Di Virginia Saba
Guardando La Grazia di Paolo Sorrentino non si può fare a meno di pensare al Il giorno del giudizio, il capolavoro di Salvatore Satta, uno dei testi più significativi del ‘900. Due opere lontane per linguaggio e tempo, ma sorprendentemente vicine nel modo in cui interrogano l’uomo di fronte a sé stesso.
L’incompiutezza come destino
Giudizio e grazia, parole che sembrano opposte, finiscono per essere la stessa cosa. Come ricorda la critica letteraria Angela Guiso nella sua recente biografia dedicata allo scrittore sardo, il giorno del giudizio in Satta non è una sentenza morale o teologica delle vite che si affidano alla figura del giudice, quanto un rendersi conto inevitabilmente della propria incompiutezza. È quello spazio nel quale tutto si arresta e che Sorrentino mette in scena affidandolo alla figura simbolica del presidente della Repubblica, giurista come Satta, perseguitore instancabile di verità e giustizia, chiamato per ruolo a decidere le sorti di milioni di persone, ma immobile in uno spazio inumano, perché senza progetti, senza futuro, intrappolato in uno spazio senza scampo. Una condizione alla quale siamo destinati tutti, nessuno escluso, e che mette il presidente, il carcerato, persino l’animale sullo stesso piano. Non c’è una gerarchia morale che regga di fronte al meccanismo tragico della vita, siamo tutti immersi nella stessa tragicità. La libertà stessa perde il suo significato assoluto, risultando inutile (che me ne faccio alla mia età) lasciando spazio a un’unica possibilità autentica: la resa alla vita.
Oltre il giudizio, la consapevolezza
Nel film, come nel romanzo di Satta, ciò che emerge non è il primato del giudizio, che potrebbe e dovrebbe esercitare anche la prima figura dello Stato che possiede strumenti e diritto per farlo, ma la consapevolezza della tragicità dell’esistenza che vanifica ogni sforzo. Il passato fa male, sempre, a tutti indistintamente. I ricordi possono diventare ancore, appigli fragili a cui aggrapparsi, ma non cancellano il senso di incompletezza, la percezione di non aver avuto, il coraggio di scegliere, persino di capire.
Una grazia controcorrente nell’epoca del giudizio
Se questa è l’epoca della polarizzazione e del giudizio continuo, il messaggio che unisce Sorrentino e Satta appare controcorrente. Non c’è condanna o assoluzione, ma una forma di grazia, prima di tutto verso sé stessi, e poi verso gli altri.
Grazia intesa come bellezza del dubbio, giudizio come resa ad esso. Non come debolezza, ma come lucidità estrema di fronte alla comune fragilità umana.



































