Se opporsi alle logiche economiche, algoritmiche e al predominio della forza sulla legge è considerata una posizione “estrema”.
Vi sarà capitato di sentire definire le azioni di Donald Trump ragionevoli perché orientate alla tutela degli interessi americani, del primato geopolitico occidentale e della convenienza economica. E forse, con una punta di stupore, vi sarete chiesti se costoro abbiano ragione, dal momento in cui sono sempre più numerosi e tra essi non mancano figure di una certa consapevolezza e con ruoli di primo piano.
È allora legittimo porsi una domanda, anche per verificare chi sta ragionando bene e chi male: su quale paradigma si sta costruendo il nuovo pensiero occidentale? Su quali basi dovremmo fondare oggi il nostro ragionamento per non sentirci estranei al tempo che viviamo?
Per intenderci, il pensiero che viene progressivamente scalzato è quello nato con i greci e i latini, cresciuto con l’Illuminismo, sedimentato nelle democrazie moderne e i cui pilastri – libertà, uguaglianza, fratellanza – appaiono sostituiti da altri principi: limitazione dei diritti, individualismo esasperato, ostilità verso ciò che è “altro da sé”. Concetti che trovano consenso crescente anche da questa parte dell’Oceano e che stanno rifondando la nostra civiltà.
Di certo il “brulicare” – per usare un’espressione cara al filosofo francese Edgar Morin – di un nuovo paradigma del pensare è in realtà in atto da decenni. In particolare, da quando la tecnica è subentrata come forma mentis dominante, trasformando tutto ciò che non siamo in “oggetto da utilizzare”, e ancor di più da quando disponiamo di strumenti efficienti per il nostro interesse da poter trascurare i fini. Non ci domandiamo più, in sostanza, se gli scopi siano giusti, basta che i mezzi “funzionino”.
Siamo cambiati noi, nel profondo. Eppure, lungo il percorso sempre ambiguo tra bene e male che accompagna la storia umana, quei pilastri figli dell’Illuminismo restavano un faro, un modo per rigenerarci nelle cose superiori tra i tanti disastri che abbiamo combinato. Li abbiamo impropriamente anche ridotti nel nostro presente alla parola “woke”, svuotandoli probabilmente del loro peso.
Ma oggi la vera novità è un’altra: il nuovo paradigma del pensiero che stiamo percependo non è più soltanto un meccanismo nascosto, una dimensione semantica, logica e ideologica che guida la ragione: si è fatto carne. Azione. E dunque anche l’immagine postata con disinvoltura da Trump che ritrae Michelle e Barack Obama come scimmie diventa, in questa prospettiva, la testimonianza plastica della forza di questo nuovo modello del pensiero che si impone senza più reticenze. Il paradigma che diventa cultura.
L’uomo, del resto, ha la facoltà di scegliere su quali basi costruire se stesso. Può perfino decidere di ignorare il passato e i suoi pensatori. Può non leggere Platone, che nel Timeo aveva avvertito che il Demiurgo si serviva di un paradigma per plasmare le cose del mondo affinché fossero “belle per necessità”. Ma aggiungeva anche che, se Egli si fosse ispirato a un surrogato, a un modello già generato, corrotto, avrebbe prodotto qualcosa di brutto. Un modo per dire che il paradigma, per non degenerare, dovrebbe conservare la propria natura trascendente e trascendentale. Insomma, provenire da un mondo superiore.
Non è un caso che tutto ciò a cui stiamo assistendo sarà pure ragionevole per quelli bravi citati sopra. Ma è brutto, tutto molto brutto. Un mondo brutto.
di Virginia Saba



































