Primavera arrivata. Finalmente, ci verrebbe da dire. Dopo due mesi esatti di pioggia, sessanta giorni di freddo e umido che hanno reso la terra zuppa e satura. Come la nostra creatività, nei momenti in cui non abbiamo la possibilità di calpestarla. La terra. Torniamo a farlo nel modo che conosciamo meglio: osservando, raccontando e costruendo visioni. Il nostro lavoro di direzione artistica e creativa parte sempre da qui, dall’ascolto dei luoghi e delle persone che li abitano.
Torna il sole e noi ci mettiamo nuovamente alla guida per una nuova produzione fotografica: da Cagliari a Gergei, percorriamo una tra le strade che più amiamo, passando tassativamente da Pimentel e Guasila. Nel primo paese, tappa dolci e pane da Carlo&Joel – se pensate di non essere nel posto giusto, sì, lo siete – e a Guasila ci fermiamo per il caffè più buono che si possa bere. Da Ninnino, lungo la via principale – se la sensazione è quella di non entrare, portatevi comunque dentro – ad accogliervi una tv che fa da radio con musica country/folk americana, una comitiva per sigarette e Lotto e noi, fan numero uno del loro espresso: tazzina bassa, schiuma, profumo, retrogusto. Tutto perfetto. Lo beviamo al banco – o quello che sembra – e procediamo.
Passiamo per Villanovafranca, percorriamo il rettilineo che ci invita a svoltare a destra, ma voi dedicate una sosta al borgo San Simone che troverete lì, a sinistra. Una chicca abbracciata dai campi di foraggio e argilla che conserva una chiesa, un ovile e piccole casette le cui porte si aprono solo una volta all’anno, per l’arrivo di (San) Simone appunto.
La prima volta che abbiamo percorso questa strada, dopo la casa gialla sul rettilineo -la riconoscerete lungo il tragitto- il fiato si è bloccato. Ci siamo dovute fermare per capire se lo spettacolo davanti ai nostri occhi fosse reale. Era primavera. Era reale. E da allora, ogni primavera è così.
Un mare silenzioso di onde verdi, creste di colline e risacche di rilievi si rincorrono. La terra ondeggia avvolta in un manto morbido dalle infinite tonalità di verde. E con lo sguardo le percorriamo, le forme di una tela senza cornice. Una stretta strada si fa spazio in questo quadro, attraversando i suoi dislivelli ci immaginiamo toccare il fondale e risalire a galla. Il mare è la terra, dove il mare non c’è. Da qui, qualsiasi costa dista almeno un’ora e l’estate trasforma in oro tutto ciò che oggi è verde.
Entriamo in paese, arriviamo da Mario Cesare, lui non abita più qui ma la sua casa è oggi un b&b delizioso che porta il suo nome e viene gestito da Giulia, donna magica, padrona di casa impeccabile e regina delle colazioni che ogni mattina apparecchia sotto il grande fico del giardino, per i suoi ospiti. Seguiamo la direzione creativa di questa struttura e siamo qui per realizzare contenuti foto e video, per i prossimi mesi. La colazione è pronta, sediamo al tavolo di legno davanti a pane caldo, conserve, torte appena sfornate, frutta e formaggio locale. Caffè, kombucha, il canto degli uccelli e il silenzio di un paese che è sveglio da un po’. Arrastu è il formaggio che poggia sul piatto con le pere e il miele. Un erborinato a latte ovino crudo, 100% sardo, frutto del tempo, del lavoro, della cura, delle mani e delle pecore di Sinnos, micro caseificio rurale con laboratorio, gregge e caseificio a Gergei. Dietro questo nome Samuel ed Emanuela, portano avanti una storia senza fine intessuta di ricordi e tradizioni di famiglia, accolgono appassionati e curiosi da tutto il mondo e raccontano, senza artifici turistici, il loro angolo di Sardegna autentico e virtuoso.
