Ritratto di Andrea Pezzi sorridente, seduto con giacca nera in un ambiente moderno.

di Fernanda Perri

Per molti resta uno dei volti simbolo della MTV degli anni Novanta, quello di una televisione che per la prima volta parlava ai ragazzi con il loro stesso linguaggio. Ma Andrea Pezzi, da quell’immagine, si è allontanato parecchio.

Ha lasciato la tv, è diventato imprenditore, ha fondato MINT, azienda che lavora con la tecnologia e l’intelligenza artificiale, e poi APF, Andrea Pezzi Foundation, dedicata alla cultura umanista. Nel frattempo, è tornato sul palco con Intelligenza Naturale e in libreria con La nostra Odissea. Ritorno all’umano.

E allora partiamo proprio da un viaggio.

Dal suo Ulisse, dall’Odissea di Christopher Nolan e da quello che proveremo a fare insieme a lui: ripercorrere, domanda dopo domanda, le molte vite, gli incontri e le trasformazioni che lo hanno condotto fin qui.

Dopo anni passati soprattutto a inventare progetti e imprese, torna sul palco con uno spettacolo che si chiama Intelligenza Naturale, proprio mentre tutti parlano di intelligenza artificiale. È un ritorno al pubblico o, in qualche modo, una presa di posizione?

La seconda, questo spettacolo nasce dalla voglia di contribuire ad un dibattito necessario non solo sulle conseguenze di questa straordinaria rivoluzione tecnologica ma soprattutto sulla natura umana.

Penso che, come cultura occidentale, stiamo attraversando una crisi di valori e identità umana molto pericolosa e parlare dei principi che fondano la dignità umana sia importantissimo.

Lei continua a definirsi un creativo, anche quando parla del suo lavoro da imprenditore. Che cosa significa essere creativi nel fare impresa?

La creatività è il gioco della vita: dare forma all’invisibile, dare corpo alle idee e trovare sempre soluzioni ai problemi che l’inevitabile gioco esistenziale produce.

Mi definisco creativo perché amo questo modo di stare al mondo e fare impresa è certamente per me un esercizio per conoscermi e superarmi quotidianamente.

Per parlare del futuro sceglie Omero. È curioso: davanti a una rivoluzione tecnologica senza precedenti, lei torna a uno dei testi più antichi della nostra cultura. Perché il nuovo, per essere capito, ha bisogno dell’antico?

Io non credo che esistano tante cose davvero nuove nel mondo, soprattutto quando parliamo di dinamiche esistenziali e di conoscenza. Il viaggio di Ulisse è un viaggio sempre presente in ognuno di noi, che lo si comprenda o meno, del resto sono proprio i greci che hanno inventato il mito per parlare ed educare.

La storia, la letteratura e persino l’attualità possono essere mito, qualcosa a cui ricorrere per meglio comprendere la nostra realtà interiore.

Tra i pensatori a cui è maggiormente legato, pare abbia due gigantografie di Parmenide ed Eraclito, ci sono proprio i presocratici. Che cosa avevano capito dell’uomo che noi, forse, abbiamo dimenticato?

Penso che questi due immensi pensatori abbiano dato il fondamento di ogni successiva filosofia: Parmenide ha definito l’essere ed Eraclito gli ha trovato casa dentro ognuno di noi coniando il concetto di logos 400 anni prima che Gesù vi si identificasse predicando la nuova novella in Galilea.

L’intelligenza artificiale ci sta costringendo a chiederci che cosa sia davvero l’intelligenza. Abbiamo commesso l’errore di identificarla troppo a lungo soltanto con la logica, la razionalità e la capacità di trovare una soluzione?

Sì sì, assolutamente sì, abbiamo perso di vista l’origine etimologica della parola intelligenza. Il frate scozzese Duns Scoto diceva che intelligenza significa intus legere, leggere dall’intimo di noi stessi l’intimo dell’altro. L’intelligenza è empatia. Capacità di astrazione, di trascendenza, di intuizione.

L’intelligenza ha a che fare con il logos, se vogliamo è l’identità stessa dell’essere umano.

Lei ha paragonato la rivoluzione digitale, per portata, alla rivoluzione industriale. Ogni grande rivoluzione ha bisogno di qualcuno che sappia leggerla fino in fondo. La rivoluzione industriale ha avuto Marx. Quella digitale ha già trovato il suo interprete o lo stiamo ancora aspettando?

