Primo piano di Alessandra Todde

Alessandra Todde ha ereditato una delle sfide più complesse, guidare una Terra straordinaria per storia, paesaggio e identità, ma segnata da ritardi strutturali che si trascinano da decenni. Due lauree, un’esperienza manageriale internazionale e il primato di essere la prima donna alla guida della Sardegna, a due anni dalla sua elezione, proviamo a fare un riassunto su obiettivi raggiunti e sfide ancora aperte

Cominciamo da uno dei temi da sempre più caldi, la continuità territoriale.

L’abbiamo resa più inclusiva, vantaggiosa e al passo con i tempi. La nuova continuità territoriale è partita da poche settimane e già si vedono notevoli miglioramenti. La platea degli aventi diritto si è ampliata notevolmente: migliore distribuzione degli orari, aumento delle frequenze, ma soprattutto un aumento della platea degli aventi diritto. Finalmente i lavoratori sono garantiti tutto l’anno e sono equiparati ai residenti tutti gli studenti universitari fino a 27 anni, i giovani fino a 21 anni, persone disabili e i loro accompagnatori, gli anziani sopra i settant’anni, i parenti fino al terzo grado, anche residenti fuori dall’isola, i lavoratori e i militari con sede stabile in Sardegna. È un cambio di paradigma: spostarsi da e per l’isola non sarà più un privilegio ma un diritto. Ricevo ogni giorno tantissimi messaggi di cittadini che ringraziano per questo grande cambiamento di cui sono orgogliosa. Non è stato facile: i miglioramenti rispetto a prima ci sono e sono evidenti, ma nel disegnare la nuova continuità territoriale concorrono la Regione, lo Stato e l’Unione Europea. E mettere d’accordo tutti non è stata una passeggiata.

State rafforzando la sanità?

Sì, soprattutto quella domiciliare e territoriale, perché il diritto alla cura deve valere anche nei paesi più piccoli e nelle aree interne. Stiamo investendo sui Comuni, il primo presidio pubblico sul territorio, troppo spesso lasciati soli a gestire problemi enormi con strumenti insufficienti. Stiamo combattendo problemi stratificati da decenni. È la battaglia più difficile perché tocca la vita concreta delle persone ogni giorno. La stiamo affrontando cambiando metodo: più responsabilità, più dati, più controllo sui risultati e più sanità territoriale. I primi risultati ci sono. Stiamo rafforzando la rete con Case e Ospedali di Comunità. Abbiamo approvato un piano per alleggerire i Pronto soccorso e fissato obiettivi precisi per i direttori generali anche sull’abbattimento delle liste d’attesa, perché chi guida la sanità deve essere valutato sui risultati concreti. La sfida è passare da una sanità che rincorre le emergenze a una sanità che pianifica e le previene.

Che altro?

Abbiamo messo al centro della nostra agenda la tenuta sociale con misure capaci di proteggere famiglie, studenti, imprese e settori che stanno subendo i contraccolpi dei rincari e della crisi.  Stiamo lavorando su una linea di sviluppo che tenga insieme lavoro, istruzione, turismo, innovazione, transizione energetica e difesa degli interessi della Sardegna, senza subire decisioni prese altrove.  Noi vogliamo usare questa fase per rendere visibile una scelta di governo precisa. Meno frammentazione, meno interventi spot, più direzione politica e più risultati concreti. La strada da fare è ancora molta.

Ma cosa stanno dando gli adulti ai giovani, nella nostra Isola?

Dobbiamo dare loro il diritto di scegliere e il diritto a restare. Scegliere di studiare qui o fuori senza essere costretti a partire per mancanza di opportunità. Scegliere di lavorare in Sardegna senza sentirsi condannati ad una soluzione di ripiego. Scegliere di costruire una famiglia, un’impresa, un progetto di vita senza vivere l’Isola come un limite. Per troppo tempo abbiamo chiesto ai nostri ragazzi di resistere. Ora stiamo cercando di dare loro le condizioni per vivere pienamente questa terra. Scuole più forti, università più connesse al lavoro, servizi nei territori, trasporti, sanità, casa, innovazione, impresa.

Alessandra Todde e Giuseppe ConteLa Sardegna ha scommesso sull’Einstein Telescope: che scenari immagina?

Un progetto capace di cambiare la posizione dell’isola nel mondo. Più ricerca, più competenze, più lavoro qualificato, più imprese innovative e una filiera che non si esaurisce nel cantiere, ma lascia un patrimonio stabile di conoscenza e infrastrutture. Già oggi vediamo i primi effetti: investimenti nei comuni dell’area progetto, potenziamento delle reti digitali, primi inserimenti lavorativi e un lavoro di sistema tra Regione, Università e mondo scientifico. ET sta diventando il motore di una Sardegna che costruisce il suo destino.

