È giugno, è estate. Qui più salmastra, più lenta, più piena. Arriva da ovest, attraversa stagni e uliveti, si posa sulle mani e resta. Noi la seguiamo, come sempre: guidando, fermandoci, ascoltando. Si parte da Cabras. Qui la luce è già estate, anche quando il calendario dice altro. Entriamo da Azzurro presto, le cassette sono ancora bagnate e il pesce sembra respirare. Odore pieno, vero. Voci basse, gesti veloci. Questo luogo è per noi un porto sicuro, un teatro senza pubblico, dove tutto accade lo stesso. Gioia fa i suoi acquisti e, ogni volta, va via con una testa in più: è di rana pescatrice, è un regalo.
Potremmo parlarvi di Giganti, bottarga, di corse a piedi scalzi e santi, ma la verità è che per noi, a Cabras, c’è un rituale più importante di tutti questi, che va onorato a dovere: la frutta e verdura da Raffaela. Siamo devote e fedeli a questa bottega da anni ormai. Come alla mamma di Eleonora, nel periodo dei meloni attraversiamo portone e giardino di una grande casa campidanese. Galline, palme, piccole porte di legno e biciclette: è subito Messico. O forse è il Messico che imita Cabras.
Colori accesi e veri come i discorsi della clientela. Prendiamo quello che serve e sempre qualcosa che non avevamo previsto: un incontro o la parola del giorno. La cogliamo mentre riempiamo la nostra busta di cartone, prima di arrivare alla bilancia. Signor Paolo assaggia una nespola e sputa il seme in mano. Ha scoperto di poter prendere fino a 4mg di melatonina al giorno ma comunque non dorme. Il problema è la televisione prima di andare a letto: “ti agita! ci creu ca no drommisi! la devi spegnere almeno due ore prima! liggidì uno libru” gli dice Raffaela.
Abbiamo pesce, frutta e verdura, la nostra colazione ideale sarebbe il gelato al latte di capra di Pibirottu, ma lo fa solo quando gli va. Abbiamo provato ad usare l’arma “sono la sorella di Angelino” ma non ha funzionato. Ci rimettiamo in macchina, direzione Baratili San Pietro. Sosta breve a Donigala Fenughedu per un caffè da Ignazio. Ignazio ha il bar più arancione di tutta l’Isola. Non serve altro per riconoscerlo. Il caffè è buonissimo, la tv urla le notizie dal mondo e se oltre alla consumazione vi viene voglia di una borsa di paglia o un bijoux, da Ignazio potete trovare anche questo. Arriviamo a Baratili da Letitia Ann Clark, il tempo cambia lingua. Si beve tè, si parla piano, si mangia qualcosa di buonissimo. In questa casa ogni cosa ha un peso gentile, una misura precisa. Una piccola cucina in cui Letitia crea le ricette custodite nei suoi libri venduti in tutto il mondo, quelle della sua infanzia e quelle della sua nuova vita italiana, sarda. Limoni, cioccolato, burro, fichi, frittelle, olio d’oliva, l’elenco è lungo quanto la sua passione. Di Letitia non puoi non notare gli occhi che sorridono, le mani che gesticolano e anticipano le parole. I colori tenui addosso, l’eleganza nei suoi movimenti. Semola e acqua dentro una vecchia ciotola di ceramica inglese è l’impasto per i malloreddusu. Sul vecchio tavolo di legno, cestini di asfodelo custodiscono mestoli e mattarelli ereditati. Fotografiamo qualche piatto, ci servirà per la promozione del suo nuovo sito web che abbiamo realizzato.
Nel frattempo, lei prepara un’insalata di finocchi e arance comprate qualche ora prima al mercatino di Oristano. Ci aggiunge anche scaglie di pecorino e qualche fogliolina di menta. Il suo olio d’oliva, una magia. La mangiamo, un po’ sedute su uno scannu e un po’ in piedi, mentre chiacchieriamo e un po’ lavoriamo. Uno dei pranzi più belli che abbiamo mai fatto. Andiamo via con un regalo prezioso: un vasetto della sua marmellata di arance amare. Fuori da Baratili la strada si alza, cambia ritmo. È tutto in fiore: dagli alberi ai campi, dai cordoli stradali alla criniera dei cavalli. Profumo di aglio e finocchietto selvatico. Arriviamo a Santu Lussurgiu. Prima tappa: Maurizio. Il nostro Mauri del cuore. Coetaneo, anche lui tornato sull’Isola dopo tanti anni di vita e lavoro all’estero, oggi residente a Santu Lussurgiu per rendere omaggio ai suoi avi e a questo territorio, portando avanti i suoi progetti indipendenti in modo eccellente. Maurizio è il creatore di The Sardinian Minestrone. La zuppa dei centenari, il minestrone sardo ispirato alla longevità dell’Isola, la cui ricetta gli è stata tramandata da famiglie di ultracentenari e da lui riprodotta fedelmente: fregula, legumi, ortaggi essiccati, spezie mediterranee e sale. Solo ingredienti vegetali e naturali. Un pasto buonissimo, completo e sano.