Alla stessa colazione partecipano, con pari bellezza di Arrastu, i dolci di Tzia Matilda. Il nostro rito ogni volta che arriviamo qui: adoriamo trovarci davanti a quell’insegna, suonare il citofono e tra le frange della tenda in ciniglia grigia e bianca, cercare la maniglia della porta. Appena dentro, un’esposizione museale di dimensioni, sapori, colori, decori e storie tenute in vita dalla pasta di mandorle.
Finiamo il nostro lavoro e siamo pronte per dirigerci a Isili ma lasciando il paese passiamo da casa di Zio Battista. Qui nessun citofono ne tende a frange ma cancello spalancato e un “buongiorno”. Lo troviamo in giardino, sta ancora finendo i lavori al barbecue e deve stendere le lenzuola ma non vede l’ora di mostrarci i suoi ultimi progetti e così, apre quella piccola porta di legno che, come Narnia, ci catapulta in un universo parallelo: il suo. L’officina delle meraviglie. La fucina dei suoi mondi.
Un corridoio tappezzato di nasse, cestini, scannusu di ogni dimensione -la più piccola è grande quanto l’unghia del vostro pollice- plastici delle chiese di Gergei, scatole di Nesquik che conservano semi di pomodori antichissimi, corna di toro usate come saliere perché isolanti perfetti dall’umidità, pareti di orologi. Ma il tempo scorre e noi non ci accorgiamo.
Siamo di nuovo in macchina, direzione Isili e Villanovatùlo, nostra ultima tappa. Lungo la strada, comunità di spaventapasseri abitano i campi arati. Sono figli e figlie di Signor Mario Serrau, di Escolca.
Creativo, visionario, Mastro Geppetto di spaventapasseri stupendi e mangialibri al ritmo di uno al giorno. Oggi all’età di 90 anni, in difficoltà nel proseguire questa passione, presta volentieri le orecchie a chiunque gli regali tempo e occhi per leggergli una storia.
Attraversiamo Isili, fermandoci per lino e rame. Il primo da Daniela Zedda che dal 1999, crea corredi senza tempo, pronti a reggere la sfida delle mode passeggere. Dettagli e rifiniture a jour, colori tenui, pibiones, il suo Angolino è un album di famiglia e tradizioni tessili aperto.
Il secondo, il rame, da Luigi Pitzalis, uno degli ultimi ramai del paese. Una tradizione tramandata dal padre e oggi da lui rinnovata con sperimentazione e nuove tecnologie.
Un’arte artigiana tra le più romantiche. Un picchiettare che diventa ritmo e forgia manufatti meravigliosi. Scopriamo che il fascino di questo mestiere non è solo nella tecnica ma anche nel linguaggio, letteralmente: esiste un gergo segreto ai clienti. Apparteneva ai rivenditori di rame e agli stagnini, ha stretto l’Italia attorno a questo mestiere, raccogliendo influenze e arrivando anche a Isili.
La nostra destinazione è sempre più vicina. Lungo il tragitto, il riflesso sull’acqua del lago dell’unica chiesa della Sardegna raggiungibile esclusivamente tramite imbarcazione. È San Sebastiano, edificata sulla cima di un piccolo tacco calcareo quindi raggiungibile comodamente via terra, oggi domina su un isolotto, a causa della costruzione della diga. Un guardrail interrotto da una strada non asfaltata è il nostro segnale di stop. Parcheggiamo e scendiamo, camminiamo per un sentiero sterrato, dissestato dalle piogge ma ombreggiato da querce, lecci, profumato da lentisco e cisto. Ci attendono piscine naturali verdi-azzurre, casa per grandi quantità di pesci, dolci rocce rosa e grossi ciottoli rotondi, alte pareti calcaree striate attorno a noi. Acqua ghiacciata e vegetazione rada, lungo il fiume che scorre. Siamo dentro il canyon, in uno dei tratti più selvaggi e integri della Barbagia di Seulo. Respiriamo il silenzio e osserviamo. Siamo a casa.



































