Gaja Masciale entra con un’eleganza innata, i capelli rossi come una firma e una calma che si fa subito presenza. Parla lentamente, scegliendo le parole con cura, come se ognuna avesse bisogno del suo tempo per arrivare a destinazione.

L’occhio che intimorisce

Il primo giorno su un set, racconta, non si scorda mai. «È una paura legata all’eccitazione, alla sensazione di dover recitare davanti a così tante persone, oltre la macchina da presa». Ma il set non è un luogo solitario. «Non sei mai sola e non devi occuparti tu di tutto, c’è sempre qualcuno che ti accompagna passo dopo passo». È in quel passaggio che la
paura si trasforma in fiducia. «È stato imparare ad amare la macchina da presa, quell’occhio fisso e imponente davanti a te, che prima ti intimorisce e poi diventa il tuo più grande alleato».

Il teatro come atto irripetibile: nascere e morire ogni sera

Impegnata in un tour nel nord Italia con La locandiera di Carlo Goldoni, regia di Caitriona Mc Laughlin, racconta che sul palcoscenico le cose cambiano «Cambia tutto. Cambi tu. Sei completamente esposta, non c’è filtro, non c’è montaggio. Sei tu, il tuo corpo, la tua voce e il pubblico nel momento presente». Una responsabilità totale e irripetibile, fondata sulla pura presenza, fuori dalla riproducibilità tecnica. Il teatro, rispetto al cinema, richiede un lavoro diverso, soprattutto quando si affronta un personaggio come Mirandolina. «Chiede una disciplina quotidiana e una presenza costante. Chiede di nascere e morire ogni sera e di risorgere dalle ceneri come una fenice». È un personaggio complesso, che non permette distrazioni. «Devi attraversarla ogni sera con la stessa intensità, senza mai pretendere di ripetere. Devi concederti di viverla ogni volta in modo autentico, portando in scena le emozioni di quel giorno». Una giornata come tante e poi a un certo punto si entra in scena. «Vivi la tua vita fino alle 18, poi lasci tutto fuori dalla porta che varchi per entrare in teatro». Goldoni continua a parlare al presente. «Parla di noi. Dei meccanismi umani, delle relazioni, del potere, del desiderio. Cambiano i secoli, cambia la forma, ma le dinamiche restano sorprendentemente attuali».

Ribellarsi sempre

Dopo aver interpretato Eleonora Duse per il cinema, Gaja Masciale guarda a Mirandolina ed Eleonora Duse come a due figure lontane ma profondamente teatrali, accomunate da una stessa lezione. «Ribellarsi sempre, ribellarsi meglio».
La forza di Gaja nel lavoro è la disponibilità e il desiderio di mettersi in gioco. «Lasciarmi attraversare dal personaggio senza volerlo dominare subito». Ma ogni forza ha il suo rovescio. «Rischio di dare troppo anche in situazioni non richieste. L’iper-disponibilità può spostarti dal centro». Per questo, quando accetta un ruolo, il punto di partenza resta sempre il testo. «Se sono insite domande scomode, se mi mette in crisi o se mi sposta, allora vale la pena affrontarlo».

Un ruolo deve metterti in crisi

Essere attrice, racconta, significa farsi tramite. «Un canale. Dare corpo e voce a una storia che vuole essere raccontata, essere a servizio di essa e liberarmi di me». La libertà nel lavoro è una conquista. «Non è totale, ma è sempre più consapevole». Gaja parla dei registi che sente più affini, quelli che rispettano profondamente gli attori. Tra gli sguardi con cui vorrebbe lavorare c’è quello di Alice Rohrwacher. «Per il suo sguardo magico e profondamente libero».

Crescere senza perdere il centro

Il percorso personale, non ha dubbi, si costruisce grazie ai maestri, ma anche nel momento in cui si sceglie di camminare da soli. «Ho imparato molto anche dalle colleghe e dai colleghi straordinari che ho incontrato. Rubo da tutti». Sul set, aggiunge, lo scambio più fertile nasce dalla curiosità autentica. «Con chi non è competitivo, con chi ha curiosità vera». E anche dietro i cambi di look, svela, non c’è finzione. «È tutto magicamente vero: c’è la magia che ti trasforma e quella, molto più concreta, fatta di tecnica e artigianato». Gli obiettivi per Gaja restano semplici. «Continuare a crescere, sbagliare bene, alzare il cielo sopra di me restando fedele a ciò che mi muove».

Fe.Pe.