La libertà come volontà

di Virginia Saba

Il 15 ottobre uscirà ZUSTISSIA, il film di Francesco PIRAS con Michele Riondino, Geppi Cucciari e Jacopo Cullin

Si può essere liberi stando fermi? Rinchiusi? In undici in una cella coi letti a castello senza spazio nemmeno per camminare? Col cielo a righe o a quadretti e gli agenti che ti svegliano alle 5 agitando le chiavi per fare la conta? Con l’odore acre dei corpi che si mescola a quello del disinfettante, fino a consumarti le narici?  Ho pensato ai prigionieri innocenti della storia. Cristo, Fidia, Ezra Pound, Miguel Cervantes, Pitagora, Socrate, Bacone, Boezio, Giordano Bruno, Campanella. Tutte vittime dell’inganno, dei giudizi, della cattiva sorte, degli incapaci di vedere, immersi nei contesti più brutti e disarmonici e trattati come bestie. Eppure, liberi. Capaci di regali immensi all’umanità. Capaci di umanità. E allora cosa è davvero la libertà? Se spesso chi è fuori ce l’ha ma non la sente, o la fraintende? Se chi ne è privo poi la sente scoppiare dentro? Ho provato a chiederlo a chi ha trascorso 33 anni di detenzione da innocente, e che ha cercato dentro di sé la forza, ogni giorno.

«È la volontà», mi ha detto Beniamino Zuncheddu. Quella volontà che ti fa sentire libero perché non comincia dalle circostanze che ti tocca subire, ma da una decisione interiore. «Sono rimasto ciò che ero, anche quando il mondo intero tentava di convincermi del contrario. Perché sa cosa si impara in cella? A delinquere. Si cerca il modo per non farsi beccare la volta dopo».

beniamino E lei, Beniamino, cosa ha imparato?

A restare me stesso.

Non è mai diventato pazzo?

No, perché dentro me ero in pace. Ero innocente, e lì stavo.

E cos’altro ha imparato in cella?

Ad aiutare gli altri, chi ne ha bisogno, sempre. È una regola. C’è solidarietà. E con la solidarietà ci sentivamo persone. Perché i detenuti sono considerati solo numeri.

Una lezione di civiltà a chi sta fuori ed è “libero”. Come si fa?

Si dà alle persone che non hanno nulla. È normale per me. Dallo zucchero, alle scarpe.

I suicidi in carcere sono aumentati. Perché?

Perché se sei rinchiuso in un posto come quello sudi freddo. E non ce la fai se dentro non hai qualcosa che ti salva.

Non ci ha mai pensato?

A cosa? A suicidarmi? No, la vita è una e meravigliosa. Quando avevo bisogno di evadere dalla mia mente, per qualche momento, guardavo le luci delle fabbriche fuori dalla finestra, gli aerei che passavano. O le persone che passeggiavano per il viale. Sorridevo, per la vita là fuori.

Qual è il paradosso più difficile da digerire per chi sta in carcere?

Che mettono le persone dentro perché non hanno rispettato la legge, ma non vengono rispettate da chi le impone.

Un esempio?

Gli educatori stavano chiusi in ufficio. Mi dice a che servono? Ai detenuti serve che ci siano davvero, che li ascoltino. Così come i medici, gli assistenti sociali. Mi spiega lei perché non ci sono mai? Eppure è un diritto dei detenuti, almeno avere qualcuno con cui parlare o semplicemente curarsi.

Come l’ha risolta questa contraddizione?

Che è così, l’ingiustizia dentro la giustizia fa parte delle cose su questa terra. Come uno stoico, che non si lascia travolgere dalle cose esterne.

Per forza.

Si creano amicizie?

No, siamo tutti conoscenti. Io, con la mia condanna, non facevo amicizia perché tutti uscivano, io stavo dentro e soffrivo se li perdevo. Così ho deciso di non avere amici.

Era amico di se stesso?

Sì, sempre tanto equilibrio.

L’immaginazione l’ha aiutata a sentirsi libero?

Certo, immaginavo di stare con i miei amici, alla bellezza della vita. E poi sa a cosa? Al profumo della natura. Io sono un ragazzo di campagna. E invece dovevo fare i conti con detenuti malati di AIDS, che avevano bisogno di cure psichiatriche.

E coi cattivi?

No, non ci sono cattivi, in carcere. Ci sono persone che hanno sbagliato, al massimo. O che non stanno bene. Ma i cattivi non stanno lì.

Chi sono i cattivi?

Trattare le persone come numeri, come cose, non è da “buoni”.

Quanto lo Stato è in debito con lei?

Trentatré anni dentro da innocente, non lo so. Dicono che ci vorranno dai quattro ai sei anni per un risarcimento. In compenso io ho pagato.

In che senso?

Non tutti lo sanno, ma i detenuti pagano una retta mensile, come fosse un albergo.

Io pagavo circa 120 euro al mese. Faccia il conto in quella cella con undici detenuti. Hanno guadagnato bene.

E chi non li ha?

Riceve la parcella quando esce.

Sa che libertà come volontà è uno dei concetti filosofici più belli?

Qualcosa l’ho imparato, anche se non leggevo tanto.

Cosa è successo in lei quando le hanno detto che era libero?

Ho detto all’agente di non scherzare coi sentimenti. Non ho salutato nessuno, sono uscito e ho iniziato a camminare veloce per allontanarmi dal carcere. Non capivo niente. Ero confuso. Ho chiesto alla mia famiglia di venirmi a prendere.

Intanto, il 15 ottobre esce “Zustissia” il film del regista Francesco Piras con Michele Riondino, Geppi Cucciari e Jacopo Cullin.

Non l’ho visto, ma sarà divertente vedere anche i miei compaesani e amici coinvolti. Almeno la gente saprà cosa è successo. Almeno la gente saprà come sono andate veramente le cose.

storiaLA STORIA

L’8 gennaio 1991  nell’ovile di Su Enazzu Mannu, a Sinnai (Cagliari), vengono uccisi tre pastori e un quarto uomo, Luigi Pinna, sopravvive gravemente ferito. È la cosiddetta strage di Sinnai.

Le indagini si concentrano su Zuncheddu, giovane allevatore di Burcei. L’accusa si fonda soprattutto sul riconoscimento del superstite e su alcuni elementi ritenuti indiziari. Viene condannato all’ergastolo e la sentenza diventa definitiva. Lui, però, si è sempre proclamato innocente. Per oltre trentatré anni resta in carcere senza mai ammettere una colpa che sostiene di non avere. Proprio il suo rifiuto di confessare gli impedisce anche di accedere a molti benefici penitenziari. Il caso cambia quando emergono nuovi elementi: durante il processo di revisione il principale testimone racconta che il suo riconoscimento era stato influenzato nel corso delle indagini da un investigatore, circostanza che mette profondamente in discussione l’affidabilità della prova decisiva. Il 26 gennaio 2024 la Corte d’Appello di Roma, nel processo di revisione, revoca l’ergastolo e assolve Zuncheddu, che torna libero dopo 33 anni di carcere.