La notte stellata di Van Gogh

di Francesca Achito

“La tristezza durerà per sempre”. Queste le taglienti, disperate ma profondamente intense parole che Vincent Van Gogh rivolse al fratello Theo negli ultimi secondi di vita prima di morire. Parlare di Van Gogh, oggi, in un mondo che accoglie, accetta, considera il genio e l’eccentricità dell’artista a prescindere dall’insanità mentale che lo ha afflitto, offre una visione diversa per quello che è uno degli artisti che ha costituito un proprio stile identitario nonostante la condizione esistenziale tortuosa e precaria, rendendo ogni sua tela caratteristica, distinta rispetto a qualsiasi altro artista.

A cavallo tra due correnti contrapposte, tra impressionismo ed espressionismo, Van Gogh si posiziona in una stanza tutta sua. La vita dell’artista olandese è stata la musa e l’aguzzina, una biografia tortuosa e tormentata definita da episodi euforici, a volte mistici, a volte depressivi dettati da un probabile disturbo bipolare – allora sconosciuto – insorto tra i venti e i trent’anni. “La mia testa a volte è insensibile e spesso brucia e i miei pensieri sono confusi” scrisse da Amsterdam. La mancanza di un posto nel mondo, la povertà e la vicinanza dapprima alla Chiesa evangelica, successivamente al lavoro in miniera, è stato per Vincent ciò che ha dato la prima forte spinta alla sua produzione artistica.

La pittura di Van Gogh è coerente all’umoralità dell’artista, spaziando nelle diverse fasi della sua vita. Ruolo di enorme rilevanza è il colore, che Vincent utilizza come vero e proprio strumento espressivo. Giallo e blu sono i veri protagonisti della sua produzione, due cromie totalmente contrapposte, divisorie, così come la sua malattia. Il giallo richiama il Sole ed il senso della vita, dell’euforia e della gioia, in contrasto al blu, più introspettivo e desolato.

Confrontando questa teoria del colore alla sua produzione, si può dare evidenza dei momenti di forte entusiasmo del pittore, come avviene nel periodo ad Arles, ove l’artista risiedette per un periodo. Sarà proprio nella sua “casa gialla” che Van Gogh realizzerà una delle sue collezioni più note, ossia i Girasoli in vaso. Durante il suo soggiorno ad Arles, Vincent visse un momento di forte vivacità dato dall’attesa dell’amico Paul Gauguin. In quegli scorci di luce e apprensione, Vincent dedicò il suo tempo a decorare le stanze di tele colme di girasoli. «Ci sto lavorando ogni mattina, dall’alba in avanti» scriverà in una delle lettere al fratello.

Il girasole rivestiva il simbolo della riverenza nei confronti del Sole, paragonato a Dio. Probabilmente Vincent si rivedette in quella stessa devozione nei confronti di Gauguin, con il quale intrecciò un rapporto disparitario e dannoso per la mente già fragile dell’artista. L’atteggiamento dell’amico non giocava a favore del temperamento fragile di Van Gogh, creando spesso un braccio di ferro tra le due personalità. Fu proprio la solitudine il flagello che martorizzò Vincent per l’intera vita, deteriorandolo psicologicamente. Quella convivenza si interruppe all’apice di un diverbio che sfociò nel gesto del “taglio del lobo sinistro”.

L’indole controversa dell’artista olandese è evidente anche nella relazione col fratello Theo, il cui scambio epistolare costituisce la testimonianza della personalità frammentata di Van Gogh. Il sostegno del fratello sarà di vitale importanza. Theo provvederà al mantenimento economico del fratello, tentando una convivenza difficile. “In casa c’è un clima che mi è quasi insopportabile” scriveva Theo nel 1887. Ciò nonostante, sarà il più grande ammiratore di Vincent. Sarà proprio Theo a far emergere il nome di Vincent durante un’esposizione, portando alla vendita de “La vigna rossa ad Arles”, l’unica opera venduta mentre era in vita.

Neanche quello spiraglio di luce salvò l’artista dalla sua disperazione che lo portò, poco dopo, al tragico suicidio. Furono i mesi del suo ricovero volontario nel manicomio di Saint-Paul-de-Mausole, momento tra i più produttivi. Particolare è l’espressione emotiva dietro “La notte stellata”, probabilmente l’opera più celebre. La luna sembra figurare un sole che sta per crollare, mentre le stelle contrastano un cielo simile al mare in tempesta. La realtà esterna viene distorta dall’esperienza di Vincent, contrapponendo la realtà visiva al mondo emotivo.

Questa opera converge con il senso di inquietudine vissuto da Vincent, mascherato da una finta ripresa. La permanenza nel manicomio fu delineata da momenti di sconforto, in cui Vincent si arrese alla difficile condizione mentale. La turbolenza dei colori comunica lo stato mentale ed emotivo dell’artista, aggrappatosi alla pittura come unica forma di resistenza.

Un ulteriore rapporto caratterizzerà i mesi di ricovero, l’amicizia con il dottor Paul Gachet, psichiatra amante dell’arte. Immortalato nel “Ritratto del dottor Gachet”, quest’opera conferma il rapporto tra i due. Il dottore appare malinconico, con uno sguardo vitreo. L’espressione rappresenta la stanchezza di vivere, una stanchezza che accomunava Gachet e Van Gogh.

Saranno gli ultimi mesi di vita del pittore. Vincent si ucciderà sparandosi un colpo al torace, morendo due giorni dopo all’età di trentasette anni. Vincent Van Gogh leverà il suo ultimo respiro senza aver mai avuto la consapevolezza del suo talento. Lo stato depressivo fu il macigno che lo condannò ed al contempo creò le ali della sua creatività.

Il nesso tra genio e follia si materializza nella vivida emotività delle sue tele, dove l’irrequietezza prendeva i comandi delle pennellate. Van Gogh, che non riusciva a trovare il suo posto nel mondo, oggi ne prende uno tutto suo, divenendo uno degli artisti più celebri e riconosciuti per la sua tecnica e i suoi colori.