C’è una data che spiega tutto: il 9 novembre 1354. Quel giorno, dopo quattro mesi di assedio, gli algheresi si arresero agli aragonesi di re Pietro IV detto il Cerimonioso, che ordinò la deportazione dell’intera popolazione originaria — sardi e liguri ridotti in schiavitù e mandati nella penisola iberica e nelle Baleari — per ripopolare la città con famiglie catalane e aragonesi allettate da privilegi fiscali e commerciali. Non fu una conquista: fu una sostituzione etnica programmata. E da quel momento, Alghero smise di essere sarda per diventare qualcos’altro — qualcosa che non è mai smessa di essere.
La cinta muraria che ancora oggi caratterizza il centro storico non serviva solo a difendere la città dai nemici esterni ma isolava fisicamente la comunità catalana dal resto dell’entroterra sardo, permettendo alla lingua di cristallizzarsi e resistere ai secoli, mentre il sardo continuava la sua evoluzione indipendente nelle campagne circostanti Bastioni e torri non erano solo militari, erano un confine culturale.
La lingua che ne nacque, l’alguerés, si trasmise per via orale all’interno delle famiglie, delle confraternite e delle attività marinare. È conservativa perché mantiene tratti del catalano medievale che nella Barcellona moderna sono scomparsi da secoli.
Camminare oggi nel centro storico significa incrociare le insegne bilingui — via Carlo Alberto e Carrer de Sant Francesc — e sentire, nelle conversazioni tra anziani, suoni che sembrano venire da un’altra epoca e da un’altra costa. Nel 2012, il 22% dei circa 40.000 abitanti di Alghero parlava ancora il dialetto algherese; tra i giovani in età scolastica la percentuale scendeva al 12%, tanto da far classificare la lingua come a rischio estinzione secondo l’UNESCO.
L’architettura racconta la stessa storia. Le mura sul mare, le torri difensive, la chiesa di San Francesco in stile gotico-catalano con il suo chiostro, la Cattedrale di Santa Maria con le aggiunte barocche: è un centro storico piccolo ma denso, fatto per essere camminato lentamente. Le fortificazioni visibili risalgono in gran parte al XVI secolo, ricostruite per volontà di Ferdinando il Cattolico, che le aveva giudicate troppo degradate per garantire la protezione della città. Lungo le mura si contano sette torri e tre forti.
Capo Cacciaeè il lato più radicale di questo paesaggio. La Grotta di Nettuno, scoperta da un pescatore locale nel Settecento, è una formazione carsica situata sul versante nord-occidentale del promontorio, accessibile solo se le condizioni meteo-marine lo permettono. La sua formazione risale a circa due milioni di anni fa; all’interno si trovano sale con formazioni carsiche, una spiaggia di sabbia bianca e un lago sotterraneo.
Raggiungerla via terra è un’esperienza a sé. L’Escala del Cabirol — “la scala del capriolo” in catalano — fu aperta nel 1954 su progetto dell’architetto Antoni Simon Mossa, che al tempo ricopriva anche il ruolo di soprintendente ai beni culturali: 654 gradini che si inerpicano a zig zag lungo una parete a picco di 119 metri, proprio come facevano un tempo caprioli e daini. Prima della sua costruzione, la grotta era visitabile esclusivamente via mare, e solo nelle giornate di acqua calma: nei secoli precedenti si erano moltiplicati i progetti per ovviare al problema, inclusa una proposta ottocentesca per scavare un tunnel dall’altro lato del promontorio.
All’interno, il percorso visitabile dura circa quaranta minuti e attraversa ambienti di grande impatto: il Lago La Marmora, lago salato sotterraneo con la sua Spiaggia dei Ciottolini; la Sala della Reggia con le stalagmiti imponenti; il Grande Organo, la colonna calcitica più alta della grotta; e la Tribuna della Musica, un balcone dal quale in passato venivano organizzati concerti con orchestre all’interno della cavità.
Quando si risale — e la salita è più impegnativa della discesa, meglio tenerlo a mente — Alghero si accende di colori caldi. Il tramonto dai bastioni è il modo più diretto per capire perché questa città non si dimentica: il mare riflette ogni sfumatura, il vento porta il profumo salmastro della costa, e qualcuno, da qualche parte, sta ancora parlando catalano.



































