È considerato il più grande stileliberista italiano di sempre sulle distanze brevi. Due volte campione del mondo nei 100 metri stile libero, nel 2005 e nel 2007, oltre a due titoli iridati in vasca corta e ben diciassette ori europei. Oggi Filippo Magnini si commuove quando gli capita di rivedere quei momenti in cui ha fatto sognare un intero Paese. Perché sa di avere trasmesso non solo emozioni, ma anche messaggi importanti, soprattutto per i giovani, ma non solo. Dopo una carriera costruita con grande sacrificio e senso della vittoria, compresa delle sue sconfitte e difficoltà, ha scelto di condividere con tutti gli insegnamenti che lo hanno reso l’uomo più veloce del mondo. Ed ecco perché, ogni tanto, lo si vede indossare una maglietta con scritto “I’m possible”, con quell’apostrofo che trasforma tutte le imprese in opportunità.
Cosa rappresenta questa frase con un apostrofo che cambia la prospettiva?
Tutte le occasioni nelle quali non mi sono fermato quando gli altri mi dicevano che non ce l’avrei mai fatta. Rappresenta tutte quelle occasioni nelle quali ho preferito apprendere dalla sconfitta e allenarmi di più piuttosto che non darmi responsabilità e non migliorarmi. Rappresenta tutte quelle volte che non mi sono fermato a quello che sembrava ed ho ascoltato solo il mio team e le mie sensazioni e sono andato avanti.
Insegnamenti importanti soprattutto per i giovani, ma in genere per tutte quelle persone che stanno affrontando delle situazioni difficili. Lei dalla sua aveva certamente un talento unico che l’ha reso “Re Magno”. E’ sufficiente?
Il talento te lo dà madre natura ma da solo non basta, anzi. Diventare quello che sono stato è frutto delle scelte che ho fatto tutti i giorni della mia vita, ogni giorno di essa. In pochi lo sanno ma se sommassi i metri delle vasche che ho nuotato da quando sono piccolo risulterebbe che ho nuotato per tre volte il giro della Terra.
Quale responsabilità sentiva quando nuotava?
In uno sport individuale come il mio, anche in quei 48 secondi in cui ho vinto il Mondiale a Roma, in gara ero ovviamente io a girare le braccia, ma se avessi sbagliato la virata, la partenza o l’arrivo — come in parte è successo, perché la partenza l’ho sbagliata — avrei potuto compromettere tutto. Il punto è che non avrei pregiudicato solo la mia performance, ma il lavoro di tante persone.
Festeggiava sempre con allegria, ma non si è mai “dedicato una vittoria”.
Spesso noi atleti siamo un po’ egoisti e ci dimentichiamo di ringraziare chi ci sostiene. Io non l’ho mai detto. Ho sempre dedicato le vittorie alle persone che mi hanno aiutato, perché avevo uno staff importante: il mio allenatore, il preparatore atletico, la fisioterapista, il nutrizionista. O il mental coach. ll mio allenatore, ad esempio, ha sacrificato molte vacanze con i figli, perché la stagione agonistica del nuoto va dal 1° settembre al 15 agosto, quindi praticamente non ci sono pause. I miei genitori hanno rinunciato alle loro ferie per venire a vedere le mie gare, non per andare in vacanza, ma per seguirmi alle Olimpiadi, a Pechino, a Rio.
La bellezza del team. Nel quale era compresa anche sua moglie Giorgia Palmas e la sua piccola. Quanto sono stati importanti per i suoi obiettivi sportivi?
Mi hanno permesso di vivere un certo tipo di vita, dedicando tutto il tempo all’allenamento e al recupero. Hanno contribuito direttamente alla vittoria e al successo.
Ora quale mission impossible sta pensando di affrontare?
Essere sempre la migliore versione di me. Oggi vorrei poter esser il miglior padre per mia figlia, il miglior marito possibile per mia moglie e restituire alle future generazioni tutto quello che la vita e lo sport mi hanno insegnato.

PAOLO LONGHI “IL VERO LEADER? HA CURA DEGLI ALTRI.
NON DESCRIVE IL FUTURO, LO ALLENA.
Paolo Longhi, da diversi anni, attraverso i campioni dello sport, dell’arte, dello spettacolo, racconta come spostare l’attenzione da ciò che manca a ciò che c’è, da ciò che limita a ciò che permette, da «impossible» a «impossible». Come affrontare sfide, adattarsi ad esse, trovare soluzioni, sistematizzarle. Forse, proprio a come si diventa leader. Ma cosa c’è davvero dietro quell’apostrofo? «Noi l’abbiamo sintetizzato in una parola: WISE. In inglese significa saggio, sapiente. Il leader saggio è chi riconosce ciò che ha già di buono, in sé e negli altri. E ci piace vedere WISE anche come acronimo: Wellbeing, Inclusion, Sustainability, Strategy e, Engagement». Wellbeing, ovvero benessere a 360 gradi. «Serve mettere la cura in ciò che fai: di sé, dei colleghi, degli amici, dell’ambiente, del sé e di sé. Non è solo una questione fisica o psicofisica. Lo stress esiste e negarlo è una bugia. Lo stress è la nostra reazione naturale al cambiamento. La differenza la fa come reagiamo. Il leader non deve avere più la risposta a tutto ma può mettere a disposizione di tutti il proprio mindset».
Quel famoso apostrofo. «Nessuno cresce perché qualcuno gli mostra una guida perfetta. Cresce chi, ogni giorno, crea le condizioni per permettere a se stesso e agli altri di evolvere: nel benessere psicofisico, relazionale, sociale, ma anche nell’innovazione. Perché non cambia solo il mondo: cambiamo anche noi.
Quello che ero ieri, oggi non lo sono più». Tra i suoi atleti Arianna Sacripante, nuotatrice artistica con sindrome di Down, medaglia d’oro ai Trisome Games 2016. Dice sempre: “Ho smesso di sentirmi diversa, da quando ho capito di essere unica”. L’inclusione è il secondo dei pilastri.
E l’unicità ha bisogno di due cose: una luce per essere illuminata e uno spazio per poter fiorire. Oggi un leader è chi dà luce e spazio a sé e agli altri e lo fa ascoltando, osservando, interpretando ciò che le persone chiedono e ciò che si aspettano. Un leader saggio fa sentire le persone parte di qualcosa. E forse questo spiega l’essenza della leadership oggi: un leader non descrive il futuro. Lo allena».



































