Finalmente un romanzo. Un romanzo-mondo. Non un diario dell’io, ma il grande romanzo d’avventura che abbiamo amato da ragazzi. Quello dell’immaginazione, capace di attraversare epoche, culture, mondi, personaggi assurdi, fantasmagorici. E di finire con tutti essi nella lista dello Strega… ovviamente.

Non vi sarà più notte è una rarità del nostro presente. Un’opera monumentale di circa settecento pagine che contiene al suo interno il romanzo russo, francese, dickensiano, di formazione, persino il postmoderno. C’è l’atomica, il tennis, il rapporto tra padre e figlio, l’amore, la musica, la filosofia, la geografia dettagliata dei luoghi, la fisica quantistica.

Al centro resta una sola grande sfida: raccontare la condizione umana. Una sfida immensa, perché gli esseri umani sono infiniti, infinitamente complicati e immersi in infinite situazioni che intrecciano in modo incomprensibile male e bene. Ma Colombati ha struttura e maestri immensi per farlo magnificamente. Il curriculum di uno che con le parole e le storie convive tutti i giorni.

E così ti sembra di stare dentro Jules Verne o dentro Il conte di Montecristo, dentro L’educazione sentimentale o in un bel Kundera. Quei libri, insomma, nei quali il lettore deve soltanto ogni tanto chiudere gli occhi per lasciarsi trascinare dentro mondi e personaggi straordinari, per rifiatare e capire meglio il mondo, ma soprattutto se stesso.

«Niente autofiction, nessuna autobiografia in cui l’io dell’autore occupa il centro della scena», conferma Colombati. «Sono voluto andare in direzione totalmente opposta. Uno dei grandi problemi del nostro tempo è che si sta disidratando l’immaginario. E invece la letteratura è prima di ogni cosa immaginazione. È quella cosa che mi ha accompagnato fin da bambino, portandomi in luoghi sconosciuti e sempre diversi».

La storia è quella di Vasilij Baz-Kazlof, diciotto anni. Il libro comincia con la sua partenza da San Pietroburgo a Parigi per sfidare Inghilterra, Francia e Germania, non sul campo di battaglia ma su un campo da tennis. Tennis?

«E sì, perché questa storia», spiega Colombati, «nasce dopo cinque anni di lavoro, in seguito a un racconto che mi commissionarono proprio sul tennis. Ero in una casa in montagna e mi ritrovai tra le mani un libro sui treni. Da lì si è scatenata la mia fantasia. Ho pensato: vediamo cosa esce fuori se uniamo tennis e treni. Il tennis, in particolare, ha sostituito le trincee nella risoluzione delle tensioni internazionali, quasi come se lo sport potesse evitare lo spargimento di sangue. Funzionava. Ed eccoci qua».

Le guerre, mentre Colombati scriveva, c’erano davvero. «Era appena scoppiata quella in Ucraina e tutti ci stavamo domandando, nella più classica delle teodicee, il perché di tanto male e quale fosse il bene». Ma nonostante le più crudeli delle azioni umane, Baz continua a credere con ostinata fiducia nella bontà dell’animo umano. Perché comunque ogni frammento di mondo, anche quello più crudele, contribuisce a costruire il progresso e l’esperienza umana. Ma soprattutto perché c’è un figlio. E finché ci sono i figli ci sarà sempre speranza da far germogliare. Anche in uno scenario post-atomico.

La storia comincia sempre con un incontro. Con Cecile, in stazione, promessa sposa di un ufficiale francese. Con lei Baz cambia tutti i programmi e comincerà un viaggio che lo porterà fino in America, dove diventerà marito e padre e incrocerà una straordinaria galleria di personaggi: gangster, spie, ballerine, politici, attori di vaudeville, venditori di pozioni magiche, astrofisici, divi del cinema muto, escapisti e galeotti.

E Baz, in qualche modo, ce la fa. «Anche se esiste chi ha talento e chi ha genio», spiega Colombati. «Il mio protagonista non ha il genio puro. È indeciso tra diventare scrittore o fisico, ma non è un genio e quindi deve impegnarsi». In questo senso il personaggio assomiglia un po’ al suo autore, confessa Colombati. «Nemmeno io sono un genio. Però sono bravo a fare quello che faccio. Forse al mio personaggio ho dato proprio quella frustrazione: la consapevolezza che per arrivare bisogna lavorare molto».

Bisogna saper raccontare, ad esempio. E Colombati sa molto bene come si fa. Sa che è come in Le mille e una notte, nella quale la principessa Sherazade si salva proprio perché racconta al suo assassino, il re, le sue storie, creando salvezza e catarsi.

Il titolo, Non vi sarà più notte, preso direttamente dall’Apocalisse di Giovanni, è la porta che si apre alla fine del lungo viaggio narrativo. È un titolo che suggerisce una possibilità di luce: l’idea che la verità interiore possa sempre, prima o poi, vincere sulle ombre. Vasilij attraversa prigioni, crisi e scenari quasi apocalittici, ma continua a credere nel bene e rimane fedele a sé stesso. Si può.

In questo senso il romanzo diventa una sfida per il lettore, al quale viene data una lanterna con cui orientarsi nel caos della vita. E alla fine, sembra suggerire Colombati, una possibile chiave di salvezza esiste davvero: l’immaginazione. Guardate le note a fine libro, in appendice. Capirete ancora meglio come si vive in una testa così immaginifica.

Vi.Sa.