Ma la Sardegna continua ad essere da anni fanalino di coda per le nascite. I governi fanno un passo avanti e uno indietro, sul tema.

La natalità non si sostiene con un bonus isolato, ma creando le condizioni per cui una giovane coppia possa restare: lavoro stabile, casa, servizi educativi, sanità territoriale, trasporti e possibilità reali di conciliazione tra vita e lavoro. Per questo la Regione sta intervenendo con misure anti-spopolamento per i comuni sotto i 5mila abitanti, contributi per i nuovi nati e strumenti più ampi di conciliazione familiare. Senza una strategia strutturale, continueremo a inseguire il problema invece di risolverlo.

Che consiglio darebbe oggi a un giovane? Su cosa studiare, su cosa investire?

A un giovane direi di non accontentarsi di una formazione debole o generica. In Sardegna oggi servono competenze solide: digitale, scienze, lingue, capacità di lavorare con la tecnologia e di trasformare un’idea in impresa. La Regione sta investendo proprio su questo: con un Piano Giovani da oltre un miliardo, con le misure FSE+ per innovazione e inclusione, con i bandi per la formazione e con strumenti che aiutino i ragazzi a fare esperienze fuori e poi tornare con più forza. Un consiglio? Studiate ciò che vi piace e vi rende liberi ed indipendenti, investite su voi stessi perché la competenza è il primo capitale da difendere senza trascurare il legame con le radici e l’identità. Crescere e realizzarsi in Sardegna è possibile, e un buon segnale in questo senso arriva da Nuoro, dove le imprese giovanili degli under 35 sono cresciute del 26,4%, mentre a livello nazionale diminuiscono. Servono coraggio e determinazione, ma con impegno, serietà e duro lavoro si può fare.

Nel dibattito nazionale si dice che l’opinione pubblica in Sardegna sia ancora legata a gas e carbone: come si esce da questa contraddizione, in un mondo che sui combustibili fossili continua a fare guerre?

Si esce dicendo la verità. La Sardegna vuole fare la transizione energetica, ci crede e ci sta investendo. Quello che non accettiamo è che la transizione diventi l’ennesima occasione per trattare l’Isola come una colonia o una scelta tra il patrimonio culturale e i progetti industriali. Noi vogliamo energia pulita, autoconsumo, comunità energetiche, impianti nelle aree già compromesse, una gestione per i sardi del nostro patrimonio idroelettrico, fotovoltaico per famiglie e imprese, benefici reali per i cittadini e per il sistema produttivo sardo. Vogliamo ridurre le bollette, ridurre le dipendenze e accompagnare l’uscita dal carbone. Con la Legge 20 abbiamo fatto una scelta precisa. Abbiamo individuato le aree idonee, abbiamo tutelato quelle incompatibili e abbiamo detto che la Sardegna può raggiungere gli obiettivi della transizione usando superfici già compromesse, senza consumare altro territorio. Il carbone va superato il prima possibile.

Nell’installazione di nuovi impianti di rinnovabili, c’è un interesse nazionale che scavalca le regioni?

Dipende da come si intende l’interesse nazionale. Se lo si intende come obiettivo

condiviso di decarbonizzazione, riduzione delle emissioni, sicurezza energetica, allora sì, esiste un interesse nazionale e la Sardegna non lo ha mai messo in discussione. Siamo parte dell’Italia e dell’Europa, e conosciamo bene gli impegni del Green Deal. Ma se per “interesse nazionale” si intende la facoltà dello Stato di scavalcare le Regioni, ignorare i piani paesaggistici, derogare alle normative di tutela del territorio e imporre localizzazioni senza un reale processo di copianificazione, con pochi investimenti strutturali per mantenere parte dell’energia prodotta in Sardegna, allora no. Quello non è interesse nazionale: è una scorciatoia che produce conflitti, blocca i cantieri, alimenta il contenzioso giudiziario e, alla fine, rallenta la transizione stessa. La Sardegna ha già dimostrato di saper fare la sua parte. Siamo stati la prima Regione a dotarci di una legge sulle aree idonee. Abbiamo investito risorse sulle comunità energetiche. Abbiamo lavorato per costruire un modello in cui la transizione energetica produce benefici reali per i territori, non solo per i grandi operatori finanziari. Quello che chiediamo non è un veto, ma un tavolo. Una governance condivisa, in cui Stato e Regioni decidono insieme dove, come e con quali ricadute locali si realizza la transizione. Senza questo, qualsiasi piano energetico nazionale resterà sulla carta, ostaggio dei ricorsi, delle opposizioni locali e di una conflittualità istituzionale che non serve a nessuno, tanto meno al clima.

