di Angelica Grivel Serra

Impossibile inscatolarlo in una biografia da bignami. Nelle parole e nel fare di Oscar Farinetti, imprenditore di fama globale e inventore di Eataly, vibrano energia, un ottimismo mai ingenuo e un’inesausta, limpida curiosità nei confronti delle tinte dell’umano.

Il suo ultimo libro, La regola del silenzio (Bompiani, 2025), segna un debutto fresco e sorprendente nel genere romanzesco: un intreccio tra mistero, introspezione e amore mai sopito, ma soprattutto un metalibro – un libro che ne contiene altri, in omaggio a quelli profondamente amati dall’autore.

Oscar Farinetti in tre aggettivi calzanti.

Forse sono ottimista, quasi sono felice, di sicuro sono imperfetto.

La sua vita è improntata al racconto: attraverso il cibo d’alta qualità, la fitta attività imprenditoriale, ma anche la scrittura. Lei è grafomane autentico. Si sente forse anche un mercante di storie?

Un fatto non raccontato non esiste. Dunque, le mie idee, le mie passioni, i miei prodotti e i miei risultati, quanto gli errori, non esisterebbero se non li raccontassi.

Ho da sempre fatto il mercante, nel senso di comprare cose da altri per rivenderle ad altri ancora, col proposito di meritarmi il valore aggiunto.

Per quanto riguarda la scrittura, lo vedo più un mestiere di produzione, nel senso che produco parole che poi vendo al pubblico.

Vendo, non rivendo come farebbe un mercante. L’ho sempre pensata così, ma ora la sua suggestiva domanda mi ha insinuato un dubbio. In fondo non ho mica inventato io le parole…E anche il modo di congiungerle, cosa che costituirebbe la mia produzione originale, l’ho imparato dai tanti libri che ho letto, e lo modifico continuamente a causa di quelli che sto leggendo. Quindi, infine, la risposta è sì: sono un mercante di parole, dunque di storie… in ogni caso.

Lei ha spesso elogiato l’errore in quanto motore di corroborante crescita personale. Ma ce n’è uno che proprio non rifarebbe?

Tra i tantissimi errori che ho compiuto ve ne sono tanti che non rifarei. Gliene dico tre.

Primo, fino ai miei vent’anni raccontavo bugie e, lo ammetto, qualche volta ho continuato a raccontarle anche dopo. Roba brutta le bugie, meno ne racconti meglio vivi. Secondo, ho sbagliato a fare Economia e Commercio, avrei dovuto iscrivermi a Filosofia.

Terzo, un giorno ho dato del “fascista” a una persona che proprio non lo meritava, è morto prima che gli potessi chiedere scusa; se ci penso ancora ci sto male.

Da imprenditore visionario e creativo, cosa significa vedere un’idea passare dal guizzo al progetto, da fantasia a fatto?

Vuol dire tantissimo, e brava che me lo ha chiesto. Le fasi della filiera di un progetto sono: Utopia – Analisi – Breccia – Strumenti – Marketing. Tutto nasce da un’utopia. E quando succede che, in fase di analisi dello scenario, trovi una breccia in cui è possibile infilare la tua utopia, trovi gli strumenti giusti per metterla in piedi, e financo ti viene in mente la storia migliore per raccontare quella tua utopia (il marketing): ebbene, quelle (rarissime) volte in cui succede di compiere completamente e con successo il percorso di filiera, godi davvero.

Ecco, dunque, la mia risposta alla sua domanda: significa godere. Rivedrei anche l’etimologia della parola Utopia. A mio parere non deriva da ou topos, cioè “non luogo”, bensì da eu topos: “luogo bellissimo”.

A chiosa, domanda di rito, caro Farinetti: cos’è per lei il viaggio?

Prenda la formidabile motivazione del Nobel 2018 a Olga Tokarczuk per il suo libro capolavoro I vagabondi: “Un’immaginazione narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita.” Ecco, per me il viaggio consiste nel superare i confini. Viaggio, come dice la mia amata Olga, “per cercare altri pellegrini”. Dunque, eccole la mia risposta: il viaggio è scoperta…di nuovi saperi attraverso l’incontro di persone che, come me, viaggiano per superare i confini.