Viviamo in un’epoca di paradossi. Mentre l’innovazione tecnoscientifica promette di mappare ogni neurone e sconfiggere la decadenza biologica, avvertiamo un senso di aridità senza precedenti. Ci troviamo stretti in una dicotomia tra due visioni del mondo: da una parte la visione tecnocratica, che riduce la realtà a una variabile da ottimizzare, dall’altra la visione spirituale, che rivendica ail valore intrinseco del mistero.
In fondo, potremmo arrivare a dire che Il “paradigma tecnocratico”, spesso citato da Papa Francesco, non è solo un mero accumulo di gadget, ma un’impostazione metafisica. È quella che Martin Heidegger chiamava Gestell (impianto, imposizione): una modalità di pensiero che ci “impone” di vedere il mondo non come un luogo di meraviglia, ma come un “fondo” (Bestand), una riserva di energia, dati e cose (enti), pronti all’uso.
In questa logica, l’essere umano smette di essere un fine e diventa un hardware da aggiornare. È il trionfo della razionalità strumentale: ciò che non si misura non esiste. La morale, l’estetica e la spiritualità vengono così svalutate perché “inefficienti”. Come intuito da Hans Jonas, questo sistema trova nella economia liberale e nel capitalismo sfrenato il suo volano perfetto: Ma là dove tutto è risorsa, il sacro svanisce.
A questa oggettivazione totale si oppone l’esperienza del “Numinoso”. Il teologo Rudolf Otto, nel suo capolavoro, Il sacro, descriveva l’incontro con l’Oltre come un mysterium tremendum et fascinans: un mistero che atterrisce per la sua radicale alterità e affascina per la sua bellezza travolgente.
È l’esperienza che facciamo nel silenzio di una cattedrale, davanti all’abisso di un paesaggio naturale o nel cuore di una poesia. È un momento “pre-riflessivo” che ci strappa dalla morsa del calcolo. Il Numinoso ci ricorda che siamo creature, non creatori assoluti; ci restituisce la percezione del “totalmente Altro” (ganz Andere), salvandoci dal narcisismo tecnologico che vorrebbe ridurre l’infinito alla misura del nostro schermo.
Il conflitto si fa più aspro sul terreno dell’immortalità. Il transumanesimo propone il mind uploading: l’idea che la nostra coscienza possa essere “caricata” su un server. È una forma di gnosticismo digitale che disprezza la carne, considerandola un inestetismo di sistema. Al contrario, la visione cristiana parla di Risurrezione della carne. Qui la differenza è abissale: l’eternità digitale è una continuazione orizzontale di dati; la risurrezione è una trasfigurazione verticale dell’essere. Per la fede, la vulnerabilità e la finitudine non sono bug, ma parti integranti di un’esistenza che ha un fine trascendente. Risorgere non significa “durare per sempre” come un file, ma essere abbracciati dall’Infinito portando con sé le proprie ferite e la propria storia. La sfida odierna non è rifiutare la tecnica, ma abitarla senza farsi abitare da essa. Dobbiamo tornare a essere custodi della nostra finitudine. La tecnologia eccelle nel rispondere ai “come” – come viaggiare più veloci, come guarire, come connetterci – ma rimane muta davanti ai “perché”.
Anche la domanda più semplice di un bambino – «Cosa c’era prima del tempo?» – mette in crisi il più potente dei supercomputer. Quel “prima” e quel “oltre” sono lo spazio sacro del pensiero critico e della fede. Proteggere la nostra vulnerabilità significa proteggere ciò che ci rende autenticamente umani. Solo riscoprendo lo stupore davanti all’incalcolabile potremo evitare di diventare l’ultimo, efficientissimo ingranaggio di una macchina senza scopo.
di Claudio Bonito

































