Rubio per chi sarà in futuro il candidato dei repubblicani dopo l’era Trump II alla Casa Bianca, J.D. Vance potrebbe pure andarsi a riguardare uno dei tanti viaggi di Papa Giovanni Paolo II e precisamente quello a Cuba del gennaio 1998, che segnò una svolta nelle relazioni fra la Chiesa cattolica e il regime comunista di Fidel Castro e che viene ancora oggi ricordato per una frase pronunciata da Wojtyla: “Cuba si apra al mondo e il mondo a Cuba”.

Politica, politica e ancora politica del Vaticano, oltre alle questioni morali e a tutto il resto. Così come oggi è profondamente politica (oltreché spirituale) la posizione di Leone XIV sul tema della pace e della guerra. “Credo – sono parole del Papa sulla guerra all’Iran – che sia già stato detto molto chiaramente: lì non c’è una guerra giusta. Il problema è che la teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati: non contemplava nemmeno le armi e la capacità di distruzione di cui dispone l’essere umano al giorno d’oggi”.

Dettaglio, ma grosso come un macigno: a sostenere l’argomento della guerra giusta all’Iran era stato proprio Vance, il vice di Trump. Detto ciò resta il fatto che un vicepresidente degli Stati Uniti – rispetto al ruolo della Chiesa cattolica e del pontefice – nel dubbio, dovrebbe scegliere di non dichiarare troppo su religione e dintorni. Quanto a Trump resta, in questo duello con il Papa, comunque al centro. In mezzo, con da una parte Rubio (il segretario di Stato Usa) e dall’altra Vance (il vicepresidente).

Abbiamo pubblicato un estratto dal libro “Coraggio, fatti fottere. Il West(ern) di Donald Trump”, edito da Edizioni Efesto, luglio 2026. «Donald Trump, quando gli chiedono chi sia il suo attore preferito, cita con grandi elogi Jon Voight, Sylvester Stallone e pure Mel Gibson- dice Lenzi – Ma non dimentica mai la sua ammirazione per Clint Eastwood, il Biondo che Sergio Leone ha immortalato per sempre ne “Il buono, il brutto e il cattivo”. Uno che nel vecchio West, dove era cacciatore di taglie, a chi lo voleva fottere su un ricercato dicendogli: “Ehi tu, lo sai che la tua faccia assomiglia a quella di uno che vale 2.000 dollari?”, senza scomporsi d’una virgola rispondeva laconico: “Già, ma tu non assomigli a quello che li incassa”.