Il 25 aprile non è una data rituale.
È il giorno in cui un popolo ha deciso di liberarsi.
Ottantuno anni fa la liberazione non fu un atto diplomatico né una formula pronunciata nei palazzi del potere. Fu un moto popolare che rimise al centro parole semplici e radicali: libertà, uguaglianza, democrazia.
Quella storia appartiene anche a Roma. A questa città e ai suoi quartieri.
San Lorenzo bombardato. Porta San Paolo, dove civili e militari tentarono di fermare l’esercito tedesco. Il Quadraro rastrellato. Via Tasso, dove si torturava. Le Fosse Ardeatine, dove 335 uomini furono uccisi in una rappresaglia nazista.
Roma ha sofferto. Ma Roma ha anche resistito.
Oggi però una domanda resta sospesa: avremmo la stessa forza?
In un mondo di satelliti, algoritmi e GPS che tracciano ogni movimento, sarebbe ancora possibile organizzare una resistenza armata? O la guerra – e perfino la resistenza – si combattono ormai altrove, nelle stanze del potere, in giacca e cravatta, davanti a un tavolo negoziale o a un caminetto?
Siamo davvero sicuri che questo mondo sia migliore di quello uscito dal 1945?
Oggi viviamo dentro una guerra permanente. Le invasioni non sempre si chiamano invasioni. Spesso si chiamano operazioni di stabilizzazione, missioni di pace, esportazione della democrazia.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha riportato con brutalità questa logica al centro della politica internazionale: pressione militare contro l’Iran, aggressione economica e politica contro il Venezuela, isolamento totale di Cuba, sostegno militare all’Ucraina contro la Russia, appoggio senza riserve al governo sanguinario di Netanyahu. Tutto questo viene spesso raccontato con una parola sola: liberazione.
Ma cos’è davvero la liberazione?
È quella che una potenza proclama mentre entra nei territori degli altri e ridisegna equilibri e sovranità? O è quella del 1945, quando un popolo occupato decide di resistere a chi lo invade, lo reprime, lo umilia?
Forse il problema del nostro tempo è che la guerra non ci sembra più guerra. La guardiamo da lontano. Nei notiziari, nei grafici geopolitici, nei commenti degli analisti.
Siamo diventati spettatori.
Anestetizzati.
E se un giorno la storia tornasse a bussare davvero alla nostra porta, saremmo ancora capaci di reagire come fecero quelli che, ottantuno anni fa, scelsero la Resistenza?
di Fernanda Perri



































