Arriva ogni anno puntuale, insieme alle zanzare, alle code in autostrada e ai servizi sui primi esodi: la prova costume. Un’espressione un po’ vintage, ma ancora in perfetta salute. Si infila nelle conversazioni, nelle pubblicità, nelle chat tra amiche e nelle promesse del lunedì mattina: da domani palestra, da domani dieta, da domani niente carboidrati dopo le sei. Per qualcuno è un pensiero che va avanti da ottobre, senza essersi mai davvero concretizzato.
Poi arriva il momento del costume, quello provato in camerino, sotto una luce che dovrebbe essere vietata per legge. Lo specchio è impietoso, la tenda non si chiude mai bene, la taglia non corrisponde a nessuna logica conosciuta. E il corpo, prima del sole, sembra sempre più difficile da guardare: più bianco, più serio, più esposto.
Il costume “strategico”, del resto, dovrebbe compiere una piccola impresa: contenere senza stritolare, slanciare senza promettere miracoli, coprire il giusto, reggere un bagno vero e possibilmente non trasformarsi in un origami appena ci si siede. Online sembrava perfetto, in camerino invece apre trattative diplomatiche con ogni centimetro del corpo.
Eppure basta poco perché tutto cambi prospettiva. Non il corpo, forse, ma lo sguardo sì. Dal camerino alla spiaggia, dallo specchio al mare, dalla luce sbagliata a quella giusta. Dopo qualche giorno di sole, con un filo di colore sulla pelle, i capelli un po’ salati e l’aria addosso, tutto sembra meno rigido. Ci rilassiamo. Siamo un po’ più abbronzate, magari non quanto vorremmo, ma abbastanza da guardarci con meno severità. E va bene così.
Il resto lo fa l’estate: ci scioglie, ci asciuga, ci rimette in circolo. Buttiamo fuori le tossine dell’inverno, del lavoro, delle giornate pesanti, dei rapporti tossici, delle risposte trattenute. E facciamo entrare altro: endorfine, risate, raggi di sole, leggerezza, bellezza. Quella vera, che non ha molto a che fare con la perfezione e moltissimo con il momento in cui, finalmente, smettiamo di pensarci.



































