di Fernanda Perri
La forza di questo libro è nello spostamento dello sguardo.
Non racconta la ’ndrangheta dal punto in cui esplode nella cronaca, ma da quello in cui si confonde con la vita: una casa, una famiglia, un’infanzia, un’educazione fatta di affetti, regole, fedeltà.
A raccogliere questa voce è Danilo Chirico, giornalista, autore televisivo, fondatore di daSud e da oltre vent’anni impegnato nel racconto dell’antimafia e dell’anti ndrangheta. Con Giuseppina Pesce entra nel luogo più difficile da raccontare: l’interno di una famiglia mafiosa. Non per attenuare le responsabilità, ma per capire come un’organizzazione criminale riesca a somigliare alla società che la circonda, a usarne i valori, a trasformarli in appartenenza e controllo. Chirico ricompone i pezzi come in un mosaico fragile, lasciando che ogni tessera conservi il suo peso. Ne nasce una verità senza filtri, costruita in mesi di domande e risposte: la voce di una figlia del clan che racconta la propria storia, la propria famiglia e quella normalità dentro cui il destino sembrava già scritto. E oltre quel cognome, la possibilità per i figli di un futuro ancora da scrivere.
Perché Giuseppina Pesce?
Mi occupo di antimafia da oltre vent’anni e ho raccontato molte storie legate alla criminalità organizzata, soprattutto alla ‘ndrangheta e, ancora di più, all’antindrangheta: le storie di chi l’ha combattuta, di chi è stato sconfitto, di chi ha ottenuto vittorie, delle vittime innocenti. Scrivere questo libro con Giuseppina Pesce è stata per me un’occasione importante, quasi la chiusura di un cerchio. Era una storia che mancava nella mia produzione e credo rappresenti anche un’innovazione nel modo di raccontare la ‘ndrangheta, perché per la prima volta lo sguardo è così interno al funzionamento delle famiglie mafiose.
Il valore aggiunto del libro, secondo me, è il racconto della normalità, tra molte virgolette, di una famiglia di ‘ndrangheta. Ed è proprio questo che ci aiuta a capire perché le organizzazioni mafiose riescano ad avere un consenso sociale così forte. I mafiosi, come insegnava Giovanni Falcone, ci somigliano: non sono marziani, frequentano le nostre stesse scuole, le nostre stesse strade, le nostre stesse chiese. In alcuni casi sembrano persino condividere i nostri valori: la famiglia, la fedeltà, la religione. Poi, però, quei valori vengono sublimati, portati all’estremo, trasformati in altro.
Il racconto che Giuseppina Pesce fa della sua famiglia, della sua infanzia e della sua educazione sentimentale e criminale è un’immersione dentro questa normalità della ‘ndrangheta. Permette di conoscere meglio la capacità formidabile di questa organizzazione di stare dentro la nostra società. Abbiamo parlato per molti mesi, provando entrambi a fare uno sforzo: io ho fatto tutte le domande che mi sono venute in mente, lei ha dato tutte le risposte che poteva dare. Non abbiamo mai confuso i ruoli. Io non ho rinunciato a esprimere giudizi, ma ho cercato di non essere mai giudicante nei confronti di Giuseppina Pesce, delle sue scelte e della sua vita. Credo che proprio questo abbia fatto emergere molte verità. La forza del libro è questa: conoscere una verità senza filtri della figlia del clan.
Sceglie di farci entrare nella storia attraverso gli occhi di una figlia. Ma quello sguardo così intimo non rischia di portarci troppo vicino al padre e troppo lontano dalle sue responsabilità?
Io racconto la storia di una ragazza innamorata di suo padre, come lo sono tantissime figlie. Giuseppina ci ha tenuto molto a sottolineare di essere cresciuta in una famiglia normale, anzi, come dice lei, in una famiglia felice. Racconta un padre che non era geloso, che l’ha spinta a studiare pianoforte, le ha insegnato a giocare a calcio, ha portato le radio libere a Rosarno e organizzato concerti. Il rapporto che racconto, dunque, potrebbe somigliare a quello che molte bambine e molte ragazze hanno con il proprio padre. Questo però non significa cancellare le sue responsabilità. Giuseppina non le ha mai negate: sapeva che il padre era un narcotrafficante, conosceva i suoi rapporti con la ‘ndrangheta. Semplicemente, aveva uno sguardo di figlia. Ed è una cosa talmente vera che lei arriva a dire che anche la decisione di collaborare con la giustizia è frutto dell’educazione ricevuta da suo padre. È una frase che può sembrare abnorme, ma lei la spiega così: mio padre ci ha sempre insegnato a prenderci cura della nostra famiglia. Collaborando con la giustizia, pur tradendo la famiglia d’origine e la ‘ndrangheta, Giuseppina ritiene di avere difeso la sua famiglia, cioè i suoi tre figli.
Nel libro c’è quindi una dialettica continua tra Giuseppina figlia, Giuseppina madre e Giuseppina persona: da una parte il desiderio disperato di vivere una vita normale, dall’altra la consapevolezza dei reati commessi dalla sua famiglia e la scelta di prenderne le distanze.
Nei ringraziamenti finali Giuseppina ringrazia anche nonni e genitori. Non lo ha trovato strano?
