l'amore al tempo degli algoritmi

di Giulia Giannone
Psicologa e Psicoterapeuta
Psicosessuologa

Come ricordava Dante nella Vita Nova, «Amore non ha altro fine che sé stesso». Forse è proprio da qui che dovremmo ripartire, chiedendoci se esista un filo sottile tra le storie di cui ci nutriamo e il modo in cui oggi viviamo l’amore. Sempre più spesso, quasi senza accorgercene, cerchiamo la strada più breve: un’emozione immediata, un brivido veloce che non richieda il lusso dell’attesa. Accade nella cultura contemporanea, che talvolta preferisce la provocazione e l’impatto visivo alla profondità lenta del mito, e accade, quasi per riflesso, anche nel modo in cui viviamo la seduzione. Tra app e algoritmi che promettono l’incastro perfetto, coltiviamo l’illusione di poterci sottrarre all’imprevisto, allo sguardo che trema, al rischio di non essere ricambiati. In fondo, è la stessa dinamica che attraversa il mito di Atalanta e Ippomene. Da una parte lei, fiera e libera nella sua corsa; dall’altra lui, sfiorato dal timore di non essere abbastanza, che sceglie di affidarsi alle mele d’oro per distrarla. Cerca così di vincere senza esporsi fino in fondo, senza rischiare davvero il cuore. Quando il desiderio si mescola alla paura, la conquista può trasformarsi in una strategia per aggirare l’altro, anziché incontrarlo.

selfieÈ qui che la psicologia e la sessuologia possono venirci incontro, mostrando con delicatezza come il bisogno di proteggerci dalle delusioni ci accompagni da sempre, pur assumendo forme diverse nel tempo. Già nei decenni passati, la riflessione clinica e umanistica — dalle intuizioni pionieristiche sull’amore inteso come arte agli studi sul corpo che si difende — ci aiutava a comprendere che dietro molte delle nostre chiusure si nasconde il timore della vulnerabilità. In seguito, la ricerca ha rivolto lo sguardo anche alle ansie da prestazione, alle differenti modalità con cui costruiamo i legami e, più recentemente, alle nuove abitudini nate nell’universo digitale. Eppure, nessun filtro potrà mai restituire la vertigine di un contatto reale. Esiste una chimica fatta di sguardi inattesi, di parole sussurrate all’orecchio, del brivido che attraversa la pelle quando qualcuno ci sfiora, magari soltanto per caso. Qualcosa che nessun algoritmo sembra davvero in grado di replicare. Come cantava Sinatra in I’ve Got You Under My Skin, lasciarsi toccare davvero significa forse accettare di abbassare le difese e rinunciare, almeno in parte, al controllo. Riscoprire l’eros richiede il coraggio di attraversare questo piccolo terrore e di tornare a mostrarci per ciò che siamo: unici, imperfetti, autenticamente vulnerabili. Perché, prima o poi, qualcuno potrebbe amarci proprio per questo.