«Siamo tutti diversi ed è questo a renderci perfetti gli uni per gli altri»

A combattere l’ignoranza dell’intolleranza con anima e corpo c’è Elisabetta Canalis, che oltre a portare a spasso la sua bellezza, la diffonde con la massima semplicità. Una bellezza vera, quella che redime e che nasce dalla relazione con chi non ha sovrastrutture, ma è spontaneo e ama senza condizioni: gli animali. Quelli abbandonati, maltrattati, che hanno bisogno d’amore. «Ci insegnano tante cose – spiega Canalis – come la compassione. Aiutare chi ha bisogno dovrebbe essere una condizione naturale per tutti. Dovremmo guardare le persone con il cuore, senza giudicarle, ed è ciò che voglio insegnare a mia figlia. Lei ha una sensibilità più sviluppata rispetto a molti coetanei, proprio perché l’impegno con gli animali stimola ad avere comportamenti e sguardi più umani nei confronti di ogni cosa. Per noi dare una mano ai senza tetto, ad esempio, è naturale, un atto dovuto. A Milano la situazione è tragica e poco importa il motivo per cui le persone vivono in strada: che siano state abbandonate, che abbiano problemi mentali o che siano finite nel giro della droga. Qualunque cosa sia accaduta loro, meritano un aiuto. È questo che voglio insegnare a Skyler. Il papà invita alla prudenza, e quella serve sempre. Ma l’aiuto al prossimo dovrebbe essere nelle corde di tutti».

Il suo libro, Una zampa sul cuore. Storie di Nello e i suoi amici, tra dolcezza, coraggio e libertà, edito da Rizzoli, è un racconto sui legami autentici, capaci di trasformare chi salva e di dare nuova vita a chi viene salvato. «Ho deciso di donare a due rifugi che conosco: il Rifugio Fratelli Minori della L.I.D.A. di Olbia e la Fondazione Save The Dogs and Other Animals ETS di Los Angeles, perché ho un’esperienza diretta con loro. Ci sono tantissime associazioni valide, ma nella mia esperienza personale ho interagito con queste realtà, le trovo trasparenti e vedo quanto si sacrificano per la causa. Sono persone che ammiro tantissimo e ho voluto contribuire, nel mio piccolo, come potevo».

Parla dei canili come luogo di ricchezza. Perché?

«È l’apoteosi della diversità. E diversità significa ricchezza: di colori, di sguardi, di background, di personalità, di tante cose. È una ricchezza genetica che porta a mix incredibili, stupendi, simpatici, unici, che sono quelli dei cani e dei gatti che trovi al canile. Il canile è una sorta di celebrazione della diversità».

Cosa accade dentro di noi quando scegliamo di prenderci cura di una fragilità che non ci deve nulla?

«Per me aiutare è una necessità. Dico: non posso lasciarlo lì. Il disturbo che può dare la presenza di un cane – perché sì, a volte comporta impegno e difficoltà – è insignificante rispetto alla necessità che hanno questi animali di uscire dal canile. La loro sofferenza, o addirittura la possibilità della morte, è infinitamente più grave dell’impegno che richiedono. Così mi faccio coraggio e penso che starà sempre meglio con me, anche con qualche problema o qualche limitazione in più. Ma almeno lo tolgo da un presente terribile. È questa la vera spinta che mi muove. E poi, lo ammetto, sono anche un po’ matta: amo profondamente i cani e, quando entrano in gioco loro, la mia razionalità tende a farsi da parte».

Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry ama la sua rosa perché le ha dedicato tempo e attenzione. Oggi si ama per emozioni che passano o per avere qualcosa in cambio. Con gli animali cosa accade?

«Si crea un legame familiare. Crescono nel mio spazio vitale, che è lo stesso in cui cresce mia figlia, quello in cui sono cresciuta con la mia famiglia. Diventano automaticamente membri della famiglia, della comunità. Assorbono le tue abitudini e tu assorbi le loro preferenze. Si crea un legame che è anche un compromesso, ed è proprio lì che nasce la coesistenza».

Se dovessi raccontarli come personaggi di una storia, che tipi sono i tuoi cani?

Nello è sicuramente più di una peste. Sembra uscito da un libro per bambini, e infatti è stato lui a ispirarmi questo libro. Sembra un cartone animato rossiccio, con macchioline qua e là, la faccia furbetta: combina sempre guai.

Charlie è invece un ragazzino dal passato difficile, come quelli che arrivano dal riformatorio e vengono accolti in una famiglia portando con sé spontaneità e anche tratti traumatici: non si fida subito, morde, ma poi sprigiona una personalità divertentissima.

Megan è la balia: sta in disparte, osserva, dà consigli e, quando può, ruba il cibo.

Josie mi ricorda il cartone animato di Georgie: arriva in una casa piena di fratelli e diventa la principessa. È la più grande, la più forte, un incrocio con un pitbull. Quando c’è da fare la guardia, non si risparmia. Mi manca tanto Charlie.

Il viaggio è una parte importante della tua vita. Cosa cambia quando si viaggia con un animale accanto? Quanto può aiutare la nuova normativa che permette di portare cani fino a 8 kg a bordo?

Ci sono persone che lavorano nelle compagnie aeree che capiscono quanto sia importante viaggiare con il proprio animale, e allora aiutano e tutto diventa più semplice. Altre volte purtroppo non è così. È importante facilitare i viaggi, perché se diciamo “adottate, adottate, adottate”, ma poi non rendiamo possibile viaggiare con cani e gatti, non ha senso. Fortunatamente le cose stanno cambiando. La nuova normativa sulle taglie più grandi è una grande conquista.

C’è un episodio buffo o inatteso che racconta meglio di mille parole la vostra quotidianità insieme?

Casa mia è un vero porto di mare per i cani: ce ne sono sempre che arrivano e che vanno, e questo ha creato una sorta di comunità. Nello, per esempio, fuori può essere un po’ rompiscatole con gli altri cani, ma in casa ha accolto tutti, dal primo all’ultimo. Questo ti fa capire che lui è il capo: lo eleggono tra di loro, è il loro idolo, la loro rock star. Lui detta le regole in silenzio. Per lui la capa sono io, e ci capiamo con uno sguardo. Gli altri cagnolini imparano osservandolo. Insomma, si è creato davvero un branco.

C’è un ricordo legato agli animali che senti come originario?

Vengo dalla Sardegna e, quando ero bambina, vedevo spesso cani abbandonati, lasciati per strada. Il fatto di non poterli aiutare mi ha segnata profondamente. Vedevo cani malati, palesemente malati, senza aiuto, senza amore. Sono immagini indelebili. Non potevo portarli tutti a casa, quindi dovevo lasciarli dove erano e farmene una ragione. Crescendo, ho sempre conservato questo senso di protezione nei loro confronti.

Il tuo legame con i cavalli racconta un’altra forma di ascolto. Che cosa insegnano, nella loro forza silenziosa?

I cavalli sono un altro mondo. Sono animali da preda, diffidenti: li devi conquistare. Possono farti sentire bravissima o completamente incapace. Con loro c’è sempre uno scambio di energie, di rispetto e un confronto con le proprie paure, perché sei su un animale di 700 chili, molto più forte di te. Se ti permette di farlo, significa che tra voi si è creato un rapporto. Io ho bisogno, anche quando sono giù, di abbracciare il cavallo. Mi dà un senso di calma, di pace e di amore incredibile.

Vi.Sa