Floria Tosca, Mario Cavaradossi e il Barone Scarpia avranno un corpo nuovo: non quello dei cantanti lirici, ma quello dei pupi siciliani. Legno, armature, fili, gesti netti. Una presenza scenica antica e potentissima. Accadrà il 5 luglio 2026 all’Acquario Romano, dove Tosca diventerà per la prima volta uno spettacolo di pupi siciliani. Una prima assoluta mondiale firmata dal Teatro dei Pupi Vaccaro Mauceri di Siracusa, realtà legata alla tradizione dell’Opera dei Pupi, patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO. Il progetto si svolge sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio del Comune di Roma. La musica di Puccini sarà eseguita dal vivo dall’Orchestra Cilea, diretta dal Maestro Francesco Attardi, con soprano e tenore per le parti principali. I pupi dei tre protagonisti sono stati ideati e realizzati dal Maestro puparo Alfredo Mauceri, erede della scuola siracusana. I costumi sono affidati all’Accademia di Costume e Moda di Roma. Accanto alla prima mondiale, il Teatro Vaccaro Mauceri presenterà anche S.O.S. Pupi, progetto sociale che porta il teatro di figura nei reparti pediatrici degli ospedali siciliani: l’altra anima di questa tradizione, fatta non solo di memoria e spettacolo, ma anche di relazione, presenza, cura.
Maestro Mauceri è il direttore creativo del teatro nonché il maestro puparo. Abbiamo cercato di capire come è nata questa passione.
Maestro, è nato nel mondo dei pupi o li ha scelti?
Non avevo mai immaginato i pupi come un lavoro. Per me erano un gioco, il mio gioco da bambino. Poi, il 13 gennaio 1995, morì mio nonno e con lui sembrò spegnersi anche quel mondo di fantasia che viveva nella mia testa. Fu allora che presi in mano le redini di tutto. Forse non sono stato io a scegliere i pupi: sono stati loro a scegliere me. Sono nato in una casa dove l’odore della colla, del legno appena tagliato e del rame lucidato era familiare quanto quello del pane. Mio zio Saro e mio nonno Alfredo Vaccaro — di cui porto il nome – vestivano i paladini di Carlo Magno come si veste un figlio per la festa. Dire che li ho scelti sarebbe presuntuoso; dire che ci sono nato dentro sarebbe riduttivo. Ho accettato un’eredità che non è soltanto familiare: è siciliana, mediterranea, europea. Dentro un pupo di legno e metallo batte il cuore di una civiltà. Io a quel cuore ho dato semplicemente le mie mani.
Quando ha iniziato a costruire Tosca, Cavaradossi e Scarpia, ha pensato prima ai personaggi dell’opera o ai pupi che sarebbero diventati?
Ho pensato prima di tutto a chi avrebbero dovuto guardare negli occhi. Un pupo non è una statuetta: è uno strumento drammaturgico. Nasce per essere visto da lontano, sotto una luce calda, mentre intorno suona un’orchestra o tuona la voce del puparo. Il lavoro è stato doppio. Da un lato sono entrato nella Tosca di Puccini, studiando la Roma del 1800: Palazzo Farnese, Castel Sant’Angelo, Sant’Andrea della Valle. Un pupo non può tradire il suo tempo storico, neanche quando è fatto di legno. Dall’altro, ho chiesto ai personaggi pucciniani di entrare nella nostra grammatica: la testa lavorata, gli occhi dipinti perché il pubblico legga l’anima a colpo solo, gli abiti costruiti con la stessa solennità delle armature. Tosca doveva avere una bellezza ferita: il pubblico deve amarla prima ancora che canti. Poi, in laboratorio, accade sempre qualcosa di misterioso: a un certo punto smettono di essere personaggi dell’opera e cominciano a essere pupi. È lì che il puparo capisce di aver fatto bene il proprio lavoro: quando la creatura si stacca dal modello e inizia a vivere.
Che cosa deve avere un pupo per sostenere la forza scenica di un personaggio come Scarpia?
Deve avere il male dentro il legno. Un pupo buono si costruisce con la luce: occhi grandi, lineamenti aperti, armatura lucente. Un pupo cattivo si costruisce con l’ombra: lo sguardo obliquo, la bocca sottile, una piccola asimmetria che inquieta lo spettatore. Scarpia è un male sofisticato. Non è un orco: è un uomo di potere, un capo della polizia, un fedele del Re. Il suo male è elegante, e dunque elegante doveva essere anche il suo pupo. Ho lavorato la testa con un’attenzione quasi caravaggesca al chiaroscuro. Gli occhi sono più stretti del consueto, l’abito è di velluto, nei toni cupi.
Ma il vero segreto è nel peso: Scarpia è più pesante degli altri pupi. Il manovrante deve sentirne fisicamente la presenza, e quel peso arriva al pubblico come autorità minacciosa.
Un pupo non recita: è. E per essere Scarpia deve avere l’arroganza di una statua e la pericolosità di una lama.
Fe.Pe.



