No, non l’ho trovato strano. Il fatto che nei ringraziamenti ci siano anche i genitori e i nonni dipende soprattutto da due ragioni. La prima è che Giuseppina ha voluto raccontare tutto quello che è stata, e ogni cosa che ha fatto, nel bene e nel male, è riconducibile all’educazione che ha ricevuto. La seconda riguarda il peso emotivo enorme che ha avuto il processo. Guardare la sentenza di condanna, vedere dentro il processo i propri parenti – il padre, la madre, i fratelli, la sorella, gli zii, i cugini – e sapere che quelle condanne sono arrivate anche grazie alla propria testimonianza è qualcosa con cui si fanno i conti per tutta la vita. Capire, prendere le distanze, raccontare, non significa necessariamente rinunciare a tutto, nemmeno alle cose belle del proprio passato. Almeno questo è il suo punto di vista. Si può avere nostalgia di ciò che si è stati e di quella parte della propria vita in cui si pensava di appartenere a una famiglia normale, a una famiglia felice.
Giuseppina è una Pesce, ma quando ha bisogno resta sola: senza soldi, senza protezione, senza riparo. Che cosa dice questa solitudine sul posto delle donne dentro la ‘ndrangheta?
La testimonianza che Giuseppina rende in tribunale e il racconto che fa nel libro mostrano con grande evidenza il ruolo delle donne dentro la ‘ndrangheta: una solitudine profonda, un destino spesso segnato, una condizione di vittime e di oggetti. Le donne subiscono violenza e non possono trovare giustizia, se non arrivando all’estremo di uccidere l’autore di quella violenza. Non possono chiedere aiuto a nessuno. Anche qui, però, bisogna stare attenti a non creare una distanza troppo comoda tra le famiglie mafiose e il resto della società. Dentro la ‘ndrangheta c’è una sublimazione, un’esagerazione, una elevazione all’ennesima potenza del sistema patriarcale italiano. È un sistema che non riguarda solo loro: fino a pochi decenni fa nel nostro Paese esisteva il delitto d’onore. Quindi sì, nel libro emerge una fortissima caratterizzazione della solitudine, della violenza e dell’oggettificazione delle donne. Ma quella condizione è anche la forma estrema di un patriarcato che riguarda l’intera società.
Siamo in Calabria ma avremmo potuto trovarci in qualsiasi altra regione?
La Calabria è lo sfondo di tutta questa storia, ma credo che la vicenda di Giuseppina Pesce, pur con le sue particolarità e la sua straordinaria unicità, abbia anche una dimensione universale. La Calabria fa da contesto alla storia di Giusy e fa da contesto anche al racconto che io faccio, nel libro, della mia vita. Volevo che fosse un elemento essenziale, ma non un elemento capace di soffocare l’universalità della storia. Questa è una vicenda di grande coraggio, di grande forza, di grande sofferenza, ma anche un percorso di emancipazione e di liberazione. Per questo ho cercato di tenere insieme entrambe le dimensioni: la Calabria e qualcosa che parla anche oltre la Calabria.
A Peppe Valarioti sarebbe piaciuto questo libro? Che cosa le avrebbe detto?
Non so se a Peppe Valarioti questo libro sarebbe piaciuto e non voglio attribuirgli un pensiero, anche se ho lavorato a lungo sulla sua figura. Credo però che avrebbe potuto apprezzarlo perché è un libro che restituisce la complessità di un fenomeno. Se Peppe Valarioti ci ha lasciato un insegnamento, è proprio quello di capire, conoscere e interpretare il fenomeno mafioso come un fenomeno complesso, con l’obiettivo di sconfiggerlo. Nella sua azione antimafia e politica non c’era nessun manicheismo. Per questo penso che un racconto capace di farsi carico della complessità, senza pregiudizio ma anche senza rinunciare a un punto di vista chiaro, avrebbe potuto interessarlo.
Dopo la notizia dei quattro migranti morti ad Amendolara, che cosa ha pensato da calabrese che racconta una terra costretta continuamente a difendersi dalle sue ferite?
I fatti di Amendolara ci mettono davanti a una realtà che tutti conoscevamo, anche se in questo caso siamo di fronte a un episodio di una gravità inaudita. È una vicenda che riguarda naturalmente la Calabria, ma riguarda anche il sistema dell’agricoltura, e direi più in generale il sistema del capitalismo e lo sfruttamento di cui è portatore. Riguarda anche l’ipocrisia con cui produttori, consumatori e decisori politici guardano al fenomeno del caporalato. Per la Calabria è un dolore ulteriore. Il fatto che sia accaduto proprio da noi colpisce profondamente. Da Cutro ad Amendolara sembra quasi che la nostra terra sia destinata a vivere tra un lutto drammatico e l’altro. Spero che non sia una condanna, ma certamente è un dolore molto forte.
Giusy e le donne come lei ce l’hanno fatta a riscrivere il proprio destino?
Credo che la libertà, così come la democrazia, non siano conquiste raggiunte una volta per tutte. Vanno coltivate giorno dopo giorno. Vale per tutti e vale anche per Giusy e per le altre donne che hanno deciso di ribellarsi alla ‘ndrangheta. L’auspicio più grande, come dice anche l’avvocata di Giusy nell’intervista che le ho fatto, è che Giusy possa essere quello che è oggi: una donna normale, preoccupata come tutti noi del lavoro, dei figli, della scuola. Con una differenza enorme: a differenza delle altre donne, su di lei pesa una condanna a morte.
Eppure voglio essere ottimista. La libertà è stata conquistata, ma va difesa ogni giorno.



