Penso che sia davvero auspicabile trovare qualcuno in grado di dare forma al nostro futuro affinché le macchine non prendano il sopravvento sull’umano.

Se con la rivoluzione industriale è stato possibile immaginare che fosse l’economia a muovere la storia con la rivoluzione digitale la storia deve imparare a dare un fine all’economia.

Il filosofo che stiamo cercando dovrà dare un fine all’economia rimettendo al centro l’umano.

E la politica? Le sembra che abbia capito la dimensione di questa trasformazione o continua soprattutto a inseguirla?

La politica è la grande speranza, penso che il vero scopo della politica sia quello di radicare la crescita senza fine e senza fini del mercato nel terreno dell’umano, se la politica perdesse questo appuntamento con la storia sarebbe la fine della democrazia e l’inizio di una fase di grande disordine.

Con la Andrea Pezzi Foundation immagina anche una scuola di formazione umanista. Mentre tutti ci dicono che dobbiamo imparare a usare sempre meglio le macchine, lei sembra voler tornare a un nuovo umanesimo. È così?

Sono affezionato all’idea di umanesimo perenne perché credo che ciò che è insito nella natura umana non subisca mutamenti e forse non si rinnova neanche.

L’umanesimo è una luce che attraversa gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni parte del mondo usandoli perché la vita possa continuare ad accadere.

In questo senso non credo si possa parlare di nuovo umanesimo, non dobbiamo inventarci nulla, dobbiamo riscoprire in noi i fondamenti della perenne cultura umanista.

Andrea Pezzi sorridente con una mela rossa in mano, illuminato da una lampadina su sfondo scuro.Nella sua Odissea è Atena, alla fine, a fermare la vendetta e a ristabilire un equilibrio. Se trasportassimo quella scena nel nostro presente, di quale “Atena” avremmo bisogno oggi?

Atena è una intuizione che stiamo tutti aspettando, siamo figli di una cultura occidentale colonizzatrice e questa era coloniale sta evidentemente finendo.

Il racconto della guerra in Ucraina è controverso; la reputazione di Israele è distrutta. Se non impariamo ad accogliere l’idea della perdita, noi come mondo occidentale rischiamo di dover pagare un prezzo altissimo per la nostra stupidità. La speranza che Atena possa imporre, come dice Omero, parità e amore nella coscienza dell’uomo occidentale, ovvero la speranza che l’uomo occidentale possa trovare una via alternativa alla cultura coloniale per affermare sé stesso è una speranza necessaria. Certamente un tipo di intelligenza femminile che ha poco a che fare con chi governa l’Europa. Penso di non essere il solo che pensa che la nostra classe dirigente non stia affatto interpretando i valori della pace e del dialogo che fondano la parte migliore della cultura occidentale.

Se potesse scegliere un altro secolo in cui vivere, quale sceglierebbe?

Ho sempre avuto una grande fascinazione per quella parte della storia che conosciamo poco. Sono convinto che i popoli accadici e sumeri avessero un livello di cultura e civiltà molto superiore a come la storia insegnata nelle scuole ci racconta. Quindi sì, avrei voluto vivere tra il 4.000 e il 2.000 a.C. nella bassa Mesopotamia.

Facciamo un gioco: Atene, V secolo a.C. Chi inviterebbe nella sua cucina?

Beh sicuramente Eraclito… anche se viveva ad Efeso.

A proposito di cucina e quindi degli anni di Kitchen, di Mtv e dell’Andrea degli anni 90, c’è invece qualcosa di cui era assolutamente convinto a trent’anni e su cui oggi ha cambiato idea?

Negli anni di Mtv ero convinto di ben poche cose, probabilmente l’unica certezza che avevo era che avrei cambiato mestiere.

La sua Odissea parla di un ritorno. Allora chiudiamo così: qual è oggi la sua Itaca? E quale libro metterebbe nella valigia di chi sta ancora cercando la propria?

Io penso di essere già tornato ad Itaca perché le attribuisco il significato di casa interiore e non ho paura ad ammettere che ormai da qualche anno mi sento a casa. Cioè ho incontrato me stesso.

Nella valigia di chi ancora cerca la propria Itaca metterei… beh sarei un ipocrita a non dire “La nostra Odissea”.