di Angelica Grivel Serra
Parlare con Michele Riondino restituisce subito l’impressione di una consistenza che non si consegna mai al primo impatto. Ci si accorge della fibra sotterranea interna alle sue frasi lineari, ma serve un tempo sedimentario per accoglierla.
Nel pomeriggio d’aprile in cui lo incontro, lui è a Cagliari: sono gli ultimi giorni di riprese di “Zustissia”, opera che segna il debutto del poliedrico Francesco Piras alla regia di un lungometraggio e attorno alla quale spirano venti di riserbo. Certo si sa che è progetto intenso, centrato sulla vicenda di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo vittima di un gravissimo caso di errore giudiziario, accusato della strage di Sinnai nel 1991 e assolto in quanto innocente nel 2024, dopo oltre tre decenni d’ingiusta detenzione.
Riondino, 47 anni, giunge a questo set forte di una carriera solida e stratificata, coronata da una triade di statuette ai David di Donatello 2024 (compresa quella a lui come Miglior attore protagonista), per il suo “Palazzina Laf”, film che lo ha visto autore totale, in esordio alla regia, nella stesura della sceneggiatura (con Maurizio Braucci) nonché, appunto, nell’interpretazione.
Sul rooftop dell’albergo che lo ospita a Cagliari, al tramonto, Michele Riondino tiene gli occhiali da sole per gran parte della conversazione, anche se quelle lenti scure non somigliano a uno schermo. Senz’altro non a una barriera di divismo. Chissà se invece sono un modo per custodirsi, parola che pare essere a lui cara, dato che la pronuncia più volte: per tradurre un esercizio di manutenzione interna, l’urgenza di tutelare una specie di pulizia originaria che nel suo mestiere è sempre pericolante, riflettendo sulla sottigliezza per cui “se è vero che il successo inquina, lo può fare anche l’insuccesso.”
Non imposta retromarce quando gli si chiede d’inscatolare la propria natura in tre aggettivi a lui affini. “Complicato. No, anzi, direi complesso”. Aggiunge poi “disordinato” – nel modo di stare al mondo – e infine, come un’ammissione, “tutto sommato onesto”. Però quella aggettivale è una ricerca che non si esaurisce nella terna, perché quando il dialogo scivola sul sentirsi eversivi, lui si riappropria della parola con slancio annuente, “Ecco, sì, allora ci metto anche il quarto, eversivo”, quasi volesse averci pensato sin da subito.
Dettaglio che s’intuisce autentico, applicabile quantomeno al suo modo d’intendere il viaggio. In una rivista di bordo ci si aspetterebbe una celebrazione delle destinazioni, ma per Riondino il viaggio è l’opposto del transito funzionale. “Mi pongo la meta, ma ciò che conta e rende per me il viaggio davvero tale è avere il tragitto puntellato dalle deviazioni, dall’imprevisto.
Lo accolgo”. Il contrario delle scorciatoie, dunque. Una matrice che vale sì per le sue peregrinazioni geografiche, che siano “in Messico o in Giappone”, viepiù nel percorso attoriale. Riondino abita i ruoli in modo assoluto, con un’investitura che esige tempo e corpo, specie quando è implicato un lavoro profondamente sfidante: è accaduto a teatro, con la magnetica oscurità del suo diabolico Woland nello spettacolo di Andrea Baracco Il Maestro e Margherita; si evince altrettanto dalla cura sartoriale dedicata a “Palazzina Laf”, esperienza che Riondino definisce “catartica”, perché, oltre spingerlo fuori dal dominio interpretativo, ha rappresentato un’occasione di sguardo antropologico sulla propria terra natia, Taranto, per starci dentro in purezza, senza pregiudizio.
Ma il cinema è diverso dal teatro, radice per lui non negoziabile, dimensione totemica. Perché il teatro è “un patto che si fa in due. Io do il massimo per dimostrarti che ciò che vedi è reale, e tu lo accetti. Deve valere anche spazialmente, che tu sia in platea, loggione o in galleria”.
Adesso, in epilogo d’incontro, Michele Riondino sfila gli occhiali. Emerge, rivelata, la pacata nudità di uno sguardo saldo e affilato.
Un mostrarsi per celarsi, forse, nell’eterno gioco prismatico che è il mestiere dell’attore vero.



