C’è qualcosa che in questi anni le ha fatto particolarmente male? E qualcosa che invece le ha dato grande soddisfazione?

Fa male vedere quanto spesso si provi a delegittimare il lavoro fatto, a trasformare ogni scelta in un sospetto e ogni difficoltà in una narrazione deformata. Fa male anche la violenza che passa dai social, soprattutto quando colpisce l’aspetto fisico. È una forma di aggressione che molte donne conoscono bene. Quando non riescono ad attaccarti sul merito, provano a ridurti all’età, all’immagine. Poi ci sono i cittadini che mi fermano, mi raccontano un problema risolto, un servizio che riparte, un risultato che prima sembrava impossibile. Nei trasporti interni, nella continuità territoriale, nell’accoglienza nelle scuole primarie per i bambini, nella sanità, nelle bonifiche de La Maddalena, nei dossier bloccati per anni che finalmente iniziano a muoversi. Quella è la soddisfazione più grande. Sentire che il lavoro arriva nella vita concreta delle persone.

Qual è stato il più grande insegnamento che ha ricevuto nella sua vita?

Non si improvvisa nulla. Servono competenza, determinazione, rispetto delle persone e capacità di affrontare le sfide senza lasciarsi intimidire. Me lo ha trasmesso la mia famiglia. Me lo ha insegnato il lavoro. Nella mia carriera ho imparato a stare dentro le difficoltà con lucidità, senza perdere empatia. Ho capito che il coraggio è questo. Assumersi la responsabilità delle proprie scelte e portarle fino in fondo.

Che opinione ha della politica oggi?

Deve servire a risolvere problemi, non a occupare spazi. Oggi invece vedo spesso troppa tattica, troppa paura di prendere decisioni impopolari e troppo poco coraggio di cambiare davvero le cose. La politica con la P maiuscola è quella che si assume responsabilità, che crede nella questione morale e nella giustizia sociale. Quella che misura i risultati e lascia un segno concreto nella vita delle persone.

La Sardegna è alleata o in contrasto con il governo nazionale? E su quali temi soprattutto?

La Sardegna è rispettosa del principio di leale collaborazione previsto dalla nostra Costituzione. Questo principio si rafforza quando il Governo ascolta, rispetta le competenze della Regione e costruisce soluzioni condivise. E si indebolisce quando viola lo Statuto, centralizza decisioni e prova a indebolire il ruolo della Sardegna nella costruzione del proprio futuro. Noi non cerchiamo lo scontro, cerchiamo il rispetto dell’interesse dei sardi, dello Statuto, delle nostre competenze.

Che pensa della Premier Meloni?

Abbiamo un rapporto istituzionale diretto e corretto. Il punto non è mai stato personale e mai lo sarà. Quando c’è da ottenere risultati per la Sardegna, il dialogo non manca e va avanti con serietà. Quando invece il Governo attacca la nostra autonomia, sottrae potere, calpesta le nostre prerogative, allora il contrasto è netto. Io non ho mai cercato scontri con nessuno, ma nel pieno svolgimento del mio ruolo di Presidente non rinuncerò mai a difendere la mia terra e i miei concittadini.

Guardando ai grandi leader mondiali e agli equilibri internazionali: come immagina il mondo tra dieci anni?

Mi auguro un mondo multipolare, dove la competizione non passi solo dagli eserciti, ma dalla coesione, da un equo accesso all’energia, alle tecnologie e alle materie prime. L’Europa dovrà decidere se restare spettatrice della storia o diventare soggetto politico. Penso alla lezione richiamata anche da Pedro Sánchez: più autonomia strategica, più coesione, più giustizia sociale. Per la Sardegna questo significa una cosa precisa. In un mondo di questo tipo, un’isola non può permettersi fragilità su energia, infrastrutture, connessioni, competenze e coesione.

Qual è l’obiettivo principale che si è data come presidente?

Far diventare la Sardegna adulta, uscendo dalla logica di pura rivendicazione ed entrando in un contesto di politiche di impatto e risposte concrete. Vogliamo rimettere al centro una sanità che oggi ha bisogno di essere ricostruita sui processi e ritornare sui territori integrandola sempre di più con servizi sociali che mettano al centro i servizi alla persona. Investire sui trasporti interni in modo che ogni comunità possa essere più facilmente raggiunta, rinnovare il patto generazionale per trasformare la Sardegna in una terra di opportunità per i giovani. Vorrei lasciare una Sardegna più moderna, più giusta e più capace di decidere del proprio futuro.

Un libro e una città da raggiungere.

Rileggerei “Memoriale del convento” di José Saramago mentre decollo per Lisbona.