di Fernanda Perri

La gentrificazione è un processo semplice da descrivere: quartieri popolari diventano progressivamente più attrattivi, i prezzi salgono e, insieme ai prezzi, cambia anche chi può permettersi di viverci.

Non è solo una questione immobiliare. Cambiano le attività, i servizi, i ritmi. Cambia il modo in cui quei luoghi vengono vissuti e raccontati. E, alla fine, cambia anche chi resta.

Negli ultimi anni questo processo ha accelerato, spinto anche dal turismo e dalle nuove forme di abitare temporaneo. Intere parti di città si trasformano in tempi sempre più brevi, fino ad assomigliarsi tra loro.

E qui sta la contraddizione: chi è cresciuto in quei quartieri oggi vive in case che valgono il doppio, a volte il triplo. Una ricchezza sulla carta. Ma vivere lì costa di più.

E restare diventa difficile – Chi vende guadagna. Chi resta paga.

Intanto il quartiere cambia pelle. Le serrande storiche si abbassano, al loro posto arrivano locali pensati per chi passa. I volti cambiano. Gli abitanti, quelli che restano, si tengono stretti i ricordi. Li condividono nelle chat di WhatsApp, nei gruppi Facebook: foto di com’era, di chi c’era, di quando tutto sembrava più fermo. E così un quartiere abitato diventa un quartiere attraversato. Non è solo Roma. È Milano, Firenze, Lisbona, Barcellona, New York.

Ne parliamo con Irene Ranaldi, sociologa urbana, che da anni studia questi fenomeni e li osserva da vicino, attraversando città e periferie, lavorando su contesti diversi e mettendo in relazione esperienze che, sempre più spesso, si somigliano anche se con le dovute differenze.

Quando ha iniziato a occuparsi di gentrificazione, non era ancora un tema così diffuso.

«Quando ho iniziato, nel 2008, non esisteva quasi nulla in italiano. Alcuni professori mi scoraggiarono, io invece ho deciso di andare avanti. E sono volata a New York.

Lì ho individuato un quartiere, Astoria, nel Queens, che per alcuni aspetti mi ricordava Testaccio, dove vivevo. Ovviamente con tutte le differenze del caso, ma il meccanismo era simile. È in quel momento che capisco che non è un caso isolato. È un modello che si può ritrovare in contesti diversi. E da lì diventa chiaro anche un altro passaggio: parlare di gentrificazione significa parlare di trasformazioni più ampie — globalizzazione, neoliberismo — e di una città che cambia funzione. Non è più solo un luogo da abitare, ma sempre più un bene da valorizzare.»

Un modello che oggi sembra ovunque.

«La città smette di essere solo un luogo da abitare e diventa sempre più un bene da valorizzare. Non si abita più soltanto: si mette a reddito. Le piattaforme di affitti brevi hanno accelerato tutto. All’inizio si trattava soprattutto delle seconde case, poi sono entrate nel circuito anche le abitazioni di residenza. Oggi vediamo chiaramente le conseguenze: sempre meno disponibilità di affitti lunghi per famiglie e lavoratori, e un mercato sempre più orientato verso abitanti temporanei. E insieme alle case cambiano anche i servizi. I mercati rionali si trasformano, conviene di più fare street food che vendere prodotti per chi vive nel quartiere. I negozi di prossimità chiudono e diventano depositi bagagli, lavanderie per b&b.
È una trasformazione molto concreta, quotidiana: cambia proprio la funzione del quartiere.»

Nel suo libro Geografie della Gentrification. Viaggio nell’Italia dell’iperturismo, affronta questo fenomeno da vicino. Crede che  le città stiano diventando tutte uguali?

«Non possiamo dire che le città stiano diventando tutte uguali, ma molte città occidentali lo stanno diventando nelle loro parti centrali. Entriamo in città diverse e troviamo le stesse cose: stesse catene, stessi locali, stessi modelli. Poi la differenza la fanno le persone, le comunità locali, quando riescono a restare. Se però guardiamo ai dati, il quadro diventa molto più evidente. A Roma oggi si contano tra i 23.000 e oltre 28.000 annunci Airbnb, con una concentrazione fortissima nel centro storico: il Municipio I da solo arriva a circa 15.700–17.000 unità. A Venezia il dato è ancora più netto: ci sono più posti letto per turisti – oltre (60.000) – che residenti (56.165) A Napoli si contano tra i 10.000 e i 15.500 annunci, cresciuti molto rapidamente negli ultimi anni, con effetti diretti sulla disponibilità di case e sull’aumento degli affitti. Questi numeri spiegano bene perché, in molte città, trovare casa per vivere stabilmente sia diventato sempre più difficile.»

Testaccio è stato il suo primo punto di osservazione. C’è stato un momento in cui è cambiato davvero?

«Non c’è mai un momento preciso. Il cambiamento, quasi sempre, si riconosce dopo.

Però, se devo indicare uno spartiacque, direi il mercato. Il vecchio mercato di piazza Testaccio era obsoleto, certo, ma si poteva trasformare. Penso al Chelsea Market di New York: un esempio riuscito. Invece si è scelto di abbatterlo e spostarlo. Oggi abbiamo una piazza molto bella, ma profondamente diversa: movida, flussi continui, un uso molto intenso dello spazio. E anche il mercato è cambiato: è più caro, e molte attività si sono orientate verso lo street food. Il risultato è che il quartiere viene sempre più attraversato, vissuto ma anche consumato.»

Siamo sicuri che la gentrificazione impoverisca davvero chi quei quartieri li ha sempre abitati?

«Esiste quella che possiamo chiamare un’illusione di guadagno. Airbnb viene spesso percepito come una rendita facile, ma non lo è. Ci sono costi nascosti, tasse, gestione, tempo. Le stime online non sempre corrispondono alla realtà. E più aumenta l’offerta, più cresce la concorrenza e si abbassano i prezzi. Può essere redditizio, sì. Ma è un’attività imprenditoriale, non una rendita automatica.»

Cosa perdiamo davvero quando un quartiere cambia?

«Innanzitutto, perdiamo le relazioni. Non solo le persone, ma le reti di fiducia quotidiana: il saluto, il credito al negozio, il riconoscimento. Quando queste reti saltano, il quartiere diventa più fragile, anche se appare più ordinato. Cambiano anche i significati: una panetteria non è intercambiabile con un brunch bar. E perdiamo qualcosa di più sottile: la possibilità di essere anonimamente riconosciuti.

Cosa guadagniamo?

Ordine, servizi, una sicurezza percepita maggiore. Per alcuni anche opportunità economiche, spesso però precarie. E un aumento del valore simbolico: il quartiere diventa desiderabile. Ma questo valore raramente resta a chi quel quartiere lo vive.»