“Orgosolo” incastonata tra le sue montagne rievoca nei suoi suoni del suo nome il gorgogliò dell’acqua. Ma orgas, in greco, significa anche terra fertile. E racconta delle fresche fontane scoperte tra le vie del paese e daI sempre verdi dei monti circostanti. Se il Supramonte silenzioso di parole bisogno non ha, è davanti ai muri del paese che ascoltiamo i sentimenti, l’orgoglio, e la poesia di chi
ha reso Orgosolo uno dei luoghi più autentici e unici al mondo. I suoi murales sono come degli specchi: ci mettono davanti alle nostre coscienze. Risvegliano la nostra anima critica sui fatti del mondo e sulle sue ingiustizie. Ci ricordano gli eroi che hanno saputo, con la propria esistenza, lottare per le cause più nobili. Per cosa vale la pena vivere? Perché siamo qui? Cos’è la coerenza? Cosa la giustizia sociale? Cosa il bene? Domande esistenziali che bussano nel nostre cuore, e che volte scordiamo di porci, presi da piccole e grandi questioni di sopravvivenza quotidiana. La questione è che dietro ogni affresco che si può ammirare a Orgsolo non esiste alcun retropensiero, nessuna ideologia. Come l’arte, è l’immediata rappresentazione dello spirito comune, un’unione unica di testa, cuore, anima. I murales lasciano i viaggiatori incantati, senza bisogno di
aggiungere altre parole. Ora, tra queste vie nelle quali si può comprendere come non mai la profondità dell’animo umano, si aggirava agli inizi del ‘900 una bambina che ha fatto della purezza la sua esistenza. Si chiamava Antonia Mesina, figlia di una donna e di un padre severo, ex ufficiale dei carabinieri. Voleva lei per sé uno sposo sapiente, che non le chiedesse di dare il suo corpo, ma solo il suo cuore. E questo sposo speciale era Dio. Si era iscritta alla Gioventù femminile di Azione Cattolica, e aveva obbedito a suo padre posando per un fotografo che la volle immortalare con l’abito nuziale, purché in una stanza buia e lontano dagli occhi della gente. Lei aveva altri progetti: presentarsi pura all’Onnipotente. Ma il destino fu tra i più crudeli che le donne dovettero vivere a Orgosolo: fu lapidata a 16 anni con settantaquattro colpi di pietra da un uomo che voleva possederla mentre lei cercava disperatamente di difendere il suo corpo e la sua dignità. La sua purezza fu trasformata in una pozza di sangue accanto al fascio di legna che aveva raccolto per poter cuocere il pane nel forno di casa. “Quel giorno si accende un altro fuoco e si prepara un altro pane per una famiglia molto più grande”, disse Giovanni Paolo II nell’omelia di Beatificazione di Antonia Mesina, il 4 ottobre 1987.
Oggi riposa nella cripta della parrocchiale del Santissimo Salvatore nella quale si può percepire tutta la forza e la grazia che questa giovane donna ancora oggi riesce a trasmettere ai viandanti. Il corpo nei nostri tempi sempre più mercificato, reificato, svalutato, ritrova tutta la sua sacralità, passo dopo posso.
Vi.Sa.

































