Giulia Giannone
Psicologa e Psicoterapeuta
Psicosessuologa
Esiste un’arte invisibile capace di accendere la carne, ammaliare l’intelletto e riportarci all’improvviso in alcuni momenti della nostra vita. Questa forza sensoriale e magnetica affonda le sue radici nel regno di Afrodite, la dea che ha dato il nome a ciò che chiamiamo “afrodisiaco”. Gli antichi greci raccontano il mito di Mirra, dove le sue lacrime si cristallizzarono in una resina dorata e densa, capace di accogliere la sofferenza trasformandola in un’essenza sacra, come una carezza che cura l’anima e si diffonde nel tempo in una scia immortale.
Questa forza si ritrova nelle leggende di grandi donne della storia. Cleopatra fece impregnare di gelsomino e acqua di rose le vele di seta della sua nave per sedurre Marco Antonio prima ancora di incontrarlo; secoli dopo, il profumo amato da Maria Antonietta le costò la cattura durante la fuga da Parigi (È proprio vero che un profumo può far perdere la testa?). Tuttavia, il profumo femminile è stato per lungo tempo vittima di un pregiudizio sociale che ne ha distorto il significato. Agli inizi del Novecento, in un sistema dove la donna raramente disponeva di risorse economiche proprie, l’ostentazione di un profumo — segno tangibile di vanità e benessere — veniva guardata con sospetto e malizia, quasi fosse il distintivo di chi cercava di sfuggire al proprio destino. Questo stigma sociale aleggiava perfino nella cultura popolare dell’epoca, come nel brano del 1928 Profumi e balocchi, dove il profumo veniva usato come simbolo di una rottura morale che anteponeva il piacere personale alla cura degli affetti. Eppure, quella stessa storia ci insegna che il profumo non è mai stato una colpa, ma un linguaggio che le donne hanno sempre cercato di riconquistare. Come disse una volta Coco Chanel: “il profumo preannuncia il tuo arrivo e prolunga la tua partenza”, a testimoniare che dietro ogni goccia di essenza si cela una scelta consapevole e un’identità che non deve chiedere permesso.
È proprio in questa ricerca di identità che incontriamo la tuberosa, fiore dalla dirompente sensualità, temuto nei secoli e regolamentato attraverso epoche e culture diverse. Nelle millenarie tradizioni dell’India questo fiore ipnotico veniva chiamato Rajnigandha, il “profumo della notte”, ed era vietato alle ragazze dopo il tramonto per preservarne la virtù; secoli più tardi, nell’Occidente rinascimentale, ne fu proibito l’uso alle fanciulle affinché non cadessero in tentazione. In alcune tradizioni popolari, specialmente nella nostra, i fiori d’arancio hanno da sempre accompagnato il rito del matrimonio, usati come un rimedio antico capace di sciogliere l’ansia e calmare il cuore delle spose prima di salire all’altare.
Come scriveva Victor Hugo, “nulla sveglia un ricordo quanto un odore”, una verità profonda che unisce la carne alla memoria. Questo viaggio nel tempo si materializza, per i bambini di una volta, attraverso gli aromi reali di un’epoca scandita da rituali precisi: il profumo della colla con il pennellino a scuola, la scia di legno di sandalo del papà durante la passeggiata della domenica mattina, l’abbraccio del nonno che ti veniva a prendere all’uscita da scuola e odorava di tabacco e nicotina, e il profumo del sugo a casa di nonna. Nel guardare ai bambini di oggi, ci domandiamo con curiosità quali saranno i loro futuri ancoraggi emotivi: quale sarà l’odore che, tra qualche decennio, riporterà loro alla mente la magia di questa infanzia?
Con la crescita, la mappa degli odori si fa più intensa e ribelle nell’adolescenza. È il tempo in cui l’odore della terra bagnata dalla pioggia di fine estate segna il crepuscolo dell’amore estivo, lasciando dietro di sé una scia di malinconia e nostalgia. Sono giorni in cui le scoperte fatte sulle panchine del parchetto si mescolano all’aroma pungente delle prime esperienze clandestine, prima ancora che la notte si chiuda con l’irresistibile profumo della pizza bianca calda appena presa al forno.
L’olfatto d’altronde agisce oltre i filtri della razionalità, muovendosi per vie profonde e silenziose capaci di guidare l’intesa tra i corpi e riaccendere il passato in un istante eterno, fino a sfociare nella stanza da letto dell’età adulta. Questo meccanismo trova una precisa conferma scientifica nel celebre esperimento delle magliette sudate condotto nel 1995 dal ricercatore C. Wedekind insieme a un’équipe di psicologi e biologi. La ricerca dimostrò che le donne scelgono istintivamente i partner con un sistema immunitario complementare al proprio attraverso la traccia del loro odore corporeo. L’incontro ravvicinato diventa così un esame istantaneo in cui i corpi cercano conferme in ogni singolo respiro, spegnendo i circuiti del rifiuto quando scatta la giusta intesa olfattiva.
Questa fusione viscerale tra uomo e natura è stata celebrata dalla poesia di D’Annunzio nella sua pioggia nel pineto, dal cinema con il film “Profumo di donna” in cui l’olfatto sostituisce la vista per leggere l’anima delle persone, e dalle note di Gianna Nannini che esaltano il calore del desiderio quando canta “se nella notte hai ancora un brivido animale oppure nasce l’alba su di me, mi lascio andare al tuo respiro, voglio il tuo profumo”, trovando il suo compimento ideale nelle parole di Franco Simone quando invoca che “diventasse respiro lo stesso ricordo di noi”, trasformando il sentimento in un soffio complice e vitale.
Il miracolo più grande si compie infine nell’assenza, quando a distanza di giorni o di anni il cervello riproietta dall’interno quel brivido nitido, dimostrando che i sogni si fanno profumo, la mancanza viene sconfitta e l’ultima parola spetta sempre alla verità del naso, l’unico senso capace di parlarci d’amore senza bisogno di parole.



































