Aurora Ruffino si prepara al film con Martin Scorsese nel quale interpreterà la parte di Santa Lucia. L’abbiamo vista ne La solitudine dei numeri primi, in Bianca come il latte, rossa come il sangue, oltre che nella serie Braccialetti rossi e in altri set cinematografici. La ritroviamo a parlare della vita e della sua complessità, a riflettere con chi la ascolta sul senso delle cose. Lei, dice, è il frutto – meraviglioso, aggiungiamo noi – di ciò che le è accaduto da bambina. Perse sua madre a cinque anni, mentre dava alla luce il fratellino, e perse anche la relazione con suo padre per altre questioni. Di facile non c’è stato nulla, se non l’affetto dei nonni e un’anima particolarmente sensibile che l’ha portata a cercare e ad ascoltare ciò che le accadeva.

«Ma è cambiato tutto a trent’anni con il Libro Rosso di Jung, un testo difficile ma di una spiritualità profondissima. È il suo diario segreto: le conversazioni che lui aveva con la propria anima. Lo lessi in un periodo buio, in cui mi sentivo responsabile della felicità degli altri. E lì trovai una frase che mi ha cambiato la vita per sempre, e che non devo nemmeno rileggere perché ce l’ho impressa dentro. Diceva: “Un uomo, per essere considerato veramente tale, deve poter avere la libertà e la dignità di scegliere anche la propria distruzione. Perché se tu vuoi convincere un uomo a comportarsi sulla base della tua idea di bene, lo riduci al livello di una pecora”. Da quel momento ho capito cos’è davvero la cultura. E da lì è iniziata la mia ricerca filosofica e spirituale».

Quali maestri hai incontrato nella tua strada di attrice, donna e scrittrice?

Considero “maestro” chiunque abbia il coraggio di dire la propria verità. Tutti i filosofi, tutti i testi sacri. Se però mi chiedi a quale corrente mi sento più vicina, ti dico gli Stoici. L’amor fati: amare il proprio destino. Amare ciò che ci accade, anche ciò che non dipende da noi. Diceva che abbiamo due tipi di obiettivi: quelli personali, su cui possiamo agire, e quelli dell’universo, che sono fuori dal nostro controllo. E poiché siamo parte dell’universo, non possiamo non volere ciò che esso ci manda. È una visione che mi ha cambiata profondamente.

Il tuo romanzo Volevo salvare i colori, edito da Rizzoli, si apre con un viaggio. Si va da Trolltunga, in Norvegia (dove la protagonista lancia il cellulare), a Copenaghen, alla Dune du Pilat in Francia, a Gibilterra e in altri luoghi unici. Perché?

La scelta dei luoghi nasce dal tragitto della Vanessa del cardo. Quando ho scoperto l’esistenza di questa farfalla migratrice, l’ho sentita come un richiamo. Ho pianificato tutto in due anni, poi sono scappata di casa e ho iniziato il mio cammino dalla Norvegia fino al Marocco. È stato un viaggio meraviglioso, pieno di prime volte e di incontri.

Che cosa significa per te il viaggio, come esperienza personale e narrativa?

Partire da sola verso un posto sconosciuto diventa automaticamente un viaggio interiore. Ti costringe a uscire dalla familiarità, ti mette davanti alla solitudine e a te stessa. Senza le distrazioni del quotidiano, tornano a galla cose che avevi messo da parte. Viaggiare da soli ti apre davvero all’ignoto, mentre viaggiare protetti da famiglia o amici, in posti già familiari, non produce lo stesso cambiamento.

C’è un luogo che ami particolarmente a Roma?

Il Parco della Caffarella. È ancora selvaggio, non artificiale. A differenza di Villa Borghese, che è splendida ma molto “ritoccata”, la Caffarella conserva una natura più originaria. Ci sono lepri, volpi, angoli non perfetti… e proprio questa autenticità mi affascina. È un luogo genuino.

Hai iniziato giovanissima, e ti abbiamo conosciuta ne La solitudine dei numeri primi: come ricordi i tuoi primi passi nel cinema?

Per me recitare era come giocare, e sul set mi sono trovata subito a mio agio. Interpretavo la “bulla”, un ruolo particolare, ma fuori scena ero molto attenta a rassicurare la ragazzina che interpretava Alice: mi preoccupavo che stesse bene, che ricordasse che stavamo solo giocando. È stato il primo momento in cui mi sono sentita capace di qualcosa. Il regista credeva in me, mi vedeva, e questo mi riempiva di energia. È stata la mia prima vera validazione, una sensazione bellissima.

Perché il teatro e la recitazione sono diventati così importanti per te fin dall’inizio?

Perché mi hanno salvata. Per anni ho represso emozioni e ferite che non affrontavo, senza rendermene conto. Attraverso i personaggi e le storie degli altri ho potuto aprire porte chiuse da tempo. Senza la recitazione, non so cosa sarebbe accaduto: forse sarei esplosa dentro. Grazie a questo mestiere ho potuto tirare fuori ciò che era stato sepolto. Per questo si dice che la recitazione sia terapeutica: ti permette di accedere alle tue emozioni anche quando credi di stare bene.

Che cosa ti ha spinto a scrivere il tuo libro e che cosa vorresti trasmettere a chi lo legge?

La prima scintilla è nata nel 2015, sul set di Braccialetti rossi. La storia mi si era piantata dentro e ha cominciato a crescere. Vorrei che chi legge possa trovare qualcosa che risuoni dentro, qualcosa che possa accompagnarlo.

Su quali progetti ti stai concentrando adesso? Quali sogni professionali hai per il futuro?

Vorrei continuare a fare ciò che sento: farmi attraversare da qualcosa e portarlo fuori, sotto qualsiasi forma – un libro, un film, una conversazione. Recentemente ho incontrato degli studenti in Basilicata per parlare di intelligenza emotiva: è stato un momento fortissimo, quasi mistico. Loro ascoltavano con un’attenzione pura, io sentivo le loro anime. Questo è ciò che desidero continuare a fare.

Qual è l’ultimo libro che hai letto e che cosa ti ha lasciato?

Sto rileggendo Pensieri di Marco Aurelio. È un’opera che fa bene all’anima. Lui scriveva riflessioni esistenziali di una lucidità incredibile, parlando di destino, accettazione, virtù. Ogni volta che lo leggo sento che mi riporta al centro.

C’è un ricordo particolarmente bello o significativo del tuo percorso umano o artistico?

Una foto: io bambina, otto anni, con un sorriso autentico. Qualche mese fa, in una relazione tossica, l’ho guardata e mi sono accorta che non sorridevo così da molto tempo. Quella foto mi ha riportata a me stessa, al mio vero volto. È un ricordo che mi ha aiutata a uscire da una scelta sbagliata.

Qual è il tuo sogno più grande, quello che ancora aspetta il suo momento?

Il mio sogno è creare. Essere un canale. Poter condividere ciò che nasce dentro di me: nelle scuole, nei libri, nelle conversazioni, nei film… e magari in forme che ancora non immagino. Il mio sogno è continuare a portare fuori ciò che arriva.

In un mondo in cui tante cose ci ingannano, cosa rappresenta per te la verità?

Non esiste una verità assoluta, ma l’insieme di tante verità individuali. Come nelle scuole filosofiche greche, il confronto – non il dogma – è ciò che ci fa evolvere. La diversità non divide: rivela chi siamo.

Vi.Sa.