Roberto Occhiuto

di Fernanda Perri

Dice, il presidente Roberto Occhiuto, che governare la Calabria è la più grande responsabilità della sua vita. Perché, ci spiega, equivale a superare pregiudizi storici radicati e dimostrare, con i fatti, che il Sud ha tutte le capacità per autogovernarsi con efficienza e trasparenza. «È una terra ricca di contrasti straordinari, dove le emergenze quotidiane si incrociano con un potenziale di crescita unico. Non è una semplice gestione ordinaria, ma una vera missione di riscatto e dignità».

Non rinuncia a praticare questa battaglia anche sui social, strumento ormai centrale e controverso della politica. Ma assicura che dietro non c’è alcuna costruzione da slogan, perché, dice, «vince sempre la spontaneità del mio carattere. I social sono uno strumento formidabile di trasparenza e contatto diretto con i cittadini, senza filtri o mediazioni. Ci metto la faccia ogni giorno perché le persone hanno il diritto di vedere chi le governa e capire le decisioni in tempo reale. Non è marketing politico, è il mio modo di intendere il servizio pubblico, con passione e senza politichese». In questi mesi si parla molto del Ponte sullo Stretto. Grande promessa, grande spartiacque simbolico e infrastrutturale del Mezzogiorno, opera capace di accendere entusiasmi e resistenze. Occhiuto non arretra, anzi è convinto che «il Ponte si farà». Ma sposta subito il discorso oltre l’opera in sé. Perché, nella sua lettura, il Ponte ha già prodotto un effetto politico: ha riportato la Calabria dentro l’agenda nazionale delle infrastrutture. «Ha acceso i riflettori nazionali sulle nostre infrastrutture. Ho ottenuto, solo per fare qualche esempio, 3,8 miliardi di euro per la Statale 106, 1 miliardo per l’autostrada A2 e investimenti importanti su l’elettrificazione della rete ferroviaria». Il Ponte, dunque, non come monumento isolato, ma come leva. «Un attrattore di investimenti che sta già portando in Calabria strade e treni che i cittadini aspettavano da decenni».

La Calabria, però, non è soltanto una questione di collegamenti. Prima ancora delle strade e dei treni, arriva con la sua bellezza: il mare, le montagne, i borghi, il cibo, la memoria. Tutto sembra già lì, quasi pronto. E invece no. Perché una terra può avere moltissimo e non riuscire ancora a trasformarlo in sviluppo, lavoro, occasioni. È qui che Occhiuto riconosce un ritardo antico: «Per decenni è mancata la capacità di fare sistema e di raccontare la Calabria fuori dai vecchi cliché». Ora, sostiene, la rotta si sta invertendo, con investimenti su aeroporti, ricettività e transizione digitale. Cinque anni non bastano a cancellare ritardi storici, ma possono servire a «consolidare un cambiamento strutturale». Ed è proprio dentro questa distanza, tra ciò che la Calabria possiede e ciò che ancora non riesce sempre a diventare, che si capisce il tema dei giovani. Perché dal Sud non si va via solo per mancanza d’amore. Si va via quando il talento non trova spazio, quando restare sembra più difficile che partire, quando il futuro appare altrove. Per il governatore, invece, la Calabria deve provare a rovesciare questa percezione: diventare la terra delle «opportunità non ancora espresse», dove il talento «può fare la differenza». Parla di bandi per l’autoimprenditorialità, di Atenei da rafforzare, di reddito di merito per chi sceglie di studiare in Calabria. L’obiettivo è semplice e ambizioso insieme: fare in modo che restare non sia più «un atto di eroismo», ma «una scommessa vincente». In una regione abituata a vedere partire i suoi figli, anche il tema di chi arriva assume un peso diverso. La Calabria è terra di partenze, ma anche di approdi. E l’immigrazione, dentro territori che conoscono lo spopolamento e la mancanza di manodopera, non può essere raccontata solo come emergenza. Il presidente della Calabria sceglie una parola poco retorica: pragmatismo. «La Calabria affronta i flussi con umanità e senso di responsabilità, ma serve pragmatismo. L’immigrazione va governata con regole chiare, non subita». Da qui l’idea di aprire Centri per l’Impiego direttamente in Tunisia, per costruire percorsi regolari, legati ai bisogni delle imprese e a quei lavori che, come dice lui, «gli italiani non vogliono più fare». Nella politica nazionale, del resto, Occhiuto non resta sullo sfondo. È di questi giorni la notizia della sua proposta sull’energia zonale per il Mezzogiorno e dell’abolizione del bollo auto, tassa che ha definito una «patrimoniale nascosta». Temi che sembrano tecnici, quasi da addetti ai lavori, e che invece diventano subito politici: perché raccontano quanto pesano i territori, quanto pagano, quanto riescono davvero a contare nelle scelte del Paese. Forse anche per questo è percepito come uno dei presidenti più amati: perché non dà l’impressione di limitarsi ad amministrare la Calabria, ma di volerla far contare.

Roberto OcchiutoÈ dentro questa idea di rappresentanza che si colloca anche il suo modo di stare nel centrodestra. Da vicesegretario nazionale di Forza Italia, Occhiuto rivendica una casa politica popolare, europea, garantista, liberale e moderata. E quando il nome è quello di Vannacci, la distanza viene segnata senza troppi giri: «Forza Italia ha radici salde nel popolarismo europeo, nel garantismo, nell’europeismo e nei valori liberali e moderati. Posizioni radicali o provocatorie, come quelle spesso espresse dal generale Vannacci, appartengono a culture politiche diverse dalla nostra».

Ma il terreno su cui la politica diventa più concreta resta la sanità. Nel 2026 la Calabria è uscita dal commissariamento dopo diciassette anni: un passaggio importante, non un punto d’arrivo. Restano scelte da fare, ferite da curare, servizi da rendere finalmente all’altezza. E proprio qui torna una delle decisioni più discusse e insieme più rivendicate dal presidente: l’arrivo dei medici cubani nei momenti più difficili della sanità regionale. «prima viene la salute dei cittadini, poi tutto il resto. E per questo i medici cubani restano con noi». Non è più solo geopolitica, è sanità vissuta nei reparti, negli ospedali, nei territori. Che Occhiuto non sia un sostenitore di Donald Trump è risaputo ma non mette in dubbio il rapporto tra Italia e Stati Uniti che resta «forte e saldo a prescindere da chi siede, pro tempore, alla Casa Bianca».

Alla fine, sotto la politica, resta il rapporto più intimo con la Calabria. Quello con una terra che può far arrabbiare per «il rassegnarsi all’idea che alcune cose non possano cambiare» e anche la tendenza «a parlare male di noi stessi».  Ma che non smette di farlo innamorare, per  «l’orgoglio della nostra gente, la straordinaria bellezza dei luoghi e la capacità dei calabresi di rialzarsi sempre».

E tra cinque anni? Qui il presidente non si sbilancia. «Cinque anni, in politica, sono un’era geologica e quindi non mi permetto di fare previsioni». Una cosa, però, la tiene ferma: il legame con la sua regione. «Ovunque sarò, continuerò a mettermi al servizio della mia regione. Oggi sono concentrato esclusivamente sul lavoro che i calabresi mi hanno affidato. Il resto verrà da sé».