scriveva Ernesto Che Guevara a metà del secolo scorso.

Cuba, questa volta, rischia di perdere l’ultima battaglia di una guerra durata 67 anni.

Perché questa non è una guerra combattuta ad armi pari. È una pressione lenta, continua, che passa per il cibo, per l’energia, per la vita quotidiana. Un assedio che affama, sfinisce, restringe, fino a togliere margine.

La luce si spegne e resta spenta. Si fermano gli autobus, si fermano i ventilatori in un caldo che non dà tregua, si fermano i frigoriferi dove c’è già poco da conservare. Gli ospedali rallentano, l’acqua non arriva, le città si svuotano di notte. Quando manca l’energia, non si ferma soltanto l’economia. Si ferma la vita.

Non è solo una crisi energetica. È una scelta politica.

Mentre lo sguardo del mondo è puntato sull’Iran c’è un’isola a novanta miglia dalla Florida che torna indietro nel tempo. Senza bombe, senza immagini spettacolari, ma con un effetto concreto: l’asfissia.

Cuba è al buio perché il petrolio non arriva più. E il petrolio non arriva perché qualcuno ha deciso che non debba arrivare. In fondo, la storia non è mai cambiata davvero.

Nel 1959 i rebeldes guidati da Fidel Castro rovesciano Fulgencio Batista, uomo di Washington. L’isola rompe l’equilibrio che la teneva nell’orbita americana e nazionalizza gli interessi statunitensi. Tre anni dopo arriva l’embargo.
Da allora, Cuba vive dentro una frattura mai ricomposta.

Negli anni Novanta, con la caduta dell’Unione Sovietica, comincia il Periodo Especial: fame, razionamenti, blackout. Poi arriva il Venezuela: petrolio in cambio di competenze, energia in cambio di sanità. Un equilibrio fragile, ma sufficiente a tenere accese le luci.
In quegli anni Fidel Castro e Hugo Chávez provano anche a dare una forma politica a quell’alleanza: nasce l’ALBA, progetto di integrazione latino-americana pensato come alternativa ai modelli sostenuti da Washington.

Oggi quell’equilibrio non esiste più.

L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, culminato con la cattura di Nicolás Maduro, ha rotto definitivamente l’asse su cui si reggeva Cuba.

E da quel momento l’isola ha perso il suo principale sostegno energetico.

Washington ha fatto il resto: bloccare, isolare, stringere. E poi trattare da una posizione di forza.
Un’isola messa in ginocchio per costringerla a negoziare e, soprattutto, a dichiarare fallito il proprio sistema socialista.

Intanto Washington osserva e aspetta. Aspetta il momento giusto per intervenire, per “prendere”, per “conquistare”: parole che il presidente della più grande potenza mondiale ha riportato nel linguaggio politico contemporaneo e che suonano come il ritorno di un lessico che credevamo archiviato.
Un lessico che rimanda direttamente all’imperialismo di fine Ottocento, quando Cuba era ancora sotto il dominio spagnolo e gli Stati Uniti, dopo aver fallito nel tentativo di acquistarla, usarono l’esplosione della nave da guerra americana USS Maine, ancorata nella baia dell’Avana, come pretesto per intervenire sull’isola.

Cuba è lì, a novanta miglia dalla Florida e a poca distanza dal Golfo del Messico. Un punto piccolo sulla mappa, ma dentro una delle aree più attraversate del mondo, dove passano petrolio, gas e rotte commerciali che tengono insieme Stati Uniti, Messico ed Europa.
L’isola possiede inoltre riserve importanti — e ancora in gran parte sottoutilizzate — di minerali essenziali per la transizione energetica: è tra i primi dieci Paesi al mondo per nichel e cobalto.
Abbastanza per essere strategica.
Abbastanza per non essere mai davvero lasciata in pace.

Dentro questo scenario prende forma una linea sempre più esplicita del governo americano; quella di un’America che torna a chiudersi sul proprio emisfero, una versione aggiornata della Dottrina Monroe. Non più espansione dichiarata, ma controllo dello spazio vicino, in un mondo che si frammenta e si riorganizza in blocchi regionali. Cuba è lì, a pochi passi dall’America, stanca, con lo sguardo rivolto verso nord.
Si trova a una svolta storica: aprirsi al capitalismo.
Convinta che sia stata la rivoluzione, e non l’embargo, a determinarne la condizione di povertà, rischia di lasciarsi attrarre da ciò che non conosce, senza interrogarsi davvero su cosa questo significhi per l’isola.

Le case potrebbero finire sul mercato? Il lavoro inizierà a dipendere da chi investe?

I servizi, dalla sanità alla scuola, resteranno per tutti o diventeranno accessibili solo a chi può pagarli?

E persino la moneta: continuerà a esistere un sistema autonomo o entrerà in circolazione un unico riferimento, il dollaro? È qui che si misura il passaggio: non nell’idea, ma nelle conseguenze.
In ciò che resta ai cubani e in ciò che non sarà più loro.
Con la speranza che non perdano quel modo di stare al mondo — leggero e ostinato — che ha reso Cuba, per anni, un piccolo gioiello.

di Fernanda Perri