Donna con giacca floreale mentre conversa con un’altra persona durante un incontro all’aperto.

Di Francesca Romana D’Antuono
Già co-presidente di Volt Europa
Prima firmataria dell’iniziativa dei Cittadini Europei “Right to housing – now and forever!”
Premio Gabbiano “Giampiero Foglia” 2026 – XXVIII Edizione

Abbiamo preso il volo di rientro per Roma il 31 agosto. Mio figlio – 5 anni – si è voluto sedere, naturalmente, lato finestrino, per indicarmi le navi che diventano sempre più piccole al momento del decollo, e le forme più strane delle nuvole. Mentre viaggiamo però, al buonumore della vacanza, al sale sulla pelle, agli scherzi in acqua, e alle lunghe notti – si sostituisce rapidamente la consapevolezza che ora ci aspetta quella strana terra di mezzo in cui il lavoro è ricominciato, ma i servizi educativi non ancora.

Questa dissonanza racconta molto di come abbiamo organizzato la nostra società: nel Lazio la scuola dell’infanzia arriva formalmente fino al 30 giugno per fare poi spazio a un lungo vuoto estivo. Per la fascia dei bimbi più piccoli (0-3 anni), e per quelli più grandi, la situazione è ancora più frammentata e l’estate ancora più lunga. Il sistema è costruito intorno all’idea che, quando il servizio pubblico si ferma, la famiglia è pronta ad assorbire il tempo che resta scoperto.

Da Roma a Copenaghen ci sono meno di tre ore di volo: sul calendario di una famiglia con bambini piccoli, però, la distanza è molto maggiore. In Danimarca il comune garantisce un posto nei servizi per l’infanzia a tutti i bambini a partire dalle 26 settimane di vita, e il diritto alla cura copre i giorni lavorativi dell’anno. Per Parigi le ore di volo sono poco più di due, ma anche qui la distanza lato servizi educativi è decisamente maggiore: la scuola materna è obbligatoria dai tre anni e le vacanze sono distribuite in più pause durante l’anno.

Una riflessione obbligatoria: sarebbe naturalmente assurdo volere i bambini sui banchi per dodici mesi, ma concentrare una pausa lunghissima quasi interamente in estate è davvero l’unico modo ragionevole di organizzare il tempo dei più piccoli? Perché la differenza non riguarda soltanto la serenità dei genitori, riguarda soprattutto le disuguaglianze tra bambini.

Disegno colorato di una scuola con bambini nel giardino, giochi, fiori e un grande sole sorridente.Quando la scuola o il nido chiudono, alcune famiglie possono permettersi centri estivi, babysitter, viaggi, sport, libri, musei. Altre no. Secondo l’OCSE, in Italia, tra gli 0 e i 2 anni, frequenta un servizio educativo il 20% dei bambini appartenenti alle famiglie con i redditi più bassi; per quelli delle famiglie con i redditi più alti si arriva al 49%. Eppure sono proprio i bambini più vulnerabili quelli che possono beneficiare maggiormente di servizi educativi di qualità nei primi anni di vita.

Tendiamo a pensare all’istruzione come a qualcosa che diventa davvero importante alle superiori o all’università. Ma le competenze cognitive, linguistiche e sociali su cui costruiremo tutto il resto cominciano molto prima. Ridurre le disuguaglianze nell’infanzia non è solo una politica sociale: è una politica economica. L’OCSE stima che lo svantaggio socioeconomico vissuto da bambini costi ogni anno ai Paesi europei, tra minore occupazione, redditi più bassi e peggiori condizioni di salute, l’equivalente di circa il 3,4 per cento del PIL.

Naturalmente c’è poi un’altra grande questione: a coprire il tempo lasciato vuoto dai servizi educativi c’è quasi sempre lei, la madre. L’Italia ha ancora il più ampio divario occupazionale di genere dell’Unione europea, quasi venti punti percentuali. Servizi per l’infanzia accessibili, continui e affidabili rendono concretamente più facile per una donna restare nel mercato del lavoro e per una coppia immaginare un figlio. Ecco la fotografia di un pezzo della crisi demografica che viviamo.

L’obiezione che di solito arriva a questo punto è sempre la stessa, ed è tutto sommato ragionevole: a giugno, luglio, agosto e settembre, in Italia, fa davvero troppo caldo per stare in classe. È vero, ma basta un altro volo, questa volta verso Madrid, per scoprire che il clima caldo non rende inevitabile la chiusura prolungata: nella regione della capitale spagnola esistono servizi per gli 0-3 che arrivano fino al 31 luglio.

E in effetti il cambiamento climatico sta rendendo il caldo estremo sempre meno confinato alle tradizionali vacanze estive; l’Agenzia europea dell’ambiente stima che già oggi più di 16 mila scuole europee sperimentano giornate sopra i 30 gradi durante l’anno scolastico.

La risposta però, a maggior ragione, non può essere chiudere le scuole sempre più a lungo. Dev’essere renderle capaci di stare aperte: isolamento, ombreggiamento, alberi, ventilazione, sistemi efficienti di raffrescamento, edifici che consumino meno energia e proteggano meglio chi li vive. Adeguare le scuole al clima che cambia significa adattarsi a una realtà che è già qui.

E poi chissà, magari tra i bambini che oggi mandiamo a casa perché le nostre scuole non reggono il caldo, ci sono proprio quelli che domani sapranno trovare la soluzione alla crisi climatica che noi non siamo stati capaci di immaginare. Sarebbe un buon motivo per dar loro, fin da piccoli, tutto il tempo, gli strumenti e le opportunità per provarci.