Incontriamo Mauri all’Antica DImora del Gruccione, albergo diffuso senza tempo, primo grande esempio sardo di turismo ecosostenibile e rurale. Una stupenda e antica casa di famiglia ristrutturata negli anni ’70 da Gabriella, la sua fondatrice. Un intreccio perfetto tra storie di donne e del luogo, in cui nulla è lasciato al caso. Qui ci abbraccia un’ospitalità speciale, umana, vera. Qui, il sorriso di Lucilla ci accoglie. Camminare per le vie di Santu Lussurgiu e/è respirare il Montiferru. Un paese autentico, una comunità viva. Tra le vie di basalto, sono incastonate botteghe artigiane storiche. Come quella di Tziu Zuanne Pintos, la nostra preferita, che ha chiuso la sua piccola porticina di legno questo mese, dopo 80 anni di attività.
Giovanni Pintus è “mastr’e pannu” e la sua bottega era un luogo incantato. Una porta d’ingresso in legno alta quanto lui -piccola- si apriva su un locale dalle volte in pietra, un bancone in castagno e una macchina da cucire a pedali. Due sedie per gli ospiti. Il metro giallo sdraiato sullo schienale di una delle due. L’abito migliore che avreste potuto farvi realizzare, sarebbe stato dalle sue mani.
Tziu Zuanni è nato nel 1933 e la sua vita è stata un cucire continuo di orli ed eventi. Ha fatto il sarto per 80 anni e solo quest’anno ha deciso di appendere le forbici al muro. “Ai giovani non interessa imparare il mestiere. Io sono stanco, ho fatto”. Farà male non incontrarlo più lì, ma portiamo con noi un ricordo prezioso. Proseguiamo verso Sisetta che da qualche anno ha aperto il suo laboratorio di dolci sopra la bottega di Gerolamo, il marito. Giuriamo di non aver mai mangiato ravioli di mandorle più buoni dei suoi. Un capolavoro della tradizione Lussurgese a cui lei rende omaggio egregiamente. Ne abbiamo fatto incetta, siamo pronte per fare un bagno a Sos Molinos.
Una mulattiera facilmente percorribile, si fa spazio tra lecci e alloro. Il sottobosco è casa per ciclamini e orchidee selvatiche. Seguiamo il canto dell’acqua, la vediamo scorrere su rocce trachitiche e dopo diversi salti, tuffarsi per quindici metri. Scegliamo la nostra pozza, limpida e ghiacciata. Una vasca naturale che condividiamo con girini, sotto un tetto di roverelle. Silenzio e respiro. Il suono della natura più viva, l’energia di un bosco millenario. L’ora del tramonto è arrivata, lo percepiamo dalla luce che a poco a poco scivola dai rami più alti e non filtra più. Lasciamo questo posto fatato ma prima di tornare in paese, allunghiamo il nostro tragitto di qualche minuto per visitare, ancora una volta e mai abbastanza, la chiesa di Nostra Signora di Bonaccatu, sede del più antico culto mariano dell’isola, a Bonarcado. Trachite e basalto, influenze arabe, frammenti mosaici, vasche termali, presbiteri custoditi dietro il ferro battuto, la terracotta policroma della Madonna col Bambino. Profumo di gigli e rose. Dietrofront per Santu Lussurgiu, ceneremo qui perché non vogliamo perdere l’occasione di mangiare il cibo degli dei, quello che solo Tonio, nella sua Locanda del Convento, è in grado di creare. Tonio lo vedi e lo adori. Bandana rossa, maglietta bianca, pantalone bianco, grembiule bianco, sorriso bianco. L’uomo dalla cultura musicale più profonda e variegata che conosciamo. Da Mango ai Dream Theater, dai canti degli indiani d’America a quello a concordu. Spesse volte, la musica si interrompe per riprodurre un messaggio vocale. Non ci sono segreti tra Tonio e la sua clientela. Una pizza leggera, sottile, croccante, forno a legna e ingredienti locali. Torniamo senza fretta. La notte è più scura da queste parti e il cielo mette in scena il suo miglior spettacolo. Ogni volta che ci lasciamo il monte alle spalle e torniamo verso il mare, abbassiamo i finestrini dell’auto per accogliere il suono dei campanacci dei buoi che vanno a dormire e il profumo di terra umida di bosco. Attraversiamo paesi dalle case di pietra, percepiamo il calore delle facciate ancora roventi dal giorno. Superiamo portali ornati a bordo strada, segnali magici che ci indicano le svolte da prendere. In viaggio con noi, qualche barbagianni e ricci che attraversano lenti le strade meno opportune. Nessun cartello, solo una luce in lontananza che si rincorre: è il faro di San Giovanni di Sinis. Arriveremo tra 10 minuti.
Il viaggio di Bulbo
Di Giulia Serpi e Gioia Casu



































