Credits Photo: Walter Parrinello

Tra i filari il tempo segue un ritmo diverso. Si lavora osservando il cielo, leggendo la terra, decidendo quando intervenire e quando, invece, fermarsi. La vite non concede scorciatoie e ogni stagione rimette tutto in gioco. È qui che il vino prende forma, molto prima di diventare mercato o tendenza. Il risultato porta sempre l’impronta del luogo.
A Marsala questo legame è evidente. La viticoltura ha accompagnato la crescita della città, ne ha sostenuto l’economia, ne ha costruito la reputazione ben oltre l’isola. Non è un tratto folkloristico, ma una componente che ha inciso sul profilo del territorio e sulla sua proiezione esterna. Ancora oggi il vino resta una chiave di lettura privilegiata per capire Marsala, la sua storia e le sue prospettive.
È in questo scenario che si colloca il lavoro di Federica Fina, presidentessa del Movimento Turismo del Vino Sicilia, espressione di una generazione che nel vino vede non solo qualità produttiva ma possibilità di crescita per i territori. Giovane, con una formazione nel marketing, attraversa il settore tenendo insieme dimensioni diverse: presenza sul campo e visione, comunicazione e radicamento locale, promozione del prodotto e attenzione ai luoghi da cui nasce. Perché oggi il valore del vino si misura sempre più nella capacità di creare legame tra chi produce, chi racconta e chi arriva a conoscere un territorio attraverso le sue vigne.

Come nasce la tua passione per il vino?

In realtà ci sono nata. Io e i miei fratelli siamo cresciuti ascoltando il grande sogno dei nostri genitori: avere una cantina tutta loro. La loro bravura è stata renderci partecipi di quel sogno, condividerlo con noi come un progetto di famiglia. Ricordo ancora quando è stato fatto il grande passo: abbiamo festeggiato i cinquant’anni di nostro padre brindando sulle fondamenta di quella che di lì a poco sarebbe diventata la nostra cantina.

Qual è il primo ricordo che leghi a questo mondo?

Ero in prima elementare e dovevo descrivere il mestiere di mio padre. Tornai a casa e gli chiesi: “Papà, che lavoro fai?”. Mi rispose: “Sono un enologo” e mi spiegò cosa significasse. Quel giorno ho imparato una parola nuova e da allora non ho mai smesso di esplorare questo mondo. Il vino non ha fine: è un viaggio continuo tra territori e microclimi diversi, e il calice riesce a raccontarli con grande chiarezza.

Cosa ti ha insegnato la natura nel ciclo del vino?

Lavoriamo a stretto contatto con la natura, che è puntuale, generosa, ma pretende rispetto. Ti dà tutto, ma guai a sottovalutare la forza. Stare così vicino ai suoi ritmi ti fa comprendere davvero la sua potenza. Credo che tutti dovrebbero vivere, almeno una volta, un’esperienza di lavoro a contatto diretto con la terra: forse sarebbe più semplice trasferire il rispetto per il Pianeta anche nella vita quotidiana.

Che responsabilità comporta lavorare il vino in una regione come la Sicilia?

Sono profondamente fiera della Sicilia enoica. Qui abbiamo imparato presto a fare squadra: fino a trent’anni fa la Sicilia era quasi assente dalle mappe del vino, e proprio per questo produttori e territori hanno capito che solo insieme si poteva emergere. Assovini Sicilia, che quest’anno compie 27 anni, è il simbolo di questo grande lavoro di comunicazione e valorizzazione. Oggi i riflettori sono puntati su di noi, e il nostro compito è avere cura di ciò che è stato costruito, rispettando i sacrifici delle generazioni precedenti.

Cosa ami del mondo del vino e cosa invece ti infastidisce?

Amo la sua apertura mentale, la curiosità, la capacità di mettersi continuamente in discussione per migliorare. Il vino è magnetico: una volta incontrato, difficilmente lo si lascia. Vale per i professionisti ma anche per chi si avvicina da semplice appassionato.
Mi infastidiscono invece i continui attacchi e i titoli sensazionalistici che ne svalutano il reale valore culturale. Per fortuna il settore è unito e sempre più determinato a raccontare una versione autentica e consapevole dei fatti.

Perché è importante spiegare i territori prima di promuoverli?

Il vino è cultura liquida. È un prodotto che racchiude storia, geografia, clima, persone. Non può essere separato dal contesto che lo genera. Partire dal territorio è fondamentale per dare al visitatore le giuste coordinate e permettergli di comprendere davvero tutto il resto.
Essere una donna giovane nel mondo del vino è ancora una sfida?
Nella mia esperienza personale, no. Non ho mai dovuto alzare la voce o sgomitare per essere presa sul serio. Faccio parte di Generazione Next, che riunisce under 40 già attivi nelle aziende vitivinicole siciliane, e in quel contesto il genere non è mai stato un tema. Questo mi fa pensare che qualcosa sia cambiato, e credo che l’apertura mentale sia uno dei grandi punti di forza di questo settore.

Da presidente del Movimento Turismo del Vino Sicilia, cosa vuoi portare di nuovo?

Sarà una missione stimolante. Le potenzialità sono enormi e in parte ancora inesplorate. Nel primo anno punteremo molto sulla comunicazione. Un tema che mi sta particolarmente a cuore è la destagionalizzazione: vogliamo raccontare una Sicilia adatta a tutte e quattro le stagioni. Se ne parla da anni, ma ora è il momento di agire davvero, sfruttando strumenti di comunicazione rapidi e potenti.

La forte presenza femminile nel CDA è un segnale di cambiamento?

È avvenuta in modo naturale. Nel mondo del vino, almeno nel nostro contesto, non si guarda al genere ma alle persone e al loro amore per il territorio. Il consiglio esiste per statuto, ma l’impegno che ci siamo presi è quello di lavorare in squadra, con l’obiettivo comune di fare, concretamente.

Quanto è stato importante, nel tuo percorso, “sporcarsi le mani” nella terra?

Fondamentale. Mi occupo di comunicazione, PR e hospitality, e questo mi porta spesso in giro per il mondo.
Ma per raccontare davvero un territorio bisogna viverlo a fondo.
L’esperienza diretta in vigna è stata essenziale, e sento di avere ancora tantissimo da imparare. Per questo cerco sempre più tempo con le mani nella terra, ascoltando chi ne sa più di me e osservando ciò che la natura ha da insegnare.

Il vino come chiave di lettura della Sicilia?

Del passato, del presente e del futuro. Raccontare il vino significa mettere in dialogo le generazioni.
In Sicilia il vino è uno dei motori principali del turismo e sarà nostro compito continuare a raccontarne l’intera storia, con rispetto e visione.